Vada spiagge bianche...ma

Sangriata - la storia e le incertezze del 2005, il NO del 2006
(con gli aggiornamenti di cronaca e l'esito del sondaggio)
Nel 2011-2012 si riprova con il Circo Nero   

              immagini          Clicca sulle foto per ingrandirle e leggere la  

Pietrabianca - Spiagge bianche
anche nel Medioevo 
I Caraibi del Tirreno: spiagge, soda e gas Ambiente: la versione Solvay
Foce del Fine    
Gabbiani Foto di Francesca Sorrentino  
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Erosione verso sud Pietrabianca - Il pennello Il pennello
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Il pennello Tessa Gelisio di Rosignano
Set televisivo   Foto di Piero Stiavetti Foto di Tommaso Birelli
Foto di Tommaso Birelli
Foto di Tommaso Birelli

Foto di Tommaso Birelli Foto di Nadia Biagini Anche la spiaggia per cani

Surf e Katesurf

     
No ai porti uccidono le onde!
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Un pomeriggio di dicembre 2005 con il mare in "calmata" di libeccio
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Tutto quanto mostrato sopra è attraente, ma la realtà è molto diversa...
Fosso Bianco: staccionata anti-balneazione nello scarico
Una staccionata in legno, 50 metri a nord e 50 a sud dello scarico del fosso bianco, delimita la zona di divieto di balneazione e permanenza sull'arenile che dal Lillatro porta verso le Spiagge Bianche. Un modo per marcare ancora più visibilmente una zona che, seppur molto frequentata in estate dai turisti, è interessata da uno scarico industriale e per questo vietata alla balneazione. I cartelli di divieto venivano rimossi, ogni estate, dai frequentatori delle spiagge. E così, per rendere ben visibile il divieto di tuffarsi in acqua è stata fatta la staccionata. ("Il Tirreno" A. Bernardeschi 2/3/2012) 
Siamo andati a verificare immaginando una staccionata che seguisse il fosso fino allo scarico su i due lati impedendone l'attraversamento, se non sul ponticello di legno. Niente di tutto questo: si tratta di una cinquantina di tubi
ø 80 vecchi e arrugginiti, collegati da una catena zincata, che corrono parallelamente alla linea di battigia salvo avvicinarsi a questa di pochi metri alle due estremità. Una specie di arco molto aperto, con una decina di tubi che portano infisso un paletto di legno che sostiene altrettanti cartelli con l'ordinanza di divieto. Scritti su pannelli in compensato non rinforzato né marino, la metà dei quali è già mancante. Inoltre mentre fino all'estate 2011 il canale di scarico terminava all'inizio della battigia, oggi la spiaggia è allungata di circa 30 m. ricreando una comoda area di passo fra la bocca del fosso e ed il mare, in pratica ripristinando condizioni simili a prima dell'allungamento degli argini nel 2004. Pertanto se si vuole che lo sbarramento  raggiunga il suo scopo per quanto possibile, occorre allungare le due estremità fino ad alcuni metri oltre la battigia usando pali in acciaio inox anche di recupero di facile reperibilità, con catene anche zincate.  (Vedi anche)
ATTENZIONE: per i tratti di mare adiacenti, indubbiamente suggestivi, tieni presente le parole di questo signore...ed agisci responsabilmente, ora che sei stato informato.
 
Giugno 2012 - Medicina Democratica:
                 «Il sindaco impedisca l’accesso alle Spiagge bianche»
È in sintesi la richiesta di Medicina Democratica, che chiede anche «la rimozione dei nuovi cartelli posizionati per indicare le Spiagge bianche con l’apertura della nuova bretella ai Polveroni». Il motivo? «Perché quel tratto di mare è altamente inquinato». M.D. sostiene questo sulla base «che la conferenza dei servizi, riunita nel luglio 2009 per il rispetto dell’accordo di programma tra Solvay e istituzioni, ha verbalizzato che alle Spiagge bianche sono depositate circa 500 tonnellate di MERCURIO. Inoltre uno studio di Inail e Ispels del 2010 afferma che Solvay è la massima emettitrice di arsenico in acqua. Infine, la dichiarazione PRTR 2011 resa da Solvay al ministero dell’Ambiente afferma che l’arsenico scaricato in mare nel 2010 ammontava ancora a 1449 kg/anno. La stessa dichiarazione dice che sempre nel 2010, ad esempio, sono stati scaricati in mare:
ARSENICO (2006) 2.930 kg ARSENICO (2010) 1.449 kg
CADMIO (cancerogeno) 91 kg CROMO e composti 1.540 kg
MERCURIO 71 kg NICHEL 1.766 kg
PIOMBO 3.218 kg ZINCO 15.049 kg
FOSFORO 39.603 kg    
                            L'AMMINISTRAZIONE COMUNALE SULLA BALNEABILITA' DELLE SPIAGGE BIANCHE:
                         "CONTROLLI CONTINUI E PARAMETRI IN LINEA CON LA NORMATIVA DI RIFERIMENTO"
In riferimento ai dati e alle informazioni sulla balneabilità delle spiagge bianche fornite da Medicina Democratica, il Comune di Rosignano intende in primo luogo rassicurare i fruitori delle spiagge bianche e stigmatizzare l’utilizzo dei dati da parte della stessa Medicina Democratica in maniera non corretta, con finalità in qualche modo allarmistiche. Esistono tutta una serie di organismi di controllo deputati a verificare i dati sulla balneabilità dello specchio acqueo e sugli scarichi industriali dell’accordo di programma, in primis Arpat. Da parte di questi organismi vengono effettuati controlli periodici e ad oggi i parametri rilevati sono in linea con la normativa, che è punto di riferimento per garantire la balneabilità delle acque. D’altra parte anche un’eventuale ordinanza di divieto potrebbe essere costruita soltanto sulla base di un comprovato non rispetto dei parametri stabiliti dalla legge. L’Amministrazione Comunale ha chiesto comunque alla società Solvay di delimitare con chiarezza ed evidenza lo spazio interdetto alla balneazione di 100 metri a nord e di 100 metri a sud del canale industriale.

Miniatura della versione delle 16:12, 10 apr 2006Visto che anche questo sito da ormai 10 anni ha affrontato la problematica in oggetto, ci sia consentita una breve analisi delle versioni sopra esposte, non per presunzione di conoscenza, ma per un'intera vita trascorsa nelle fabbricazioni dello stabilimento, parimenti ad altre decine di migliaia di persone durante i 100 anni della sua storia a Rosignano. Chi ha operato nei settori della produzione chimica, sa bene che i dati riportati da M.D. sono assolutamente realistici e riportati da studi accreditati, quindi sono ben lontani dal voler creare gratuito allarmismo. Tuttavia l'Amministrazione deve attenersi alle analisi correnti che campionate alla foce del fosso di scarico, con opportuna diluizione, raramente fuoriescono dai limiti. Da qui il problema reale che viene così a presentare tre facce incompatibili. 
A - Per MD c'è un inquinamento accumulato nei decenni, che va ben al di là delle analisi puntuali dell'organismo preposto e che ha comportato l'immissione e l'accumulo in mare di quantità importanti di materiali tossici, ai quali si aggiungono ogni anno le quantità indicate. (Da ricordare che fino ai primi anni '80 l'inquinamento prodotto dall'area Nuove Fabbricazioni, Craking, ed ex Aniene era spaventoso).
B - Per l'Amministrazione (e per Solvay) le analisi di routine non giustificano allarmismi e quindi non sono necessari provvedimenti restrittivi, al punto che il quotidiano locale riportando la nota del Comune sopra riportata titola: "Le spiagge bianche non sono inquinate".
C - Pertanto, la realtà sta in questi termini: l'azienda è autorizzata a scaricare, l'Arpat fa le analisi con campionatori in continuo, l'Amministrazione mantiene i cartelli di divieto di balneazione ove previsto.
Tutti sono in regola, la legge è rispettata, ed i cittadini ignari (forse) arrivano da mezza Toscana per godersi il sole "tropicale", con l'aiuto delle numerose indicazioni stradali che indirizzano verso le spiagge bianche, ovvero verso uno dei luoghi più inquinati d'Italia, si voglia ammettere o no.
Queste stesse considerazioni nel 2004 convinsero la Società Solvay ad allungare gli argini del fosso fino alla battigia e realizzare un opportuno ponticello, per evitare l'altro grave problema parallelo, quello dei bagni dei bambini e non solo, nella foce dello scarico.
Quale può essere allora una soluzione ragionevole stando così le cose?
1 - Considerare l'area per quello che realmente è diventata in un secolo, cioè una discarica marina a cielo aperto, dove la balneazione deve essere SCONSIGLIATA con opportuni cartelli informativi del tipo "AREA INQUINATA DA SCARICO INDUSTRIALE" posti agli accessi e non INDIRIZZATA nella zona con  ripetuta cartellonistica stradale dedicata. Questa contraddizione suona come un IMBROGLIO per la cittadinanza locale e non solo e non può essere ulteriormente tollerato trattandosi di problematica legata alla salute. Gli organi preposti non possono fare finta di non sapere. Il cittadino poi sceglierà  se accedere o meno, ma deve essere messo in condizioni di conoscere la realtà ambientale ed i rischi ad essa collegati.
2 - Allargare i limiti del divieto dai 100m. di oggi sui due lati del fosso ad almeno 500m. comprendendo l'area della ex discarica costiera, industriale e urbana usata fino al febbraio 1987 che finisce alla foce del Fine.
3 - Evitare raduni con migliaia di persone.
4 - Vigilare o provvedere con recinzioni vere, affinché alla foce del fosso bianco sia reso IMPOSSIBILE fare il bagno.
Di più è obbiettivamente non si può fare, ma nascondersi dietro un dito (i valori delle analisi puntuali), negando la tragica realtà odierna, come si è fatto fino ad oggi è del tutto irresponsabile oltre che penalmente rilevante.

Esprimete la vostra opinione sull'argomento da QUI o da Facebook (Gruppo Lungomarecastiglioncello.it)

A Nerina Monti, Filippo Tanganelli piace questo elemento. (FB)

Luigi Santinoceto - Grazie Lungomarecastiglioncello. (FB)

«Per il Comune le Spiagge bianche non sono inquinate? Lo denunciamo ». È quanto annuncia Medicina Democratica. «Come già preannunciato al sindaco Franchi in caso di assenza di provvedimenti urgenti di difesa della salute, lo avremmo denunciato alla magistratura. E così sarà». La raccomandata alla Procura, partirà domani mattina «e speriamo che questa volta sia presa nella dovuta considerazione: qui si tratta di decine di tonnellate di sostanze tossiche e cancerogene (arsenico, cromo, mercurio,piombo, nichel, zinco, fenoli ed altro) che vengono dichiaratamente riversate in mare ogni anno. Che significa che vengano riversate entro presunti limiti di legge? Se un ignaro avventore assume arsenico, cromo o mercurio entro i limiti di legge - alle Spiagge bianche - sarebbe garantito e può continuare a farlo? Il sindaco Franchi minimizza per salvare se stesso, la sua burocrazia e l’azienda Solvay, ma devono anche rispondere dei reati di voler esporre coscientemente la popolazione a questo inquinamento evitabile». (Sintesi da "IlTirreno" del 17/6/12)

La nonna di Tamara e Maurizio Carmignoli, ogni tanto ci portava alle spiagge e noi felicissimi facevamo il bagno nell'acqua calda del fosso, ganzo! anni 56/57, poi di quei posti brulli e trasandati non ho più memoria, tornato alla fine degli anni 70, trovai una specie di campo di naturisti, pensando, che passi avanti ha fatto la Solvay! però il posto non mi piaceva a parte le belle figliole con stratanga e petto nudo, mai avrei pensato che un'amministrazione potesse essere così inefficiente e che sia inefficiente lo si vede da tante cose...ma addirittura nella salute pubblica. Arrivati a questo punto credo ci sia ben poco da fare. Luigi Festa - Milano

Sarà che a Livorno a forza di sopravvive ai pisani siamo diventati furbi, ma a Rosignano siete proprio tonti. Scusate, ma ci vuole proprio tanto a risolvere il problema ambientale là dove l'inquinamento chimico è palpabile (io non ci vado più da quando l'ho capito) e l'attrazione è dovuta al colore bianco della spiaggia simil-tropicale? Se la natura ha dato al carbonato di calcio il colore bianco, non è colpa della Solvay, che se potesse venderebbe anche quello che gli scappa in mare. Basta solo che la fabbrica aggiunga del colorante, magari ecologico per non aggravare la situazione nel fosso ed aspettare qualche anno. Con un colorante marrone, la spiaggia diventerà color sabbia uguale a tutte le altre e fiorentini e pisani, smetteranno di far la fila per prendere il sole delle Maldive. A quel punto tanto vale andare alla Mazzanta o alle Gorette ed in più si toglierebbe al Comune il peso di una situazione di difficile gestione. Chi ci va ugualmente è fesso e quindi non fa testo, lasciamocelo stare. Marco Freddi - Livorno

E così la spiaggia diventerebbe marrone ed il mare color cacca, soprattutto quando è scirocco come quando piove tanto ed uno si illuderebbe di essere nell'Adriatico, chissà che schifo da vedere soprattutto da lontano. Luigi Santinoceto. (FB)

E’ stato inviato alla Procura della Repubblica Di Livorno l’esposto firmato da Medicina Democratica in cui si chiede di vietare la balneazione alle spiagge bianche di Vada. L’iniziativa dopo che il sindaco di Rosignano, Alessandro Franchi, ha respinto la richiesta presentata da M.D. e giustificata con l’inquinamento causato dall’immissione in mare di sostanze tossiche con gli scarichi della Solvay. In particolare M.D. ha prodotto una documentazione, parte della quale proveniente dalla stessa Solvay, in cui si parla di immissione in mare di sostanze come arsenico, mercurio, cromo, cadmio e nichel. Sostanze che, rappresenterebbero un pericolo per chi fa il bagno alle spiagge bianche.

Tanto per cambiare ci risiamo, prendi nota e non mancare:
22 luglio - Circo Nero - Spiagge Bianche a cura di Comune e Pro Loco Vada
19 agosto - Guinnes Primati – Concerto Live - Spiagge Bianche a cura di Comune e Pro Loco Vada

I Caraibi di Toscana e l’arsenico in mare «Ma non c’è rischio» Spiagge bianche, l’Italia dei Valori porta il caso in Regione L’Arpat e il sindaco rassicurano: dati sempre nella norma.
Da una parte un ambientalista che vorrebbe chiuderle. Da un'altra il sindaco che lo accusa di allarmismo. Poi l’azienda che nega l'inquinamento. E infine una procura, alla quale viene chiesto di avviare una seconda indagine. Tutti lì, attorno alle Spiagge bianche, versione vadese dei Caraibi. Sabbia e acque stinte dagli scarti di soda della Solvay, lo stabilimento chimico che sovrasta quel litorale affollato di surfisti, bellezze e set prediletto dalle agenzie pubblicitarie. E ora l’Italia dei Valori, con un’interrogazione in Regione, vuole vederci chiaro: diteci se le spiagge sono inquinate e, se è così, segnalatelo in modo che i bagnanti siano consapevoli dei rischi. Maurizio Marchi, di Medicina democratica, ha spedito un esposto alla Procura perché quel paradiso color bianco e turchese è «un luogo altamente inquinato, usato da Solvay per lo scarico di una quantità impressionante di sostanze tossiche». Chiede che i magistrati indaghino e che qualcuno metta un lucchetto a quella spiaggia. Chiede che il sindaco tolga la segnaletica stradale, un invito ad andarci. Il sindaco Alessandro Franchi risponde picche. Perché «l’allarmismo non serve e i dati sulla balneabilità e sugli scarichi industriali sono in linea. Io non dico che l’acqua non sia inquinata, non ho gli strumenti per farlo. Devo attenermi a quanto mi certifica Arpat. E finora Arpat mi dice che è tutto sotto controllo». Dunque si rimane al divieto circoscritto alla "foce" del fosso bianco: 100 metri a nord e 100 a sud. Marchi nel suo dossier cita una serie di dati. Ad esempio il verbale del 2 luglio 2009 redatto dalla Conferenza dei servizi per valutare il rispetto dell'Accordo di programma del 31 luglio 2003, accordo di cui parliamo più avanti. In quel verbale, a pagina 6, c'è scritto che alle Spiagge bianche «negli ultimi 65 anni sono state scaricate in mare oltre 500 tonnellate di mercurio». Marchi produce anche uno studio di Inail e Ispels del 2010 in cui si accerta il triste primato di Solvay nella classifica degli sversamenti in mare di arsenico. A pagina 37 si indica la quantità emessa nel 2006: 2.930 chili. Che diventano la metà secondo la dichiarazione Prtr (Pollutant release and transfer register) 2011 resa da Solvay al ministero dell'ambiente: risultano scaricati in mare lo scorso anno 1.449 kg di arsenico, oltre a 91 di cadmio, 1.540 di cromo e composti, 71 di mercurio, 1.766 di nichel, 3.218 di piombo, 15.049 di zinco, 39.603 di fosforo, 221 di sostanze organiche clorurate, 350 di fenoli. Arpat replica che Solvay ha un'autorizzazione rilasciata dal ministero dell'ambiente il 6 agosto 2010 sottoposta a un controllo integrato annuale, durante il quale vengono controllati a pié d'impianto gli scarichi dei processi lavorativi di elettrolisi, clorometani, perossidati; e un'autorizzazione provinciale (30 ottobre 2007) sottoposta a un controllo annuale degli scarichi relativi alla sodiera. Inoltre, in base a una delibera della Regione (336/2011) Arpat ogni mese controlla lo scarico generale Solvay per cadmio, piombo, mercurio, nichel. E arsenico, una volta al mese, ma solo dal 2011. Per l'agenzia i dati sono nei limiti. Ieri intanto l'Idv in Regione ha presentato un'interrogazione: «È impensabile - scrive il capogruppo Marta Gazzarri - che una zona ad alto rischio per la salute dei cittadini venga segnalata come luogo di balneazione. Dallo studio condotto nel 2010 da Ispels e Inail emerge che in Toscana si emette nelle acque ben il 42,8% dell'arsenico riversato in Italia e che il massimo emettitore è la Solvay. Questa situazione è preoccupante specie per il gran numero di persone che affollano le spiagge e per il pescato nella zona. Dato che l'impianto in questione costituisce un'importante realtà produttiva del territorio e che tuttavia le esigenze economiche non possono prescindere dalla tutela della salute dei cittadini, chiediamo alla giunta toscana se sia al corrente di quali siano gli impianti responsabili dell'emissione di arsenico. Se intende mettere in atto interventi per monitorare il tratto di costa e per bonificare le acque interessate dalla contaminazione. Mi auguro che qualora tale situazione venga accertata si provveda tempestivamente a segnalare il pericolo a bagnanti e pescatori». Sui fanghi Solvay peraltro è ancora aperta, come conferma il procuratore capo Francesco De Leo, un'inchiesta avviata nel settembre del 2009 dopo lo sforamento dei limiti accertato da Arpat. L'agenzia infatti stabilì che non era stato rispettato l'accordo siglato nel 2003 da Solvay, Comune, Provincia, Regione, ministeri dell'ambiente e delle attività produttive per la riconversione ecologica della fabbrica. Un accordo da 57 milioni di euro, di cui 17 a carico delle amministrazioni pubbliche, con cui l'azienda si impegnava a sostituire le vecchie celle a mercurio dell'elettrolisi con quelle a membrana, a ridurre gli emungimenti di acqua di falda e a ridurre la quantità di solidi sospesi scaricati in mare dal fosso bianco, fino alla loro totale eliminazione. Solvay rispettò solo i primi due punti, non quello sui fanghi. Nel 2003 scaricava 200mila tonnellate all'anno. Nel 2008 avrebbero dovuto scendere a 60mila e invece furono il doppio.
Alessandro De Gregorio "Il Tirreno" 20/6/12

Parliamoci chiaro. Io che per anni (decenni) ho consentito l'invio nel fosso bianco tonnellate di trielina, di percloroetilene, di tetracloroetano, di clorometani, di acido cloridrico, ecc. ecc. ad ogni fermata degli impianti perchè così era... impostato il sistema, mi dico che se raccontassero uno alla volta i singoli attori degli altri impianti che scaricavano solventi e molto altro (PLT, acqua ossigenata, clarene, mercurio fin dal 1940, ed in primis 15 anni di CK (1965-79) con benzinoni, nafta, oli pesanti di ogni tipo stoccati in vasche di terra adiacenti al fosso Lupaio, verrebbe fuori un quadro che farebbe cambiare opinione a tanti che credono o devono credere ai dati analitici odierni. Il mio rimorso e quello di tanti altri addetti ai lavori è oggi di non aver mai preso coscienza vera del disastro ecologico che stavamo alimentando, anche perchè, ma non è una giustificazione, non c'era negli anni 60-80 una mentalità ambientalista diffusa. Ecco perchè i dati di MD sono credibili ed aggiungo, fortemente riduttivi. Mi permetto allora un invito amichevole al nostro Sindaco che non ha elementi sufficienti per proibire e segnalare il pericolo salute: Faccia almeno togliere i 5-6 cartelli indicatori SPIAGGE BIANCHE, avrà fatto un servizio corretto e responsabile alla cittadinanza. (NdR)

Io credo nel fair play, mi spiego! Le spiagge ci sono e sono belle, ma è altrettanto vero che i dati di MD sono altamente riduttivi, come dice lei, di quello che è avvenuto ed avviene a mare del fosso lupaio. Oggi abbi...amo i mezzi, la mentalità e la lobby ambientalista per far emergere i fatti; ma non lo vogliamo! La sua generazione non parla, o pochi parlano, perché dovrebbero esporsi e chi si espone in Italia senza una corporazione alle spalle passa dal Grillo della situazione. La mia generazione è fatta di ragazzi senza storia, non ne sappiamo niente, non sappiamo un cavolo di quello che accade in funzione dell’industria, tanto più quelli a cui muore la mamma o il padre di un tumoraccio (per giunta raro chissà perché???) rimangono solo addolorati e per niente indignati, arrabbiati, incazzati. Danno magari la colpa al bisolfito del vino del nonno o il rame sulle albicocche del giardino.
Per quanto riguarda chi controlla, non mi espongo. Ho delle idee troppo drastiche per essere scritte, dovremmo incavolarci profondamente e rivedere a fondo la reale divisione dei poteri che in questo stato manca ed il metro di misura troppo cognominale per l’assegnazione degli incarichi. Ieri sera ho ascoltato Sofri a Ballarò ed il suo ultimo intervento mi è parso calzante per la situazione attuale che stiamo vivendo, diceva più o meno così: “durante il Fascismo c’era un’autarchia contro gli stati esteri, oggi viviamo un’autarchia verso gli stessi italiani, sono sempre gli altri sbagliati, il mio orto va bene è l’altro che è scorretto!!”….altro non è che quello che emerge dall’articolo che ha postato…..!!!!...incrociamo le dita e speriamo nel perdono divino…!!! - Filippo Martellacci. Vada

Che sia stato scaricato tutto quello che hai detto non ci sono dubbi, ma una considerazione la devo fare. Togliere i cartelli è come dire a un malato non hai nulla e lui guarisce e l'autore dell'articolo conosce molto bene i problemi del fosso bianco dagli anni 60, quindi non dice niente di nuovo. Angiolo Giusti - Rosignano S.

 Spiagge Bianche, per l’Arpat è tutto ok - L’agenzia sulla richiesta di vietare la balneazione: «Le concentrazioni di arsenico sono nella norma». Livelli nella norma per quanto riguarda l'arsenico. L'Arpat interviene nel caso sollevato da Maurizio Marchi relativo al presunto inquinamento delle Spiagge bianche. Il coordinatore di Medicina democratica nei giorni scorsi ha presentato un esposto in Procura allegando un dossier in cui cita dati forniti da Ispesl, Inail e dalla stessa Solvay. Dati che riguardano metalli pesanti come mercurio, cromo, cadmio, nichel e arsenico. Arpat fornisce uno studio dettagliato anche se relativo al solo arsenico. Dopo aver ricordato il complesso regime di autorizzazioni e controlli che riguardano la Solvay, e di cui avevamo già parlato, Arpat scrive che «la principale unità produttiva Solvay da cui ci risulta probabile l'emissione di arsenico nello scarico idrico è la sodiera che utilizza coke e antracite nel processo di calcinazione. Queste materie prime contengono naturalmente arsenico. Dall'analisi dei report annuali dell'unità produttiva sodiera, trasmessi da Solvay relativi agli anni 2009 e 2010, si evince un quantitativo annuo di arsenico scaricato in acqua pari a 2.531 kg per il 2009 e 1.301 kg per il 2010. Tali valori sono paragonabili con il dato di 2.930 kg indicato nel suddetto report Ispesl per il 2006. La modesta concentrazione di arsenico rilevata allo scarico, inferiore di almeno un ordine di grandezza rispetto al limite di legge e il flusso di massa citato dal rapporto Ispesl, sono del tutto paragonabili, in considerazione della rilevante portata dello scarico generale della Solvay, che è pari a circa 10.000 mc/h. Nel corso del 2011 l'Agenzia ha anche effettuato una indagine eco-tossicologica sui solidi sospesi nelle acque di scarico della Solvay, nonché sui campioni di sedimenti e sabbie. I risultati delle analisi hanno evidenziato una completa assenza di tossicità o valori di tossicità inferiori al limite di tossicità trascurabile». «Riguardo alla qualità delle acque di balneazione e di quelle marino-costiere - prosegue la nota - Arpat effettua un costante monitoraggio con le seguenti caratteristiche. Balneazione: durante la stagione balneare (1 maggio - 30 settembre) Arpat effettua campionamenti e analisi con frequenza mensile per verificare l'idoneità alla balneazione in tutte le aree di balneazione presenti sul territorio regionale al fine di supportare gli enti a cui la normativa in materia attribuisce specifiche competenze. I risultati di tali accertamenti sono tempestivamente resi disponibili sul sito dell'Agenzia». Riguardo alle due aree di balneazione in cui sono suddivise le cosiddette «spiagge bianche non risultano superamenti dei valori previsti dalla normativa europea per la balneazione per tutti i campionamenti effettuati». Acque marino-costiere: Arpat effettua il monitoraggio lungo tutta la costa toscana, su una rete costituita da 19 punti di campionamento. I campioni di acqua vengono prelevati, utilizzando il battello oceanografico Poseidon a 500/1000 metri dalla riva con cadenza bimestrale. Nei medesimi punti sono anche prelevati campioni di sedimenti con cadenza annuale. I dati del monitoraggio sono resi disponibili con una relazione annuale pubblicata sul sito dell'Agenzia. Fra le sostanze ricercate nella colonna d'acqua c'è anche l'arsenico, che risulta con livelli nella norma per quanto riguarda tutta la costa toscana.


Da vecchio chimico mi permetto solo una considerazione:
Con queste analisi praticamente perfette, del tutto analoghe alle zone con Bandiera Blu, non c'è da aspettarsi alcun tipo, neppur minimo, di provvedimento cautelare. Per ulteriori confronti vedere:
http://www.arpat.toscana.it/temi-ambientali/acqua/balneazione/livorno, quindi via libera alle iniziative come quella sotto con il patrocinio di Provincia e Comune:

Ritorna alle Spiagge bianche il grande spettacolo del Circo Nero, che lo scorso anno ha richiamato sull’arenile di Rosignano Solvay migliaia di giovani, che hanno ballato dal pomeriggio fino all’alba. L’organizzazione di questo show on the beach ha fissato la data dell’evento 2012: il prossimo 22 luglio, con inizio alle 11. «Per una festa in massima sicurezza - spiega una nota dell’organizzazione sul proprio profilo Facebook - in accordo col Comune di Rosignano Marittimo che dedicherà un' area vicina alle Spiagge bianche per il parcheggio degli autobus, Circo Nero organizza servizio pullman da ogni città della Toscana.  (vedi 2011)

Caro Andrea, ho letto, ho letto, vuol dire che ora sono tranquillo perché le centinaia di tonnellate inquinanti che ho mandato nel fosso io, si sono volatilizzate senza alcun danno, quindi state tranquilli e continuate pure. Resta però il fatto assai noto come ben sai, che l'analista trova se vuol trovare...

I Caraibi chimici più bianchi del sole
Spiagge bianche: migliaia di bagnanti davanti alla Solvay, dove le suggestioni tropicali convivono con la soda Una grande finzione da cartolina tra gli scarichi industriali e gli allarmi ambientali: foto, tintarella e metalli pesanti.
 Il paradiso tarocco inizia subito a sud di Rosignano Solvay. Il mare è di un bianco abbacinante, ma anziché latte è solo fango industriale mischiato ad acqua. La spiaggia rievoca i Caraibi, in realtà è solo il risultato della risacca che deposita a terra calcare e gesso residui della lavorazione chimica. La collinetta dà idea di una duna, però è un'ex discarica di rifiuti civili e di scarti di produzione, formalmente chiusa nel 1983 ma di fatto tenuta aperta fino al 1986 per evitare che i ratti invadessero l'abitato. Eppure in ogni weekend sulle spiagge bianche si riversano migliaia di persone, soprattutto giovani in cerca di una tintarella veloce e duratura. Mollano auto e moto negli spiazzi del Galafone e in quello vicino all’ex passaggio a livello. E con andatura stanca vanno a rosolarsi nel paradiso tarocco, dove in mare confluisce lo scarico industriale del più grande polo chimico dell’Italia centrale. E per questo, oltre che di sale, sa di sfida. Attraverso il Fosso Bianco, perennemente percorso da un fiumicello che sembrerebbe fatto di Nivea se non fosse tanto liquido, nel 2011 lo stabilimento Solvay ha sversato in mare 1449 chilogrammi di arsenico, 91 di cadmio, 1540 di cromo, 1868 di rame, 71 di mercurio, 1766 di nichel, 3218 di piombo, 15049 di zinco. Nel 2009 la procura di Livorno ha avviato un’indagine sul volume complessivo dei fanghi scaricati: a fine 2008 l’Arpat ne certificò 129mila tonnellate, più del doppio delle 60mila previste dall’accordo di programma del 2003. Nel 2010 le tonnellate furono 120mila, anch’esse depositate sui fondali coperti dai fanghi di decenni di attività industriale e pieni di metalli pesanti. Solo nel 2003 le tonnellate furono 200mila, più del triplo di quanto poi previsto nell’accordo, eppure più povere d’inquinanti pericolosi rispetto ai decenni precedenti, quando al posto delle celle a membrana nei circuiti produttivi si usavano quelle a mercurio. Ecco, le Spiagge bianche sono state generate dal polo chimico. Ciò nonostante vengono prese d’assalto senza che da qualche parte vi sia una scritta con qualcosa di essenziale, tipo: “In questo tratto di mare non esiste divieto di balneazione. Però c’è uno scarico industriale”. Basterebbe un po’ d’informazione in più. Gli unici cartelli sono quelli delle rotatorie, visto che persino sul sito www.costadeglietruschi.it (fatto dall’ex Apt), le Spiagge Bianche sono celebrate come un’attrattiva turistica e lo specchio di mare antistante decantato come cristallino: «Ci va tanta gente, il risultato delle analisi eseguite dall’Arpat le promuove come un sito a balneazione consentita», spiega Paolo Pacini, assessore provinciale all’ambiente. In effetti le cose stanno così, anche se c’è da dire che per legge gli unici parametri di cui si tiene conto per la balneabilità delle acque sono quelli fecali. E lì scarichi urbani non ce ne sono, benché in pochi chilometri vi siano concentrate l’ex discarica, le tubazioni Solvay, un serbatoio di etilene e il depuratore, il quale per un certo periodo di tempo ha scaricato dentro al Fosso Bianco: i prodotti clorati immessi nel fiume di latte finto avrebbero ucciso ogni cosa. Figuriamoci i batteri del depuratore. Nelle ultime settimane però non si è parlato di colibatteri ma di arsenico. Maurizio Marchi di Medicina democratica, dopo aver presentato una serie di esposti alla magistratura tra cui quello che ha prodotto l’inchiesta avviata nel 2009, ne ha presentato un altro: «È un luogo inquinato, usato per scaricare sostanze tossiche», ha scritto. Una premessa per chiedere che la spiaggia sia chiusa al pubblico senza limitarsi al divieto di balneazione entro la distanza di cento metri dalla foce del Fosso Bianco. Ma il sindaco Alessandro Franchi non ci sente: «Io devo attenermi gli esami dell’Arpat, che al momento sono in regola». E in effetti la quantità di arsenico riscontrata è al di sotto della soglia definita di rischio: alla confluenza tra il Fosso e il mare la concentrazione è inferiore di almeno un ordine di grandezza al limite di legge. La portata dello scarico è calcolata in 10mila metri cubi all’ora e la ragione del contendere, a Rosignano, sta qui: la legge contempla il parametro della concentrazione, non quello della quantità effettivamente sversata. Giacomo Luppichini, ex assessore all’ambiente, docente di biologia e ora consigliere comunale, ribadisce che a livello scientifico la contaminazione è accertata, almeno per quanto riguarda il mercurio presente in quantità nelle posidonie: «C’è persino uno studio del Cnr che mette in guardia dai rischi derivanti dalla nebulizzazione nelle giornate di vento - aggiunge Luppichini -. Per avere le idee chiare sull’interazione tra scarichi industriali e salute umana servirebbe un’indagine epidemiologica». Che non c’è, come conferma il dottor Marco Battaglini dell’Asl 6: «L’inchiesta è in corso e non posso anticipare i risultati del lavoro fatto da Asl e Arpat. Una cosa però è chiara: i risultati escludono rischi per la salute umana». Hanno tutti ragione. Per primi ce l’hanno i bagnanti: «Vengo qui perché mi abbronzo subito - dice una ragazza nello striminzito costumino rosso - Il sole batte sulla sabbia bianca e il riflesso ne amplifica l’effetto. In un giorno si diventa neri. I rifiuti industriali e l’ex discarica? Boh, cosa vuole che ne sappia...». Pure l’Arpat ha ragione: la legge prevede parametri e prescrizioni, non si può strafare. Ce l’ha il sindaco, che per impedire la balneazione ha bisogno del supporto delle analisi. Ce l’hanno gli ambientalisti, il cui ragionamento non fa una grinza: perché indirizzare i bagnanti verso una spiaggia alimentata dai rifiuti industriali? E infine hanno ragione i fotografi, che soprattutto d’inverno utilizzano le Spiagge bianche come scenario tropicale. Una finzione, s’intende, però fa lo stesso: è il risparmio che conta. E Solvay? L’inchiesta è iniziata nel 2009 e va avanti. Quando la fabbrica arrivò sul territorio, cent’anni fa, nessuno prendeva la tintarella né potevano prevedere che attorno alla sodiera sarebbe sorta una città. In tal senso neppure Solvay ha torto, benché nel tempo la coesistenza coi residenti si sia fatta difficile. I suoi tecnici stanno affinandosi nella dissoluzione dei solidi con l’acido, col proposito di valorizzare il composto chimico come materia prima nei cicli produttivi. Quando il procedimento sarà ottimizzato, per le Spiagge bianche sarà l’inizio della fine (di Antonio Valentini per "Il Tirreno" 8 luglio 2012)

‎...lo sanno tutti che è tutta inquinata quell'area, scemo chi ci va e chi fa pure il bagno! Simone Cuppoletti (FB)

Se era inquinata la chiudevano. Sara Giacomo (FB)

Gli unici parametri di cui si tiene conto per la balneabilità delle acque sono quelli fecali. E lì scarichi urbani non ce ne sono, benché in pochi chilometri vi siano concentrate l’ex discarica, le tubazioni Solvay, un serbatoio di etilene e il depuratore, il quale per un certo periodo di tempo ha scaricato dentro al Fosso Bianco: i prodotti clorati immessi nel fiume di latte finto avrebbero ucciso ogni cosa. Figuriamoci i batteri del depuratore. La Ilaria (FB)

Tutta salute !!! fate pure il bagno senza problemi !!! Daniele Mucci (FB)

Un grazie ad Antonio Valentini che riprende ed amplifica con altri mezzi per una più vasta platea, quanto andiamo inutilmente sostenendo dal 2002 (NdR)

Ma allora anche le zone li vicino sono inquinate. Non credo che a Castiglioncello ,Vada, non arrivi  nulla. Lorella Taccola (FB)

Chiaramente più ci si allontana dal punto di scarico del fosso industriale, più la situazione migliora, tuttavia è sempre prudente e fortemente consigliabile bagnarsi più lontano possibile e per essere chiari sono da evitare le aree comprese fra il pennello a sud e punta Lillatro. Tuttavia questi limiti variano secondo il vento e le correnti marine. Oggi con discreto scirocco da sud, anche l'area Canottieri è investita, e si vede bene dal colore biancastro del mare, da residui provenienti dallo scarico, che come non ci stancheremo mai di ripetere NON SONO SOLO SODA. Ecco quindi l'importanza di informare la cittadinanza al di la delle analisi ufficiali sempre discutibili e dipendenti dal luogo, dal modo e dal momento del campionamento, del rischio potenziale esistente in un'area di questo tipo.(NdR)

Quante volte abbiamo denunciato queste cose..inutilmente. Sembra quasi che non interessi a nessuno ed anche l'amministrazione si trincera dietro l'aridità delle cifre e delle leggi...e degli interessi economici. La Solvay, anche questo è ultra noto, ha sempre fatto il bello ed il cattivo tempo! Walter Botti (FB)

A me interessa solo che più gente possibile sappia, così come deve sapere e valutare il potenziale rischio cloro sempre attualissimo che come questo, non interessa a nessuno. Le autorità e la fabbrica fanno le loro politiche come sempre, ma la rete può dare una mano importante per la diffusione e la conoscenza di un rischio importante per la salute dei cittadini. Non si può più accettare che accada ancora, come raccontava giorni fa Paolo Pagnini che durante un suo recente giro fotografico al fosso bianco si è permesso di far presente ad una signora di far uscire il bambino dalla bocca del fosso, ottenendo la risposta: "ieh! ichhè vole che sia, l'he soda e me lo lava!!!" BASTA con questa ignoranza da popolo sottosviluppato, se le autorità hanno i loro alibi, noi non ne abbiamo, il "chi se ne frega" non rientra nel mio dna. Ringrazio anche i giornalisti de "Il Tirreno", Valentini, Rocchi, Bernardeschi, Moscadelli che periodicamente ripropongono l'argomento. Se di più non si può fare, facciamo almeno il possibile. (NdR)

Concordo su tutta la linea con i vari commenti ed in particolar modo con l'ultimo. La cosa che a me fa più pensare è il fatto che non solo si lascia la balneabilità di un tratto di costa da bollino rosso, ma lo si pubblicizza attraverso siti istituzionali (APT et similia) ed indicazioni turistiche con i cartelli stradali marroni. Quindi facendo una similitudine molto rozza si mette sullo stesso livello un sito industriale inquinato (chi dice il contrario lo fa in malafede secondo me) con un sito di interesse storico, architettonico o magari archeologico.  Paolo Montechiaro (FB)

Leggo l'articolo: VADA, VIAGGIO NEL MARE DEI PARADOSSI-I CARAIBI CHIMICI PIU' BIANCHI DEL SOLE. Si tratta a sproposito di scarichi Solvay citando arsenico, cromo, cadmio, rame mercurio, nichel, piombo, zinco citando quantità ben precise. Non sò se l'autore dell'articolo, tale Antonio Valentini, si sia affidato a notizie ricevute dal Marchi di MD, che viene pure citato, o abbia pubblicato dati reperiti da altre fonti. Il Marchi continua a lavorare per demolire una buona parte del lavoro di qualità rimasto nelle ns zone. Vogliamo chiudergli la bocca una volta per tutte o no ? Mi aspetto una presa di posizione da parte dell'Azienda per difendersi, ma soprattutto per difenderci e dire le cose come stanno. Bruno Grossi(FB)

Spiagge Bianche, una discarica dopo lo spettacolo. 
L’evento con il Circo nero ha lasciato sull’arenile migliaia di
bottiglie, pacchetti di sigarette e cartacce. Il Comune chiude l’accesso per permettere la pulizia. Migliaia di bottiglie, pacchetti di sigarette ovunque, decine di ciabatte infradito, magliette, cartacce, scheletri di gazebo. Le Spiagge bianche rischiano di rubare il primato a Scapigliato, storica discarica nel comune di Rosignano. Il day after al mega beach party di domenica restituisce uno scenario catastrofico. Arenile deserto e spazzatura ovunque. Ce ne vorrà per il rifare il make up ai Caraibi modellati dalla soda. Il Circo nero ha smontato il tendone all'alba di lunedì. La carovana è ripartita verso altri lidi: il divertimento non può aspettare. Clown e trampolieri si sono struccati e la musica è stata spenta. L'unica promessa è stata mantenuta: tutto finito entro le due del mattino. Sono arrivati in 30mila da ogni parte della Toscana, ma anche da fuori. Chi doveva lavorare è rientrato subito a casa, qualcuno ha preferito bivaccare fino alla mattina. E il risveglio non deve essere stato poi tanto diverso da quello di Pinocchio dopo la nottata nel Paese dei balocchi. Desolazione. Serviranno giorni per ripulire tutto l'arenile. Il sindaco Alessandro Franchi ha già firmato l'ordinanza: 36 ore di chiusura forzata per togliere la spazzatura dalla spiaggia e dalle dune. Diventeranno 48 se gli operai non riusciranno a restituire il litorale ai bagnanti. Serve una passeggiata per rendersi conto di cosa abbia lasciato il beach party di domenica. Il parcheggio a ridosso dell'Aurelia è vuoto. Ci sono solo due o tre auto: i turisti si sono arresi al vento e alla sporcizia. Oggi si sta a casa. Per terra, dentro i fossi, nei campi ci sono lattine di birra, borsine di plastica e tante bottiglie di vetro. Il Comune aveva vietato di introdurle in spiaggia. I più rispettosi se le sono scolate in un sorso davanti al punto di controllo, gli altri hanno preso sentieri alternativi e se le sono imbucate al party. Le hanno seminate dappertutto. Erano vietate pure le cannucce, ma ci sono anche quelle. "Il Tirreno"

Non capisco il perchè dare le autorizzazioni per simili eventi..... la festa se tale era, ha creato di fatto un luogo altamente fuori controllo per quanto riguarda situazioni di spaccio e di consumo di alcol in maniera veramente indiscriminata.... ci sono stato verso le due la notte , al momento che il tutto era appena finito ed ho visto un fiume di persone che mi hanno fatto ricordare il mitico film di ZOMBIE..... , poi tutti, sotto gli occhi delle forze dell'ordine presenti che vedevo in netta difficoltà nella gestire il traffico , si sono messi in macchina per cercare di tornare a casa o andare chissà dove a finire la nottata.... ma al di la di questo mio pensiero mi pongo un altra domanda..... perchè la nostra sangriata no? ...... il risultato del divertimento era lo stesso per i partecipanti, solo che alla fine di tutto i v...ecchi ragazzi del rugby Rosignano devolvevano parte del ricavato per acquistare mezzi alla pubblica assistenza..... hanno fatto smettere di fare questo per motivi di ordine pubblico, ha distanza di pochi anni ci troviamo il circo nero.... organizzato da non sò chi..... con i soliti risultati di migliaia di stonati che poi vagano per le strade di Rosignano cercando la via di casa ........ in sostanza vorrei sapere..... la sangriata no e il circo nero si? chi ha veramente degli interessi dietro? e perchè? e poi..... il territorio per questo evento è stato dichiarato sicuro da qualcuno? è stato davvero tutto in regola? oppure qualcuno chiude gli occhi a comando e fa finta di non vedere? chi ci guadagna veramente dietro tutto questo? La sangriata diventò poi la briaata...... ma a noi andava bene, ricordi? poi diciamo è degenerata..... e tutto sommato per me hanno fatto bene a toglierla.... troppo casino purtroppo..... ma il circo nero..... a chi serve davvero il circo nero? mi piacerebbe risposta esaudiente di chi conta....Maurizio Lami su "Il Tirreno"

Mi pare che il controllo sia mancato totalmente, il Sindaco poteva ricorrere al Prefetto per precettare i vigili...comunque, facendo la strada di accesso, sia di giorno che alle 22 si vedeva di tutto...e da due giorni scaricavano camion di birra e liquori. Inoltre, ci si lamenta per come è stata lasciata la spiaggia (che normalmente è piena di rifiuti)...ma quanti cestini ci sono alle spiagge bianche??? Penso che possiamo ritenerci fortunati se tutto è filato liscio...Certamente l'Amministrazione (perche con la A maiuscola si dovrebbe scrivere ma non lo merita) ha perso una buona occasione per gestire un evento importante. Cesare Baggiani su "Il Tirreno"

Troppa gente, mai più il beach party - Decisione del sindaco dopo il caos. Ma nel contratto con gli organizzatori non erano previsti tempi di pulizia - La Pro loco di Vada «No ai divieti servono controlli.
Il Circo nero il prossimo anno non monterà il tendone alle Spiagge bianche. Il beach party si ferma alla seconda edizione. Troppe 30mila presenze ai Caraibi rosignanesi. Secondo gli organizzatori di Stranomondo srl gli accessi avrebbero toccato quota 50mila. Ma il giorno dopo, quando da pista da ballo l'arenile è tornato una spiaggia, gli effetti devastanti si sono manifestati agli occhi di tutti: bottiglie seppellite dalla sabbia, pacchetti di sigarette e immondizia. Da lunedì il litorale è off limits: verrà riaperto oggi, quando si concluderà la pulizia a mano (quella dei mezzi meccanici si è conclusa ieri sera). L'autorizzazione firmata dal Comune imponeva la pulizia agli organizzatori. Niente penali, né tempi di lavoro indicati. Un patto tra gentiluomini. «Macché penali e penali. Non è un contratto - dice il sindaco Alessandro Franchi - i responsabili dovranno sistemare la spiaggia e basta». Ma chi garantisce che le Spiagge bianche torneranno all'antico splendore dopo che il vento ha seppellito e sparso rifiuti per tre giorni? E lo sporco finito in acqua? Qualcuno parla già di danno ambientale. «Che devo dire? Abbiamo emesso un'ordinanza - sbotta Franchi - se la guardia costiera riterrà che il litorale è ancora sporco chiederemo ai responsabili di tornare al lavoro. Il problema sono stati gli accessi. Troppi. Abbiamo bisogno di pensare ad altri eventi che richiamino meno persone». Chi ha traghettato domatori e ballerine in spiaggia non ci sta a vedersi accollare le responsabilità di una serata che è andata fuori controllo. «È doveroso comprendere e scusarsi dei disagi incontrati dai cittadini della zona per il traffico - scrivono gli organizzatori - e l’impossibilità di usufruire della parte di spiaggia occupata dalla festa per effettuare le pulizie. Ma il programma della ditta privata e di quella legata al Comune ha dovuto subire dei ritardi per una causa inaspettata non preventivabile: il maltempo e il forte vento». Dopo le scuse, gli attacchi: per la vendita degli alcolici da parte di abusivi e per lo sciopero dei vigili. «L'ordinanza del sindaco - scrive Stranomondo - vietava l'ingresso alla festa di venditori di alcolici abusivi ma poi ci chiediamo come mai c'erano, e in massa, e organizzati, vendendo alcolici in bottiglie di vetro». E poi, il carico: «Pensate che all'estero possa succedere che in occasioni così importanti per la città ci possa essere uno sciopero dei vigili urbani?». «Se i venditori abusivi sono entrati alla festa - replica Franchi - significa che ci sono state delle falle nei controlli. Non è colpa nostra. E sullo sciopero dei vigili posso solo dire che anche l'amministrazione l'ha subìto. È il prefetto che ha scelto di non precettarli e coinvolgere la questura». «Era prevedibile che dopo una iniziativa di spettacolo come il Circo Nero che ha convogliato alle Spiagge Bianche migliaia e migliaia di giovani, ci fossero le discussioni e le polemiche del giorno dopo tra chi e’ favorevole a tali eventi e chi e’ contrario». Esordisce così Roberto Creatini (nella foto), presidente della Pro Loco di Vada, che poi spiega il suo punto di vista sul beach party. «È naturale - spiega - che un evento che raccoglie dalle 30.000 o forse piu’ presenze in un’area cosi’ aperta, porti a qualche problema di organizzazione anche per i due giorni successivi all’evento (spazzatura, pulizia spiaggia, traffico) ma e’ anche vero che tali eventi, se correttamente sviluppati sul territorio, sono anche un forte richiamo turistico». Insomma secondo il presidente della Pro Loco vadese «il problema non si risolve semplicemente vietando da ora in poi dette manifestazioni, ma semmai si tratta di controllarle meglio. La scelta dei vigili di scioperare proprio quel giorno non e’ certo stata delle piu’ apprezzate da parte della cittadinanza». (Rino Bucci "Il Tirreno 25/7/12)

Dal Sindaco Alessandro Franchi alcune precisazioni e considerazioni sull'evento "Circo Nero" alle spiagge bianche di Vada.
“Considerato quanto detto e scritto negli ultimi giorni sull'evento "Circo Nero" alle spiagge Bianche ritengo necessarie alcune precisazioni e considerazioni. Non ho mai parlato di“falle nei controlli” e per quanto riguarda la questione dell’assenza della Polizia Municipale, premesso che il diritto di sciopero è un diritto garantito dalla Costituzione, ho spiegato che il soggetto che può precettare in caso di sciopero è il Prefetto. In questo caso il Prefetto, che sulla questione mi ha interpellato più volte e con il quale abbiamo concordato il da farsi, ha ritenuto, giustamente a mio avviso, che non fosse il caso di procedere con la precettazione in quanto con la presenza delle altre forze dell’ordine sarebbe stato possibile sopperire alla mancanza degli agenti della Polizia Municipale. Non è vero inoltre che non siano stati previsti dei tempi di pulizia. Così come lo scorso anno, era a carico degli organizzatori la pulizia della spiaggia, essendo questa una delle condizioni previste per il rilascio dell’autorizzazione. La pulizia della spiaggia è quindi iniziata alle 5 del mattino e avrebbe dovuto concludersi entro le ore 9 per consentire l’uso da parte dei bagnanti. Il forte vento ha però impedito ai mezzi meccanici di procedere celermente con il lavoro e dunque è stata necessaria l’ordinanza di chiusura per evitare la promiscuità tra i mezzi in movimento ed i possibili avventori della spiaggia. Ieri, durante tutto il corso della giornata, i mezzi meccanici sono stati a lavoro e, secondo quanto ci ha riferito la Guardia Costiera, che questa mattina ha effettuato un sopralluogo, oggi i mezzi non sono presenti perché hanno completato il proprio lavoro. Sono ancora in spiaggia alcuni addetti che manualmente stanno rimuovendo gli ultimi residui. Approfitto dell’occasione per una considerazione. Premesso che le polemiche del giorno dopo sono noiose, vorrei sottolineare che è inevitabile che un evento da 30mila persone crei del caos. Nonostante questi numeri giganteschi, troppo grandi a mio avviso per le spiagge bianche, tutto è andato bene. E questo grazie al lavoro di organizzazione che è stato svolto nelle settimane precedenti e allo straordinario impegno messo in campo da tutte le forze dell’ordine presenti per tutto il giorno. Così come straordinario è stato il lavoro dei tantissimi volontari della Pubblica Assistenza di Rosignano che hanno presidiato la festa. Per il futuro ritengo chele spiagge bianche possano essere utilizzate per attività di intrattenimento e di spettacolarizzazione a patto che i numeri siano sostenibili. Si tratta di non esagerare con le presenze per non mandare in stress il territorio e garantire il massimo della sicurezza per tutti”. (CRM)

Voglio chiarire senza filtri di nessuno la mia posizione. In questi giorni si fa un gran parlare di Circo Nero. Chi è a favore, chi contrario e giù le solite polemiche dei soliti commentatori del giorno dopo che non sono mai contenti qualunque cosa venga fatta. Lo spettacolo di musica, giocolieri e mangiafuochi non è male; complessivamente, l'organizzazione ha funzionato, nonostante le presenze di decine di migliaia di persone - salvo qualche episodio - non è successo niente di particolare; le forze dell'ordine impegnate e i volontari della Pubblica Assistenza di Rosignano (ovviamente con compiti diversi) hanno fatto un lavoro straordinario; il pattume lasciato è né più né meno quello di altre manifestazioni che hanno un pubblico simile e comunque la pulizia della spiaggia era a carico degli organizzatori; la stragrande maggioranza di ragazzi è andata lì per divertirsi, stare con amici e ascoltare musica. Allora dove sta il problema? Nell'eccessivo numero di persone presenti. Quella zona non ce la fa a sopportare 30/40mila presenze tutte insieme contemporaneamente, con la viabilità a rischio stress, i parcheggi non sufficienti e le condizioni minime di sicurezza che non sono garantite per tutti. Quindi, se si vogliono utilizzare le spiagge bianche per organizzare eventi, occorre pensare a iniziative che siano più compatibili con il luogo. Evitando, se possibile, noiose polemiche! Alessandro Franchi (FB)

In consiglio comunale stiamo discutendo sulla manifestazione del CIRCO NERO. Personalmente sono contraria a queste manifestazioni affrontate in modo superficiale sia per quanto riguarda la sicurezza che la legalità. ABBIAMO FERMATO LA SANGRIATA APPELLANDOCI ALLA SICUREZZA CHE AVEVA UN TRASPARENTISSIMO RITORNO SOCIALE E CONSENTIAMO UNA FESTA CHE PORTA SOLDI IN TASCA SOLO AGLI ORGANIZZATORI con spese aggiuntive per ripulire le spiagge, rischi e brutti episodi. Angela Porciani

Chiudiamo l'argomento x quanto ci riguarda: si facciano tutti i circhineri e affini che vogliamo, ma non davanti a 500 tonnellate di mercurio, tralasciando il resto. Ci sarà un'altra area disponibile senza inquinamento, nel terzo comune per estensione (120,24 kmq) della Provincia? E' chiedere troppo? (NdR)

2013 la cronaca non si ferma

A marzo 2013, meglio tardi che mai:
Addio Circo Nero. Stop alle feste di notte sulla spiaggia. In approvazione il regolamento di gestione del demanio. L’assessore: «Vietati eventi dopo le 21, preservare l’habitat». No all’utilizzo per pubblicità violente. «ARENILI» GIRO DI VITE DEL COMUNE.
Con il nuovo regolamento, se approvato, scatteranno limitazioni anche per i servizi fotografici e le riprese televisive, per cui spesso vengono utilizzate le Spiagge bianche. «Prima di tutto - dice l’assessore - abbiamo deciso di escludere i mesi di luglio e agosto per questo tipo di concessioni. Inoltre, per il resto dell’anno, abbiamo deciso di non dare più di due autorizzazioni contemporanee e non autorizzare riprese e foto che pubblicizzano armi, alcol, fumo e gioco d’azzardo o abbiano messaggi di tipo razzista o pornografico».
Addio Circo Nero alle Spiagge bianche. Stop a feste, musica e balli sull’arenile tra il Lillatro e Vada. Come del resto su tutte le spiagge del territorio rosignanese. Il coprifuoco per eventi lungo la battigia è stabilito alle 21, orario dopo il quale gli arenili dovranno essere liberi. A meno che la festa in questione non venga patrocinata direttamente dall’amministrazione, che quindi si rende responsabile di una precedente valutazione complessiva dell’evento. Questo stabilisce il regolamento di gestione del demanio marittimo, che l’assessore Margherita Pia porta oggi in consiglio comunale per l’approvazione. Un documento che è stato dibattuto per molti mesi e che prevede numerose novità rispetto al vecchio regolamento, ormai datato (risale al novembre del 2002). Diciamo subito che l’amministrazione locale ha deciso per la linea del rispetto dell’habitat marino, limitando il sovrautilizzo della fascia costiera demaniale. Niente feste sulla spiaggia. L’organizzazione delle manifestazioni temporanee sugli arenili è stata il motivo del ritardo nell’approvazione del nuovo regolamento demaniale. «Abbiamo cercato di sviscerare - spiega l’assessore Pia - tutte le possibili situazioni individuabili come eventi sulla spiaggia. Alla fine è emerso che tali iniziative devono preservare l’ecosistema marino». Quindi il Comune, sulla base del regolamento che viene votato oggi dal consiglio comunale, avrebbe deciso di «non autorizzare eventi che comportino movimento di sabbia o inquinamento». Pensando a eventi sugli arenili, viene subito in mente la maxi festa organizza l’estate scorsa dal Circo Nero. All’evento parteciparono migliaia di persone e la mattina seguente le Spiagge bianche si risvegliarono colme di rifiuti, tanto che il sindaco fu costretto a interrompere la balneazione per permettere la pulizia della sabbia. Ecco, sulla base del nuovo regolamento di gestione del demanio marittimo, ciò non potrà più accadere. «Su arenili e scogliere - precisa l’assessore - non vengono consentiti eventi oltre le 21, a meno che l’iniziativa non sia patrocinata dal Comune (il Circo Nero non lo era, ndr), e quindi ci sia una valutazione politica dettagliata precedente all’iniziativa». Solo sei autorizzazioni per venditori ambulanti. «Negli anni passati - dice ancora Pia - sulle spiagge c’era un invasione di ambulanti con carrelli elettrici (l’anno scorso erano state date 15 autorizzazioni). Ciò ha comportato numerose lamentele da parte dei cittadini». Ecco perché il nuovo regolamento prevede che ogni anno, prima dell’estate, siano messe a bando un totale di sei autorizzazioni per rivendite ambulanti con carrelli elettrici (in genere gelatai e commercianti di bibite e panini). Nel dettaglio, le autorizzazioni previste sono 3 per le Spiagge bianche, 1 a Pietrabianca e 2 in zona Mazzanta. «Non vogliamo certo smorzare - termina l’assessore - lo slancio imprenditoriale, ma è fondamentale tutelare l’habitat. Non dimentichiamo che i turisti vengono nelle nostre zone perché l’ambiente naturale rappresenta ancora un’attrattiva importante».

Feste sulle spiagge Comune nel mirino del popolo della notte. L’assessore Agostini precisa: «Limitazione alle 21 solo per eventi non patrocinati, gli stabilimenti non sono inclusi». Cambiano le regole musica e balli fino alle 2 di notte.
Musica dal vivo e serate danzanti fino a tarda notte. Certo, solo per prestabiliti periodi dell’anno. Perché se fino ad oggi l’ora x per staccare le spine degli amplificatori erano le 1 di notte, da questa estate il coprifuoco verrà posticipato almeno di un’ora. Non tutte le sere. Il Comune, con l’intenzione di incentivare l’organizzazione di eventi e serate, ha infatti in programma di individuare alcuni periodi dell’anno in cui la musica potrà risuonare nei locali e nelle piazze anche fino alle 2 (in realtà c’è da stabilire se il nuovo limite orario saranno le 2 o le 3 di notte). «Finora si trattava di deroghe specifiche - dice l’assessore al turismo Luca Agostini - per un giorno, a parte Ferragosto per cui non è prevista neppure una deroga, nel senso che è chiaro che si tratta di una nottata particolare. In futuro individueremo certi periodi dell’anno, per esempio le vacanze pasquali, la settimana intorno al Ferragosto, le notti colorate, tutte le vacanze natalizie, in cui gli eventi organizzati in piazza o nei locali potranno andare avanti almeno fino alle 2». Il Comune conta di approvare il regolamento entro fine aprile, quindi renderlo operativo già per la prossima estate.
«La restrizione oraria per l’organizzazione di eventi sulle spiagge si riferisce esclusivamente alle zone pubbliche. In realtà, se pensate secondo criteri condivisi dall’amministrazione, di feste estive in riva al mare ce ne saranno». Parola di Luca Agostini, assessore al turismo. Tanto è vero che il Comune ha già ricevuto numerose richieste (Agostini parla di quattro) per autorizzare, durante la prossima estate, eventi sulle spiagge libere della costa. Lo garantisce l’assessore, che risponde alle molte polemiche sulla decisione del Comune di negare i party sul mare dopo le 21. «Qualsiasi attività di intrattenimento sulle aree in concessione - dice Agostini -, ossia gli stabilimenti, non ha alcune limitazione oraria». Agostini, come del resto l’assessore alla programmazione del territorio Margherita Pia, ripetono che i beach party saranno vietati dopo le 21 soltanto se non avranno il patrocinio del Comune. Ciò non significa, insomma, che il Comune voglia bloccare le occasioni di divertimento sul territorio. Anzi, l’intenzione è quella di gestirle al meglio. «Dato che le feste sulle spiagge libere - prosegue Agostini - sono cose delicate, abbiamo previsto che normalmente le attività di intrattenimento devono terminare alle 21. Ciò non significa che oltre quell’orario non si possa prevedere un evento sugli arenili demaniali, basta che i soggetti organizzatori condividano il programma e la gestione con il Comune». Una precisazione, quella degli amministratori, che viene dopo una serie di polemiche sulla scelta del Comune di stabilire un coprifuoco - le 21, appunto - per le feste in riva al mare. Quanto al passato, ossia la festa che il Circo Nero ha organizzato l’estate scorsa alle Spiagge Bianche e che la mattina seguente, a causa dei rifiuti presenti sulle dune, ha costretto il sindaco Franchi ha interdire l’utilizzo dell’area ai bagnanti, Agostini e Pia spiegano che eventi del genere possono anche essere previsti. «Purché gli ideatori - dice Agostini - chiedano il patrocinio per l’evento. Il Circo Nero non lo aveva richiesto, ma era un evento condiviso con il Comune, all’inizio era stato creato un tavolo di regia con le forze dell’ordine. Il problema è che è mancata una regola sull’obbligatorietà della pulizia». Proprio per garantire la pulizia degli arenili in caso di party sul mare (ovviamente patrocinati dal Comune), l’amministrazione ha deciso di inserire nel regolamento delle aree demaniali una norma che chiarisce come gli organizzatori debbano lasciare una fideiussione al Comune, che si riserva di usare quei soldi per pulire le zone nel caso in cui gli stessi organizzatori non si occupino del ripristino della pulizia. «Non neghiamo a nessuno - dice l’assessore Pia - la possibilità di fare feste, semplicemente la richiesta dovrà arrivare al sindaco con una richiesta patrocinio. Il sindaco la vaglierà e se verrà ritenuta valida verrà approvata dalla giunta, con una normale delibera di iniziativa. In questo modo abbiamo pensato di tutelare cittadini e chi fa turismo e anche l'ambiente». (Anna Cecchini per Il Tirreno del 14/3/2013)

               Regolamento manifestazioni temporanee - Art. 22
1. Sono autorizzate l’occupazione e l’uso di aree libere, ancorché non concessionabili, per manifestazioni di carattere temporaneo quali feste, manifestazioni sportive o culturali, iniziative di intrattenimento o ricreative, mercatini, etc. che prevedano o meno l’installazione di strutture di facile rimozione.
2. Al medesimo richiedente sono autorizzate una o più iniziative purché la durata massima complessiva delle stesse non superi i 15 giorni nell’arco dell’anno solare, comprensiva dei tempi per l’allestimento e la rimessa in pristino dello stato dei luoghi.
3. Uno specifico ambito demaniale non può essere occupato dalle manifestazioni di cui al primo comma per un periodo complessivo superiore ai 75 giorni nell’arco dell’anno solare.
4. Durante la stagione balneare, se le manifestazioni si svolgono su arenili e/o scogliere, la durata massima delle stesse non può essere superiore ai tre giorni.
5. Salvo quanto previsto dal successivo comma, non è consentito lo svolgimento di manifestazioni su arenili e/o scogliere che si protraggono oltre le ore 21:00.
6. Alle manifestazioni che hanno il patrocinio di questo Ente ed ai mercatini, non si applicano le limitazioni temporali di cui ai commi 2, 4 e 5. In ogni caso la durata di ogni singolo evento non potrà essere superiore ai 30 giorni.
7. Al fine di preservare e salvaguardare l’ecosistema marino, non sono autorizzate quelle manifestazioni o eventi sportivi che:
a) comportino movimentazione di sabbia;
b) presentino un potenziale rischio di inquinamento dell’arenile e/o dello specchio acqueo.
8. Non è consentito lo svolgimento di mercatini ed altre attività lucrative su arenili e/o scogliere.

PDL all'attacco: «Regole assurde, così il Circo nero esce dalla porta e rientra dalla finestra».
Questa la convinzione di Maria Grazia Angeli, consigliera del Pdl, sulla vicenda del regolamento del demanio pubblico. «I nostri amministratori si sono arrogati la facoltà discrezionale di riempire il contenuto del regolamento demaniale con modalità che potrebbero, caso per caso, facilmente sfociare nel clientelismo, il concetto di "invasivita". Imperterriti sono andati avanti, di fatto riconoscendo agli sperimentati effetti delle feste (carenza di sicurezza, sporcizia, chiusura delle aree, danno all'ambiente e al territorio), legittimando una questione che è di per sé, dannosa, incapace di recare risultati socialmente ed economicamente utili e portatrice invece di effetti intollerabili, in termini di libera fruibilità dell'arenile, di sicurezza, di rispetto dell'ambiente». Secondo la consigliera del Pdl «è evidente come il Comune e gli assessori di competenza non abbiano esitato a sacrificare i veri e generali interessi dei cittadini e dell'economia locale, all'esclusivo vantaggio di alcune particolarità, quelle che, dagli eventi temporanei traggono enormi guadagni». Secondo Angeli «il limite orario delle 21 (comunque incomprensibile, in quanto se facilita il superamento della questione relativa alla sicurezza, in nulla risolve quello primario dell'accumulo della sporcizia), con le nuove norme si permetterà, alla sola condizione di condividere programma e gestione, la facoltà di organizzare eventi sugli arenili demaniali, anche oltre l'orario imposto». Infine «in conseguenza delle decisioni dell'amministrazione, quindi, seppure, come opposizione costruttiva ed attenta, non possiamo non denunciare la faziosità e l'arroganza di scelte che appaiono non solo irrispettose del grave disagio che cittadini, commercianti e turisti torneranno a subire, ma anche ben poco diverse da quelle che hanno legittimato gli eccessi del Circo nero». Il Tirreno 31 marzo 2013.

      Scarichi abusivi, Solvay sotto accusa - I fanghi annacquati per diluirne la concentrazione - Indagati il direttore uscente e altri quattro ingegneri.
Quattro anni di indagini, due consulenze, un numero imprecisato di analisi, campionamenti, sequestri. Quattro anni di lavoro sottotraccia per arrivare a un risultato storico: la Solvay ha ammesso che sì lo stabilimento chimico di Rosignano non stava facendo le cose in regola, al contrario del mantra ripetuto da direttori e dirigenti che si erano succeduti negli anni. Tanto da richiedere il patteggiamento alla Procura e accettare, per averlo, di realizzare un piano anti-inquinamento tra i sei e i dieci milioni di euro. Ora il direttore uscente Michèle Huart e altri quattro ingegneri della Solvay, sono indagati dalla Procura dopo gli accertamenti eseguiti dal reparto aeronavale della guardia di finanza, dall'Arpat e grazie a una doppia consulenza tecnica. Gli accertamenti avrebbero dimostrato l'esistenza di 4 punti di scarico non conosciuti da chi (Arpat) doveva eseguire i controlli e la consuetudine, vietata dalla legge, di annacquare i fanghi in modo da aggirare i parametri.Insomma, l'inquinamento delle caraibiche Spiagge bianche sarebbe stato dimostrato. Fin qui l'unica cosa mai messa in dubbio era il volume dei fanghi industriali scaricati in mare. Ma, si diceva, quei fanghi contengono solo carbonato di calcio, sono innocui come gusci di conchiglie. E allora pazienza se l'azienda non aveva rispettato gli impegni dopo aver firmato, nel 2003, un accordo per la riconversione ecologica della fabbrica. Con quell'accordo da 57 milioni (di cui oltre 17 a carico delle amministrazioni pubbliche) firmato con Comune, Provincia, Regione, ministeri dell'Ambiente e delle Attività produttive, l'azienda si era impegnata a sostituire le vecchie celle a mercurio dell’elettrolisi con quelle a membrana e a ridurre gli emungimenti di acqua di falda attraverso il riciclo delle acque reflue dei depuratori di Cecina e di Rosignano. Solvay rispettò solo questi due punti dell'accordo ma non quello sui fanghi: avrebbe dovuto ridurre la quantità di solidi sospesi scaricati in mare dal fosso bianco fino alla loro totale eliminazione. Nel 2003 ne scaricava 200mila tonnellate all'anno, tonnellate che nel 2008 avrebbero dovuto essere 60mila e invece furono 129mila.Che quei fanghi fossero troppi era pacifico. Che fossero non esattamente innocui lo avrebbe accertato la Procura. L'inchiesta fu aperta nel settembre 2009. Qualche mese dopo il sindaco Alessandro Franchi estese il divieto di balneazione dove sfocia il fosso bianco. Il sostituto procuratore Rizzo si rivolse a un pool di ingegneri chimici di Milano. Fioccarono le reazioni politiche, con interrogazioni in Regione. Quando sembrava che l'inchiesta potesse arenarsi, Medicina democratica ne chiese una nuova. Non ce ne è stato bisogno. La prima perizia fu seguita da una seconda consulenza, affidata all'ing. Albino Tussi: non un fervente ambientalista ma un professionista che lavora nel mondo dell'industria. Le sue conclusioni e le sue obiezioni mosse nei vari incontri con l'azienda non avrebbero incontrato ostacoli. Anche perché Arpat e finanzieri avrebbero scoperto che le cose in Solvay funzionavano in modo scorretto. Fino ad allora i controlli di routine - pure affidati ad Arpat - erano stati eseguiti nello stesso punto di scarico, dove il fosso bianco sfocia in mare. O eccezionalmente a pie’ di impianto per la sodiera. Ma dagli accertamenti sarebbero emersi altri quattro scarichi abusivi. Questi e il sistema della diluizione sono ritenuti la chiave di tutto: la dimostrazione che Solvay avrebbe violato le disposizioni anti-inquinamento. Così Rizzo ha chiuso le indagini, notificando il 415 bis alla Huart e agli altri. I legali di Solvay hanno chiesto di patteggiare: ammissione "storica". Storica e niente affatto scontata. La Procura ha posto alcune condizioni: bonificare, poi cambiare registro. L'azienda (che abbiamo contattato ma che al momento ha scelto di non commentare) ha cominciato un percorso del genere. Ha cessato di diluire gli scarichi. Ha realizzato una saracinesca a sbarramento del fosso in modo da evitare che sostanze come l'ammoniaca finiscano in mare, convogliandole in vasche di contenimento. Sta lavorando intorno alla sodiera e ha avviato un processo pilota per definire portate e composizione dei fanghi.Tutti questi adempimenti sono al centro di una verifica del consulente della Procura. A giorni il suo lavoro dovrebbe essere concluso: convinto lui, si potrà patteggiare. Ma non è finita. C'è una scadenza, il 2015: se tra due anni i controlli dovessero bocciare ancora Solvay, la magistratura passerebbe ai sequestri. E tutti sperano di non arrivare a questa Ilva 2. Di Alessandro De Gregorio Il Tirreno 4/6/13.

Quel litorale così bello e avvelenato.
C’è da chiedersi come reagiranno gli amanti della tintarella (vera) da spiaggia esotica (falsa) che frequentano il più curioso paradosso ambientale della costa tirrenica: le Spiagge bianche. Meravigliose a vedersi, con quel mare turchese e quella sabbia così bianca che par di essere ai Caraibi, le Spiagge bianche sono nate su una discarica e devono quel caratteristico colore agli scarti di soda della Solvay. Cioè ai fanghi industriali. Quelle particelle di carbonato di calcio da anni finiscono in mare e vengono depositate sulla spiaggia dalla risacca. Ma cosa c’è insieme al carbonato? E perché non mettere cartelli informativi per avvisare la gente che quel bianco latteo non è poi così naturale? Le richieste finora sono cadute nel vuoto. Il sindaco ha sempre risposto che, in base ai dati Arpat in suo possesso, non risultava alcun inquinamento e pertanto non era il caso di fare allarmismo. Ora l’inchiesta della procura cambia le carte in tavola. Ma paradosso erano e paradosso rimangono, le Spiagge bianche: giorni fa alcuni ricercatori, per dimostrare gli effetti nocivi del fumo passivo anche all’aperto, hanno scelto una location. Indovinate quale... Alessandro De Gregorio Il Tirreno 4/6/13.

Spiagge meno bianche: il giallo della balneazione - Il sindaco di Rosignano prende tempo: pronto a vietare i bagni se sarà necessario La Solvay: la magistratura non ci ha mai contestato scarichi idrici abusivi.
La notizia della Solvay messa in scacco dalla Procura ha reso un po' meno bianche le spiagge finto-caraibiche che accolgono i fanghi industriali dello stabilimento chimico. Ci si interroga su quel pallido divieto di balneazione ristretto ai duecento metri intorno al fosso bianco, e più in generale sulle concessioni dell'azienda belga sul territorio. Il sindaco Alessandro Franchi però prende tempo, dice che è pronto anche a chiudere le Spiagge bianche ma solo in presenza di fatti concreti. Finora gli unici segnali sono usciti dalla Procura, con la chiusura di un'indagine durata quattro anni e che ha costretto - per la prima volta nella storia - la Solvay a chiedere il patteggiamento per la direttrice uscente Michèle Huart e altri quattro dirigenti. Ieri ha parlato anche l'azienda. Non attraverso i legali dello studio milanese Bolognesi ma con un comunicato. Nella nota non si fa riferimento né alla richiesta di patteggiamento - tuttora sospesa in attesa che il consulente della procura verifichi il rispetto delle prime prescrizioni imposte dal sostituto Giuseppe Rizzo - né agli indagati. Ci si concentra piuttosto sulla semantica: «Non esistono, non sono mai esistiti né ci sono mai stati contestati da parte delle autorità giudiziarie scarichi idrici abusivi». In effetti, notizia già nota, i punti dove Arpat non ha mai eseguito i campionamenti erano quelli dove il depuratore cittadino era stato allacciato al fosso bianco. Qui, attraverso tubi di 70 centimetri di diametro, il reparto aeronavale della Guardia di finanza ha accertato che il Comune prima e Asa poi facevano confluire le acque bianche e nere. Compresi quindi i reflui dell’impianto di depurazione. Anche quelli finivano in mare insieme ai fanghi industriali che contribuivano in qualche modo a diluire. «Gli accertamenti giudiziari in corso riguardano unicamente la gestione dei correnti punti di scarico dello stabilimento - aggiunge l'azienda - Non vi è stato mai alcun tentativo di aggiramento dei controlli degli enti preposti. La gestione dei solidi sospesi presenti negli scarichi idrici non ha alcuna pertinenza con gli accertamenti giudiziari in corso; tale gestione risponde ed è normata da specifiche autorizzazioni rilasciate dalle autorità competenti. Si ribadisce peraltro la non tossicità di tali sedimenti, come riportato anche da un'indagine eco-tossicologica condotta nel 2011 dagli enti di controllo». «A integrazione di azioni specifiche già completate dall'azienda nel trattamento degli scarichi idrici dello stabilimento - conclude la multinazionale - nell'ambito del procedimento giudiziario tuttora in corso, sono state inoltre individuate delle azioni di ulteriore miglioramento che Solvay si è impegnata a perseguire, nel quadro della sostenibilità ambientale delle proprie attività industriali e dei principi di sviluppo sostenibile promossi dal gruppo». Da un’accurata verifica, risulta che quelle prescrizioni siano state ordinate dalla Procura proprio come condizione per accogliere la richiesta di patteggiamento dell'azienda, e che rientrino in un piano complessivo da circa dieci milioni il cui ulteriore test è già fissato nel 2015. In altre parole, la magistratura ha ordinato misure immediate (pare che Solvay abbia già speso cinque milioni per le prime bonifiche) dando due anni di tempo per cambiare registro. In caso contrario potrebbero scattare i sequestri. Insomma, una situazione in prospettiva molto simile all'Ilva di Taranto. E così da una parte si temono ripercussioni occupazionali, considerando che si sta parlando di un polo industriale che dà lavoro a circa 900 persone tra dipendenti diretti e ditte di appalto. Dall'altra parte ci sono i timori legati all'ambiente e alla salute. Perché il mercurio non viene più usato ma in fondo al mare ce ne sono ancora 400 tonnellate. Perché si continuano a scaricare centinaia o migliaia di chili di arsenico, cadmio, cromo, nichel, piombo, zinco, fosforo, cloro. E non è un caso se per fine anno - anche questa una decisione storica- è stata prevista un’indagine epidemiologica sulla popolazione. Alessandro De Gregorio Il Tirreno 5/6/13.

I CARAIBI CHIMICI - CHIAREZZA DA SOLVAY E COMUNE - Divieti INSUFFICIENTI - Perché non impedire la balneazione dalla foce del Fine al Lillatro?
Chiarezza sulle spiagge bianche. A partire dall'indagine eco-tossicologica del 2011 fatta dagli enti di controllo sui sedimenti sversati in mare. Ad essa Solvay fa riferimento, senza però renderne noti i contenuti. È utile che lo faccia. E il Comune di Rosignano spieghi la situazione ai bagnanti, evitando che giungano ignari e soddisfatti nel paradiso tropicale più finto del Mediterraneo. In caso contrario, sempre il Comune la racconti com’è: «Cari signori, l'Eden è un'altra cosa. Davanti a voi avete il risultato di decenni di scarichi in mare, sfogo di uno stabilimento chimico che si è preso una bella fetta di ambiente, dando però in cambio lavoro e benessere. Non è questo il luogo dove stabilire se il gioco sia valso la candela, men che meno però è il luogo dove stendersi a prendere il sole e fare il bagno. Infatti qui sono scaricati i materiali di risulta del polo chimico, tra cui arsenico, cadmio, cromo, rame, mercurio, nichel, piombo, zinco… Il nostro consiglio è di spostarvi altrove, ma se proprio desiderate questa spiaggia, sappiate che si tratta di Caraibi chimici. Quelli veri sono tutt’altro». Invece, è prevedibile, nessun cartello di avvertimento sarà installato sulla strada sabbiosa che costeggia l'ex discarica, fino a trent'anni fa ricolma di rifiuti fumanti. Un'omissione per nulla mitigata dal granchio preso dall'Istituto tumori di Milano, che proprio lì ha girato uno spot sui danni provocati dal fumo di sigaretta in riva al mare, tralasciando quelli causati dall'esposizione ai metalli pesanti o dall'inalazione dell'aerosol che si spande nei giorni ventosi. Ora che la magistratura ha concluso un’indagine lunga e difficile, l’ipotesi si è trasformata in tesi: le spiagge bianche, per la presenza di uno scarico industriale, sono pericolose alla salute. È bene evitarle, non andarci, cancellare il toponimo dalle cartine geografiche. Tanto più che a decretare la balneabilità sono solo i parametri organici, non quelli derivanti dai processi di lavorazione del grande insediamento. Ciò nonostante, il sindaco farebbe bene non solo a mettere un cartello informativo, ma ad aggiungervi un divieto di balneazione a raggio ben più ampio dei miseri 100 metri dello scorso anno, distanza di per sé irrisoria rispetto alla portata del problema. Perché se è evidente che il polo chimico dà lavoro e benessere, è altrettanto logico che la zona sarebbe da considerarsi industriale a tutti gli effetti, nonostante l’assenza di reticolati. Che le spiagge bianche siano il frutto degli scarichi Solvay e che da decenni se ne discuta, è arcinoto. Però mai si è affrontato il problema di petto. Anzi, si è fatto il contrario, in nome dello sviluppo multipolare: la grande fabbrica chimica e il turismo di qualità, la doc del vino e la discarica, gli agriturismi e i serbatoi di etilene e di cloro, il porticciolo di Castiglioncello e il pontile Solvada… Il territorio, insomma, è stato trasformato in un grande murale messicano, in cui Pancho Villa e i suoi caballeros cavalcano in mezzo alle cadillac dei ricchi americani, inseguiti da plotoni di conquistadores. Solo in nome dello sviluppo, che pretendeva di essere vorace, alle Morelline ci sono dei cartelli indicatori per le spiagge bianche? E lasciamo perdere i siti web dei privati, come turismo.intoscana.it («Le spiagge bianche di Vada si aprono su un mare cristallino») e terredeglietruschi.it («Il motivo per cui Rosignano è una località diventata famosa va ricercata nella particolarità delle spiagge bianche, quasi come ai tropici»). Se in caso qualcosa di diverso ci si aspetterebbe da quelli para-istituzionali. Ad esempio costadeglietruschi.it, raggiungibile dal sito della Provincia di Livorno: «Tipologia: sabbia fine bianca. Fondale: sabbia fine bianca». La conclusione: «Spiaggia di sabbia bianca e mare cristallino…». Sebbene la verità abbia mille facce, stavolta ne ha una sola: quello è un paradiso tropicale farlocco. Pericoloso. Va detto, scritto e ripetuto. L’unico modo per ridurre il rischio, è un divieto di balneazione dalla foce del Fine al fosso di presa del Lillatro. Soprattutto perché non sempre la salute è un bene rinnovabile. Di Antonio Valentini per Il Tirreno del 5/6/2013.

Vicenda Solvay: precisazioni di ARPAT - Informazioni sulle attività di controllo svolte dall'Agenzia.
La notizia del patteggiamento dei dirigenti di Solvay, riguardo alle ipotesi di reato che gli sono contestate nell'ambito di una indagine della procura della Repubblica di Livorno, relativa agli scarichi idrici industriali dello stabilimento di Rosignano, ha dato luogo a numerose ricostruzioni dei fatti sulla stampa dalle quali emerge un quadro non sempre corrispondente alla effettiva realtà relativamente all'impatto ambientale dello stabilimento e ai controlli che su questo venivano svolti. Pur non avendo l'Agenzia né titolo, né tutte le informazioni necessarie per riferire sui risultati delle indagini della procura, l'intensa attività di controllo e di monitoraggio dell'ambiente svolta ci consente e ci impone di fare alcune precisazioni su questa problematica al fine di consentire una corretta informazione e consentire valutazioni il più possibile oggettive. Dalle ricostruzioni giornalistiche si può evincere che sarebbe stata rivelata la presenza di scarichi che conferivano in mare sostanze pericolose fino ad oggi ignote e, perciò, non quantificate. Dall'attività di controllo svolta non ci risulta che sia così: tutti i reflui dello stabilimento erano comunque oggetto dei controlli e delle valutazioni sul carico inquinante complessivo dello stabilimento Solvay.
Infatti, lo stabilimento Solvay è oggetto del controllo da parte di ARPAT in base a normative, autorizzazioni e accordi che impegnano diverse strutture dell'Agenzia, anche in collaborazione con altri organi di controllo, come nel caso dell’attuale indagine condotta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Livorno, che ha visto l’Agenzia a supporto degli accertamenti svolti dalla Guardia di Finanza. Come per tutte le realtà industriali di dimensioni rilevanti, le attività legate alla conoscenza ed alla verifica del ciclo produttivo, finalizzate al controllo del rispetto delle autorizzazioni rilasciate, ha una sua complessità specifica. Come per tutte le realtà industriali di dimensioni rilevanti, le attività legate alla conoscenza ed alla verifica del ciclo produttivo, finalizzate al controllo del rispetto delle autorizzazioni rilasciate, ha una sua complessità specifica.
ARPAT, nel caso di Solvay, ha maturato una profonda conoscenza dell’insediamento, derivante dalla continua azione di controllo sviluppatasi negli anni e dall’attività di supporto agli enti, in particolare alla Provincia di Livorno, come testimoniano anche i più recenti contributi istruttori forniti a partire dal 2003 per le ultime autorizzazioni rilasciate. L’attività di ARPAT riguarda il complesso delle pressioni generate sull’ambiente dall’attività produttiva di Solvay, comprese le emissioni in atmosfera per le quali il controllo è svolto nell’ambito delle verifiche AIA, controllo che ha portato all’individuazioni di numerose azioni correttive e sanzioni impartite all’Azienda da parte delle Autorità competenti.
Per quanto riguarda gli scarichi, è sottoposto a controllo lo scarico della Sodiera, e degli impianti Clorometani, Elettrolisi e Perossidati, secondo le modalità previste rispettivamente dall’AIA provinciale e da quella nazionale. Tutti gli scarichi delle produzioni Solvay sopra richiamati convergono nello Scarico generale (Fosso Bianco) che rappresenta, quindi, l’unico collettore con recapito a mare.
Il Dipartimento ARPAT di Livorno procede al campionamento dello Scarico generale, nel punto di prelievo indicato dall’AIA nazionale, con cadenza quindicinale per la determinazione, in funzione delle portate e su base annuale, della quantità di solidi sospesi scaricati a mare, secondo quanto previsto dall’Accordo di Programma del 2003. I dati sono comunicati agli enti competenti.
Lo stesso Dipartimento procede al campionamento delle acque dello scarico generale, definito come prioritario ai sensi dell’art. 108 del D.lgs 152/2006 e del Regolamento regionale 46/R, con cadenza bimestrale, per verificare il rispetto dei limiti di concentrazione per i parametri previsti dalla normativa. L’attività di controllo ha evidenziato valori di solidi sospesi con continuità superiori a quelli indicati dall’Accordo di Programma e, in taluni casi, il superamento della concentrazione per alcuni parametri quali Fe, Al, Mn e Bo. Di tali superamenti ARPAT ha informato gli enti e le autorità competenti.
Oltre all’attività di controllo appena sinteticamente descritta, ARPAT ha proceduto alla realizzazione di un Piano di Monitoraggio dell’ambiente marino prospiciente lo stabilimento Solvay, richiesto nell’ambito dell’Accordo di Programma, terminato nella sua prima fase nel 2008, i cui esiti sono stati messi a disposizione degli enti sottoscrittori. Attualmente ARPAT sta predisponendo la seconda fase di tale monitoraggio che avrà luogo nel periodo 2014-2015.
Oltre a ciò, nel 2011 ARPAT ha consegnato alla Regione Toscana, che lo aveva commissionato, una indagine ecotossicologica sui solidi sospesi presenti nello Scarico generale che ha rilevato l’assenza di effetti tossici attribuibili ai solidi presenti nello scarico, anche per quelli depositati nei pressi della sua confluenza a mare, nonché per i campioni di sabbie prelevati 100 m a Nord e a Sud dello stesso scarico. Gli unici risultati positivi, a carico di alcuni dei campioni prelevati, sono attribuibili ai valori del pH > di 8.5.
Anche la componente degli scarichi privata dei solidi sospesi è risultata priva di tossicità acuta in tutti i campioni analizzati. Relativamente alla balneazione, nel 2012 non sono stati rilevati superamenti dei valori limite del DM 30/03/2010 per i punti di monitoraggio del Comune di Rosignano Marittimo (es: Spiagge bianche Nord e Sud). Anche per il punto Lillatro non è stata rilevata contaminazione di tipo fecale. Ciò nonostante, la presenza degli scarichi industriali Solvay ha fatto ritenere necessaria la conferma del divieto permanente di balneazione a titolo precauzionale.
A cura di ARPAT 5/6/2013.  

«Spiagge bianche, nessun divieto» - Il sindaco dopo l’incontro a Firenze con Regione, Provincia e Arpat sulla tossicità dei fanghi.
Le Spiagge bianche restano un paradiso (chimico) accessibile. E chi sperava, o almeno ipotizzava che dopo le notizie dei giorni scorsi riguardo a un'inchiesta della Procura di Livorno sulla tossicità dei fanghi che lo stabilimento chimico locale riversa in mare le istituzioni prendessero misure cautelative per la salute delle migliaia di turisti che ogni estate frequentano quella parte di litorale toscano si sbagliava. Perché ieri in una riunione fiorentina fra Regione, Provincia, Comune e Arpat è emerso che cittadini e visitatori potranno tranquillamente continuare a prendere la tintarella alle Spiagge bianche e a tuffarsi nel mare antistante, innegabilmente reso biancastro dagli scarichi dell'industria Solvay. Lo ripetono il sindaco Franchi e l’assessore provinciale Nicola Nista. E lo conferma anche l'assessore regionale all'ambiente Anna Rita Bramerini. Quello di ieri doveva essere un incontro interlocutorio per discutere della revisione dell’accordo di programma riguardante appunto gli scarichi Solvay. Un incontro che - i partecipanti non lo negano - più che fare il punto sui quantitativi di fanghi che l’industria chimica potrà sversare in futuro, è stata l’occasione per affrontare il problema della balneazione. «Abbiamo fatto il punto della situazione - spiega Franchi - anche in vista del nuovo accordo di programma, ma ripeto quello che ho già detto nei giorni scorsi. Non sono emersi elementi diversi rispetto a quelli conosciuti che si rifanno agli studi dell’Arpat, a quelli sull’ecotossicità dei fanghi portati avanti nel 2011 e anche ai campionamenti che la stessa Arpat fa due volte al mese». A confermare che nell’incontro di ieri Arpat ha riepilogato le attività di controllo eseguite sui fanghi Solvay negli ultimi anni, spiegando che «per i parametri di legge che vengono controllati relativamente alla balneazione non sono emerse evidenze» è anche l’assessore Bramerini. Insomma è evidente che il tavolo fiorentino non è servito ad altro che a ribadire quello che nel consiglio regionale era emerso già mercoledì, quando l’assessore Bugli aveva risposto all’interpellanza presentata dalla consigliera Marta Gazzarri (Idv), insieme ad altri colleghi di schieramento e del Pd. «Non sono mai stati rilevati scarichi a mare con livelli di arsenico superiori ai limiti di legge da parte della Solvay», questo in sostanza aveva detto Bugli in consiglio e questo ha ripetuto Arpat ieri davanti ai rappresentanti delle istituzioni. Ovvio che con queste premesse l’ipotesi di vietare ai turisti di sguazzare nel mare delle Spiagge bianche diventa assai improbabile. «Non ci sono elementi nuovi - dice l’assessore provinciale Nista -, tali da prevedere un divieto di balneazione». Analogo parere da parte del sindaco, che però non nega l’intenzione di approfondire la vicenda anche grazie a un confronto con gli uffici comunali. «A stasera (ieri, ndr) - chiude Franchi - tutto resta uguale, per il momento non prevediamo divieti». Il Tirreno del 14/6/2013.

GLI SCARICHI A MARE - PER SOLVAY LIBERTA’ SENZA LIMITI.
Un profondo senso di disgusto prende qualunque persona onesta che legga le dichiarazioni degli amministratori toscani. Dunque, la Solvay di Rosignano scarica in mare i propri rifiuti speciali gratuitamente da sempre. Ad un prezzo prudente di 300 euro a tonnellata (tanto costerebbe un corretto smaltimento in discarica autorizzata) Solvay ha risparmiato negli ultimi 40 anni (dalla legge Merli) almeno 1.400 milioni di euro. Solo questo lascia intendere il motivo del consenso che si è creato tra gli amministratori. Ma andiamo con ordine: Solvay scarica in mare, in deroga ai limiti della legge Merli (1976), della delibera dei ministri 4.2.77, del decreto legislativo 152/99 gli scarichi bianchi, o solidi sospesi, che trasportano - secondo l'ultima dichiarazione Solvay al Ministero dell'ambiente - 1.449 kg di arsenico e composti, 91 kg di cadmio e composti, 1.540 kg di cromo e composti, 1.868 kg di rame e composti, 71 kg di mercurio e composti, 1.766 kg di nichel e composti, 3.218 kg di piombo e composti, 15.049 kg di zinco e composti, 145 kg di diclorometano, 3 kg di tetraclorometano, 73 kg di triclorometano, 350 kg di fenoli, 327 kg di fosforo, 5,5 tonnellate di azoto, e addirittura 717.000 tonnellate di cloruri. Negli anni ’70 il Comune di Rosignano "le venne incontro", scaricando nel fosso bianco le proprie fogne, raffreddandolo e diluendolo. Non bastava. Dagli anni '90 Asa scarica i reflui del depuratore nel solito fosso bianco, poi anche quelli del depuratore Aretusa, che Solvay periodicamente non preleva e non riutilizza come concordato. Dove non si arriva rispettando la legge, si arriva con i cosidetti "accordi di programma". Nel 2003 con la regia del ministro Altero Matteoli - ex verniciatore Solvay/Consonni - si stipulava un accordo di programma che prevedeva, tra l'altro, di ridurre gli scarichi bianchi da 200mila tonnellate/anno a 60 mila entro il 2007. Tutte le tappe intermedie di riduzione (2004-2006) furono fallite, ma la Regione erogava ugualmente 30 milioni di euro pubblici a Solvay "a stato di avanzamento lavori". Insomma, la Regione sapeva dell'inadempienza, ma pagava lo stesso. Qualunque persona onesta penserebbe ad una truffa combinata ai danni dello Stato. Oggi gli scarichi bianchi sono ancora almeno 120 mila tonnellate l'anno, il doppio di quanto concordato nel famoso accordo del 2003, e quel che è più grave trasportano il doppio di arsenico, il doppio di mercurio, il doppio di cadmio, di cromo, di piombo, di nichel, di zinco ecc di quanti ne avrebbero "dovuto" trasportare in mare. Di quali limiti rispettati parlano i nostri amministratori? Maurizio Marchi Medicina Democratica. Il Tirreno del 15/6/2013.

IL POLO INDUSTRIALE - SERVIREBBE LA BUONA POLITICA
E dunque alle spiagge bianche si continuerà a fare il bagno. Nulla osta, hanno detto in sequenza l'Arpat, l'assessore regionale Bugli, la sua collega Bramerini e il sindaco di Rosignano, Alessandro Franchi: le analisi certificano che gli scarichi del fosso bianco sono compatibili con la salute umana. In tanti hanno tirato un sospiro di sollievo, eccessivo rispetto alla portata della notizia: dopotutto da lustri le analisi certificano che in quel paradiso artificiale il bagno si può fare e non si capisce il motivo di tanta soddisfazione. L’unica ragione intuibile è che quest’anno l’attenzione attorno allo stabilimento e ai suoi scarichi è più forte che in passato, in concomitanza all’inchiesta della procura di Livorno che ha indotto Solvay a chiedere il patteggiamento per cinque suoi dirigenti. Da parte sua l’Arpat, a vicenda processuale aperta, è intervenuta per ribadire l’affidabilità dei propri dati analitici, che peraltro pubblicamente mai nessuno ha messo in discussione. Il dibattito s’è infervorato su questo punto, rinverdendo l’antica divisione tra industrialisti e ambientalisti. Una differenza che potrebbe apparire giurassica solo tra pochi anni, poiché le ultime mosse di Solvay lasciano presagire un suo progressivo abbandono del territorio. E non si capisce come diversamente potrebbe essere, visto il piano di riorganizzazione presentato nei giorni scorsi ai sindacati: con il proposito di migliorare la competitività, sarà diminuita la capacità produttiva della sodiera a circa 600mila tonnellate all’anno (rispetto alle 950mila possibili) e il personale sarà ulteriormente ridotto per una quarantina di unità. Ora è chiaro che se dopo la cessione del polietilene e del clorosoda, Solvay manifesta l’intenzione di ridimensionare la sodiera, vuol dire che il futuro si trasforma da certezza in scommessa, lasciando la porta aperta a milioni di dubbi. In questa fase servirebbe una buona politica. È difficile evocarla in tempi come questi, ma davvero il bisogno è urgente. C’è infatti da programmare lo sviluppo del territorio in un avvenire con meno certezze rispetto al passato. L’esigenza muove da una domanda: cosa sarà tra dieci anni del parco industriale? Perché se anche lo stabilimento chimico ha perso peso, è di gran lunga la risorsa occupazionale più importante. Ci sono alternative credibili? In attesa di risposte certe, sta il fatto che nessuno può ridurre il problema delle spiagge bianche a semplice ritualità polemica, visto il mancato rispetto dell’accordo di programma sui fanghi. Parimenti nessuno può stupirsi se il fosso bianco continua a spurgare in mare i residui della Solvay, pesante contropartita ambientale al benessere che ha rilasciato sul territorio.
A sorprendere, se in caso, sono quanti frequentano quella zona e che si tuffano in quel mare. Qualcuno dovrebbe prendersi la briga di spiegare loro che non si tratta del paradiso, ma è solo il frutto di una discarica industriale. Nessuno lo farà e per un’altra estate si andrà avanti nell’equivoco. Di Antonio Valentini per I
l Tirreno del 16/6/2013.

Spiagge bianche, esteso il divieto di balneazione. La Solvay patteggia: maxi multa per i reati ambientali
“Limite invalicabile, divieto di balneazione”. Sono questi i cartelli che, in parte già esistenti, saranno estesi per duecento metri a partire dallo stabilimento della Solvay a fronte del patteggiamento per gettito di cose pericolose e superamento dei limiti previsti per legge che ha visto l’azienda leader di produzione di soda commutare la pena in denaro a seguito dell’adeguamento degli impianti di diluizione sotto inchiesta da ormai quattro anni da parte della Procura.
E’ stato lo stesso Comune di Rosignano che ha voluto allargare la “zona rossa”, interdetta alla balneazione. La nuova cartellonistica per turisti e bagnanti, come da accordi con la magistratura, sarà a carico della Solvay.
Un patteggiamento “con pacchetto” dunque quello accettato dai dirigenti della Solvay Chimica Italia Spa che dovranno pagare, per i reati accertati fino al 2011, una somma a testa che varia dai 29mila euro agli 8mila. Una sorta di accordo dunque tra la Procura della Repubblica di Livorno che ha evitato in questi quattro anni di indagini condotte dal reparto operativo aeronavale della Guardia di Finanza, di adottare provvedimenti penali forti e d’urgenza come quello del sequestro che poteva essere posto in essere a fronte delle problematiche ambientali rilevate dai periti del tribunale chiamati in campo per le valutazioni chimiche. Sequestro non voluto di concerto con gli inquirenti proprio per non bloccare il ciclo produttivo che, in un periodo come questo, avrebbe voluto significare una brutta batosta per l’economia locale e per molte famiglie della provincia. “E’ stata accertata l’azione inquinante- ha commentato il procuratore capo della Repubblica di Livorno Francesco De Leo - ma soprattutto si è svolta un’attività di consulenze complesse. Si parla di ben tre consulenze di fronte alla proposta di patteggiamento avanzata dalla Solvay. Un patteggiamento voluto a fronte di una condizione di adeguamento di interventi disinquinanti indicati dal consulente della Procura, l’ingegner Albino Trussi. Il problema era – specifica De Leo – che il punto di campionamento non si trovava a monte ma a valle e quindi il processo dei valori risultava alterati e rientrava nei limiti. Quello a cui siamo arrivati è sicuramente un risultato importante – ha chiosato De Leo – non tanto per il profilo penale che si è risolto in una commutazione pecuniaria della pena, quanto sotto il profilo ambientale. La Solvay ha infatti già speso circa sei milioni e mezzo di euro per adeguare gli impianti con elementi disinquinanti. E il nostro monitoraggio, grazie ad Arpat, non si fermerà qui predisponendo altre azioni di controllo a partire dal 2014. Possiamo rassicurare tutti i cittadini che continueremo a vigilare”. ”Quest’indagine si è caratterizzata da aspetti importanti – ha detto il pubblico ministero Giuseppe Rizzo titolare del fascicolo di indagine – Il primo è relativo alle consulenze tecniche molto complesse e molto costose. Una spesa ben fatta però in quanto queste consulenze non si sono limitate a fotografare una situazione, ma sono state consulenze di tipo investigativo individuando così il meccanismo diluizione che è il punto fondamentale della questione in quanto la legge vieta questo procedimento. L’altro aspetto è il grande impegno profuso dagli inquirenti e dai consulenti. E’ proprio grazie a questo lavoro che la Solvay ha dovuto accettare l’impianto di trattamento, rispettando così l’ ambiente ma senza interferire con attività produttive”. 04 luglio 2013 www.quilivorno.it.

Scontro sull’acqua di mare Solvay ribatte alla procura L’azienda respinge l’accusa di aver diluito i fanghi e spiega perché patteggia Il sindaco: «Scarichi più sicuri con le sei vasche e la porta elettronica sul fosso»
SPIAGGE BIANCHE»L’INDAGINE SULL’INQUINAMENTO ALESSANDRO FRANCHI Il divieto di balneazione resta a 100 metri a nord e a sud del Fosso Bianco, metteremo dei nuovi cartelli per avvertire i bagnanti.
 L'accusa che a Solvay fa più male, a giudicare dalla risposta che la società di via Piave sintetizza in un comunicato 24 ore dopo la conferenza stampa della Procura della Repubblica di Livorno, è quella di aver aggirato i controlli diluendo i fanghi con l'acqua. La multinazionale, su questo aspetto, contesta il contenuto dell'indagine delle Fiamme Gialle e del sostituto Giuseppe Rizzo: «L'acqua di mare è sempre stata considerata come acqua di processo e come tale individuata ed identificata in ogni documentazione pertinente: pertanto l'utilizzo di acqua marina nei processi non ha mai avuto la finalità di aggirare i controlli", dice Solvay. Una difesa che si scontra con quanto sostenuto dagli inquirenti e dal consulente della procura, l'ingegner Albino Trussi, che dice invece che l'acqua di mare è solo acqua di raffreddamento. La difesa di Solvay. Ieri pomeriggio la direzione dello stabilimento di Rosignano ha diramato una nota con la quale l'azienda intende spiegare le ragioni del patteggiamento oltre a rispondere - che per quanto le concerne - non ci sarebbe stato alcun aggiramento dei controlli. A proposito dello sforamento dei minimi tabellari per alcune sostanze denunciato dalla magistratura ( mercurio, piombo, selenio e fenoli) Solvay dice: "Le indagini hanno rilevato il superamento puntuale dei limiti tabellari per alcune specifiche sostanze. Per tali presunti superamenti l'azienda ha fatto presente le proprie argomentazioni tecniche e giuridiche". Solvay contesta anche il fatto che si sia parlato di fanghi inquinanti e diluiti per lo scarico a mare di solidi sospesi sottolineando come "sia la natura che la concentrazione di tali solidi non sono oggetto di contestazione e quindi non hanno alcuna pertinenza con l'istanza di patteggiamento". L'azienda aggiunge che la "gestione di tale scarico risponde ed è normata da specifiche autorizzazioni rilasciate dalle autorità competenti sulla base dell'accertata non tossicità dei solidi stessi, come peraltro ribadito dall'Arpat nel proprio comunicato del 5 giugno scorso". Perché il patteggiamento. Ma se Solvay ritiene di non aver eluso i controlli e di non aver scaricato in mare fanghi inquinanti perché ha chiesto di patteggiare? Su questo aspetto l'azienda spiega in sostanza che il patteggiamento non sarebbe un'ammissione di colpevolezza ma esclusivamente una scelta, una strategia per evitare un contenzioso con gli investigatori che avrebbe potuto essere lungo e sfibrante. Scrive Solvay: «tenendo conto dell’episodicità dell’evento, degli interventi tecnici nel frattempo eseguiti, nonchè dell’attitudine collaborativa propria del gruppo Solvay, l’azienda ha ritenuto di non intraprendere un lungo e complesso iter giudiziario ma di presentare un’istanza di patteggiamento, comfermando le proprie argomentazioni tecnico-giuridiche e la non sussistenza di specifiche responsabilità». Il sindaco: «Scarichi più sicuri». Il sindaco Franchi ieri ha voluto sottolineare “l’apprezzamento per la gestione del lavoro da parte della Procura e della polizia giudiziaria, con modalità di assoluta riservatezza ed equilibrio in una situazione molto delicata per il nostro territorio. Quello spirito è sempre stato anche quello del sindaco». «Il lungo lavoro - continua Franchi - ha prodotto risultati importanti, con investimenti da parte della Solvay Italia che permetteranno di innalzare i margini di sicurezza; infatti il ripristino e la pulizia di sei enormi bacini di raccolta, posizionati prima della confluenza degli scarichi a mare, oltre alla costruzione di una serranda automatizzata a sbarramento del fosso di scarico, permetteranno di gestire al meglio eventuali fasi di emergenza, evitando confluenze a mare». Quelle vasche - ricordiamo noi - erano già in funzione fino agli anni ’80, poi furono dismesse. Perché? Ora torneranno a lavorare. Cartelli e divieto balneazione. Franchi ricorda che già nel 2011 è stato esteso il divieto di balneazione 100 metri a nord e a sud della zona di scarico dello stabilimento e «abbiamo obbligato a delimitare fisicamente le due zone di sbarramento». Ma ribadisce che si tratta di misure di maggiore cautela rispetto ai dati Arpat, «Con chiarezza diciamo che non poniamo preclusioni a valutare di estendere i limiti di divieto se fossero evidenziati dati che richiedono ciò». E intanto annuncia che posizionerà alle Spiagge Bianche cartelli che indicano che il colore non è frutto di un processo naturale. 06 luglio 2013

IL PERITO DELL’ACCUSA «Ma io in quelle acque non mi tufferei mai»
L’ingegnere Albino Trussi è un consulente di fama nazionale. Da sempre lavora nel mondo dell’industria ed è tutto fuorché un ambientalista invasato, come lui stesso si definisce ironicamente. Di una cosa è sicuro: «Io un tuffo alle Spiagge bianche non lo farei mai, preferisco i Caraibi veri, ma sono gusti personali...». Ingegnere, i magistrati sono stati chiari: hanno detto che la Solvay ha inquinato il mare. «E’ vero, lo abbiamo accertato. Ma non chiedetemi che tipo e che livello di inquinamento. Vi basti considerare che in fondo al mare sono finiti, anche se in forma solida, metalli pesanti. Come il piombo». Stando alla Procura, le sostanze per le quali c’è stato uno sforamento dei limiti sono state anche mercurio, selenio e fenoli. «Sì, è così. Ci sono state anche altre rilevazioni, più deboli delle altre, che non hanno dato luogo a contestazioni formali ma che destano comunque una certa preoccupazione». Per esempio? «Per esempio il boro. La vostra zona è sensibile al boro, mi risulta che Asa abbia investito molto per eliminare boro e arsenico dall'acqua potabile. Ma per il boro e per altre sostanze non c’è stato alcun riscontro perseguibile. Del resto quella che ho condotto io è stata un'indagine a scopo conoscitivo. Abbiamo fatto molte analisi, molte simulazioni». Secondo i vostri studi, qual è stata la sostanza che ha superato più delle altre i limiti di legge? «Il piombo. Del resto il carbonato contiene piombo, che veniva scaricato in mare diluito dall’acqua di mare con un rapporto di uno a dieci». Solvay insiste dicendo che si tratta di acqua di processo, la Procura parla di acqua di raffreddamento. «Solvay ha ragione nel senso che le relazioni e le varie autorizzazioni si sono sempre basate su questa definizione. Storicamente, l'azienda ha sempre considerato acqua di processo quella che immette negli impianti. Ma la trovo una grande estrapolazione. Insomma, quella è acqua di raffreddamento. Che di fatto diluisce le sostanze. Il punto focale infatti è proprio la diluizione. Chiamiamola una diluizione autorizzata fino a ieri. Se a questo si aggiunge il fatto che, sempre fino a ieri, per la sodiera il punto ufficiale di campionamento era a valle e non a pie' di impianto, si capisce tutto». Durante le indagini si era parlato di punti di sversamento non conosciuti dall’Arpat. Solvay ha sempre smentito. «Diciamo che quando ho percorso a ritroso il fosso bianco ho scoperto che in alcuni punti, un paio mi sembra, vi sversava anche il tubo del “troppo pieno” del depuratore Asa. Ma nessuno aveva mai fatto una camminata lungo quel fosso?». di Alessandro De Gregorio - 6 luglio 2013 .

INDAGINE SUGLI SCARICHI SOLVAY. LAVORO IN COLLABORAZIONE DELLE ISTITUZIONI. PERMANE DIVIETO DI BALNEAZIONE A 100 METRI DAI LATI DELLO SCARICO.
Il Sindaco Alessandro Franchi interviene in merito all’inchiesta della Procura livornese sugli scarichi industriali Solvay. “In merito alla conclusione del percorso di indagini della Procura di Livorno sullo stabilimento chimico Solvay, sottolineo volentieri la capacità di lavorare insieme e nel migliore dei modi tenuta dalle Istituzioni a vario titolo coinvolte nella lunga operazione. Come la Procura livornese ha generosamente fatto cenno allo spirito di collaborazione del Sindaco, ritengo doveroso ribadire ancor più l’apprezzamento per la gestione del lavoro da parte della Procura e della Polizia Giudiziaria, con modalità di assoluta riservatezza ed equilibrio in una situazione molto delicata per il nostro territorio, in cui fondamentali questioni di interesse ambientale e di tutela pubblica si intrecciano però con non trascurabili aspetti legati alla continuità produttiva e alle tante ripercussioni sul mondo del lavoro e sul sistema sociale di riferimento. Quello spirito è sempre stato anche quello del Sindaco. Al di là dell’aspetto giudiziario e delle sue conclusioni, su cui ovviamente non mi permetto di entrare perché non di mia competenza, ho sempre condiviso la necessità di migliorare l’impatto della fabbrica sull’ambiente circostante, nonché dei livelli di sicurezza degli impianti, e cosa ancor più importante, garantire una più ampia tutela dei della salute dei lavoratori, dei cittadini e dei turisti. Il lungo lavoro ha prodotto risultati importanti, con investimenti di rilievo da parte della soc. Solvay Italia che permetteranno di innalzare i margini di sicurezza; infatti il ripristino e la pulizia di sei enormi bacini di raccolta, posizionati prima della confluenza degli scarichi a mare, oltre alla costruzione di una serranda automatizzata a sbarramento del fosso di scarico, permetteranno di gestire al meglio eventuali fasi di emergenza, evitando confluenze a mare. Già nel 2011, con la volontà di non sottovalutare alcuna possibile azione a tutela di cittadini e turisti, abbiamo esteso a 100 metri a nord e a sud della zona di scarico dello stabilimento il limite della balneazione e abbiamo obbligato a delimitare fisicamente le due zone di sbarramento. Tali misure erano e rimangono in realtà elementi di maggiore cautela rispetto a quanto dovuto in relazione ai dati di controllo. Ad oggi confermiamo che il divieto di balneazione rimane a 100 metri da ambo i lati del Fosso Bianco e confermiamo altresì l’attenzione costante ai dati di Arpat derivanti dai controlli su punti specifici. Con chiarezza diciamo che non poniamo preclusioni per il futuro a valutare di estendere i limiti di divieto se fossero evidenziati dati che richiedono ciò, anche solo precauzionalmente. Attualmente i 100 metri sono il livello cautelativo da tenere. Con lo spirito sopra evidenziato, cogliendo anche il suggerimento scaturito dal dibattito sviluppato da Il Tirreno, colgo l’occasione per riferire che a giorni
posizioneremo presso le Spiagge Bianche dei cartelli contenenti informazioni sulla specificità di quel luogo. Saranno utili per i cittadini e i turisti per comprendere che, ancorché consentita la balneazione dai controlli costanti e puntuali che evidenziano il rispetto totale della normativa europea, quell’arenile bianco non nasce così in natura.” 06 luglio 2013

L’AZIENDA È UNA RISORSA MA LA SALUTE CONTA
Tra Solvay, Ineos e Officina 2000 vi trovano lavoro stabile più di mille persone, alle quali vanno aggiunte molte altre impiegate nell'indotto. In una fase di regressione manifatturiera e di calo occupazionale, è un bene da tutelare. Anzi, da coltivare. Ciò però non significa, come ha chiarito la procura di Livorno, che la multinazionale belga possa stare al di sopra di una legge già premiante verso i soggetti produttivi, dal momento in cui non misura il tonnellaggio delle sostanze inquinanti ma la percentuale in cui sono diluite. Questo va detto perché, attorno alla questione degli scarichi, nei decenni si è prodotto un clima da stadio che rischia di far perdere di vista l'essenza del problema: fino a questo momento, a Rosignano, nessuno è riuscito a immaginare un'alternativa credibile allo stabilimento. Il cosiddetto sviluppo multipolare - che in un fazzoletto di terra prevede il deposito di etilene e gli agriturismi, gli stoccaggi del cloro e la doc del vino, il torrente bianco pieno di veleni e il turismo griffato - si è tradotto solo in qualcosa che fa da cornice alla grande fabbrica, senza sminuirne la centralità. L'assenza di opzioni diverse però - ed è questo il punto - non può svilire il rapporto con il territorio attraverso un aut-aut ossessivo e bisbigliato a cadenza periodica da azienda e sindacati, quasi che la conservazione dei posti di lavoro avesse nel sacrificio dell'ambiente l’inevitabile contropartita. Ora la procura di Livorno ha segnato una linea di demarcazione, stabilendo senza ombra di dubbio che fino al 2011 Solvay ha inquinato. Ma anziché fermare gli impianti, prefigurando una sorta di Taranto bis, le ha imposto d'investire per migliorare il rapporto tra produzioni e ambiente, bagnando le polveri degli ultrà ambientalisti e dei supporter della curva opposta, gli industrialisti a ogni costo: il lavoro e la difesa della salute possono coesistere, basta rispettare le leggi. Un principio su cui anche Solvay è d’accordo, avendo accettato il patteggiamento per quattro suoi dirigenti. L’ha fatto per ragioni tattiche, fa sapere, poiché convinta che le procedure di scarico vadano bene e che i fanghi spurgati siano solo carbonato di calcio. In realtà è stato accertato nell'inchiesta che mercurio, piombo, fenoli e selenio finivano in mare in misura eccedente ai parametri, e che nel 2011 sono stati sversati nel fosso percorso da un torrente bianco come il latte,1449 chilogrammi di arsenico, 91 di cadmio, 1540 di cromo, 1868 di rame, 1766 di nichel, 15049 di zinco. Il fenomeno delle Spiagge bianche nasce da qui, da questo scarico popolato da sostanze tossiche benché diluite e la sua trasformazione in paradiso tropicale è funzionale solo alla politica d’immagine della Solvay: siamo talmente eco-compatibili che fiumi di persone vengono al mare dove scarichiamo. L’inchiesta della procura certifica il contrario. Ora anche l’Arpat sarà costretta a riflettere su come ha svolto il proprio lavoro: non si è accorta che gli scarichi avvenivano in difformità alla legge, al punto che la stessa azienda l’ha riconosciuto e ha fatto patteggiare i suoi dirigenti per evitargli un processo dagli esiti incerti? Può forse obiettare, l’Arpat, che i magistrati hanno torto dal momento in cui Solvay per prima ha riconosciuto le loro ragioni? Gli altri enti territoriali, Comune in primis, frattanto si liberino di un’antica sudditanza psicologica, convincendosi che le Spiagge bianche sono frutto di una discarica industriale. E vietino l’accesso a lungo raggio dal fosso di scarico, anziché adagiarsi sui risultati delle analisi che certificano l’assenza di inquinanti organici: con i residui clorati che ci sono, in quel luogo non vi sarà mai traccia di colibatteri e streptococchi, la cui presenza porta a inibire la balneazione. Lo facciano, perché se Solvay è un bene da tutelare, nessuno può pensare che siccome c’è la crisi, il diritto alla salute possa essere svuotato di senso e contenuto. Di ANTONIO VALENTINI 06 luglio 2013

LA POLEMICA SULLE SPIAGGE BIANCHE - ARPAT: SULLA SOLVAY UN ATTENTO MONITORAGGIO
Arpat ha sempre collaborato con la magistratura negli accertamenti di violazioni delle norme ambientali, questa collaborazione si è ulteriormente rafforzata con la nuova organizzazione che si è data l'Agenzia lo scorso anno. Allo stesso modo ogni problematica rilevata è stata segnalata agli enti competenti. Arpat ha contribuito anche ai risultati conseguiti da queste ultime indagini. L'area produttiva Solvay è la combinazione di diversi stabilimenti produttivi. E' sottoposta ad un regime autorizzativo complesso, che comprende una Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) nazionale, che riguarda le unità produttive Perossidati, Clorometani ed Elettrolisi, nonché lo scarico generale, ed una Aia rilasciata dalla Provincia di Livorno relativa alla sola Sodiera. Nei piani di monitoraggio e controllo contenuti nelle Aia, sono state date prescrizioni specifiche per i punti di monitoraggio/prelievo per i vari impianti, cui il gestore e l'ente di controllo devono attenersi. Arpat ha effettuato i prelievi nei punti previsti dalle autorizzazioni. Le attività di controllo sono sempre state condotte secondo le prescrizioni degli atti autorizzativi esistenti, nella logica della terzietà dell'Agenzia. Arpat, già nel 2003, in fase di rinnovo dell'autorizzazione allo scarico dell'impianto Solvay, aveva rilevato come le ingenti quantità di acqua di mare utilizzate soprattutto per la Sodiera, dovessero essere suddivise tra acque di raffreddamento e acque di processo, per evitare le conseguenti diluizioni, e/o che gli scarichi fossero trattati (e, quindi, campionati) prima della confluenza con le acque di raffreddamento. Su questa interpretazione, recepita in un primo tempo dalla autorizzazione provinciale, l'azienda fece ricorso davanti al Tar e la questione fu risolta con il rilascio da parte della Provincia di Livorno dell'Aia; l'indagine della Procura ed il successivo patteggiamento (per quanto ci risulta) potrà portare alla'individuazione di una nuova localizzazione del punto di prelievo del piè d'impianto della Sodiera, a monte della confluenza delle acque di raffreddamento. Siamo in attesa di conoscere il merito degli atti conseguenti al patteggiamento. Arpat, oltre al controllo degli scarichi, ha sempre effettuato i controlli previsti dalla normativa sulla balneazione, non limitandosi ai controlli batteriologici (che hanno dato sempre esito positivo), ma definendo lo stato chimico dell'acqua di mare delle "spiagge bianche". I risultati ottenuti non sono dissimili da quelli tipici di gran parte del mare della Toscana. Inoltre, la composizione chimica delle sabbie delle spiagge bianche è stata oggetto di campionamenti ed analisi già nel 2000 e poi nel 2009 che hanno dimostrato il rispetto degli standard normativi per i suoli destinati ad attività residenziali. Su richiesta dell'Osservatorio previsto dall'accordo di programma del 2003, l'Agenzia ha realizzato un monitoraggio ambientale concluso nel 2008. Nel corso della seconda parte del 2011, è stata anche realizzata da Arpat un'indagine eco-tossicologica per la verifica di una eventuale tossicità legata alla natura dei solidi veicolati in mare. I risultati dell'indagine hanno permesso di accertare l'assenza di tossicità o tossicità inferiore al limite di "tossicità trascurabile". Tutti i dati e le nostre indagini sono sempre state trasmesse anche alla Ausl competente per territorio ed a tutti i firmatari dell'Accordo di programma. Arpat, insieme agli altri competenti (Mattm, Ispra, Regione, Provincia) è impegnata da mesi nell'istruttoria per il rinnovo dell'Aia degli stabilimenti Solvay, nonchè per il rinnovo dell'Accordo di programma in scadenza per il 2015. Punto centrale di tale istruttoria è la valutazione delle condizioni che possono garantire la compatibilità ambientale degli scarichi. Arpat recentemente, ha formulato al Ministero dell'Ambiente una nuova proposta di Piano di monitoraggio e di valutazione degli effetti ambientali sull'ecosistema marino (2014 - 2015). In tale elaborato si prevede di effettuare il monitoraggio dei solidi dello scarico Solvay, della composizione delle sabbie, dei sedimenti superficiali e profondi, delle acque e delle matrici biologiche (Fitoplancton, Benthos, Posidonia, Coralligeno), di pesci e molluschi. Arpat Toscana 10/7/2013.

ARPAT replica al sig. Baldeschi
Sull’edizione di Cecina-Rosignano del quotidiano Il Tirreno di sabato 12 luglio, è stato pubblicato un intervento del sig. Mario Baldeschi, coordinatore SEL, dal titolo: “Il mercurio sversato. Dov’era l’Arpat in quegli anni?”. L’intervento si riferisce ad un precedente comunicato dell’Agenzia del 10 luglio, vedi nel quale avevamo cercato di chiarire quali attività di controllo abbia svolto ARPAT in merito alla Solvay. L’assunto da cui parte il sig. Baldeschi per le sue argomentazioni è che, secondo lui, “Da quanto descritto (nel nostro comunicato ndr) si evince che tutto è nella norma e che i controlli sono stati effettuati regolarmente secondo le prescrizioni previste negli atti autorizzativi.” Successivamente cita vari studi scientifici in merito alla presenza di mercurio e ad i suoi effetti nel mare in prossimità della Solvay. Vogliamo dire chiaramente a Baldeschi che con il nostro comunicato non abbiamo affatto inteso dire che “tutto è nella norma”, anzi, ad esempio nel comunicato del 5 giugno (vedi) abbiamo riferito come “L’attività di controllo ha evidenziato valori di solidi sospesi con continuità superiori a quelli indicati dall’Accordo di Programma e, in taluni casi, il superamento della concentrazione per alcuni parametri quali Fe, Al, Mn e B. Di tali superamenti ARPAT ha informato gli enti e le autorità competenti.” Riguardo poi al mercurio è evidente che questo è stato scaricato per molti anni in mare, ricordiamo che fino al 1976 (legge Merli) non esisteva in Italia una normativa nazionale che regolasse gli scarichi industriali, e solo nei primi anni ottanta lo stabilimento Solvay si è dotato di un sistema di trattamento del mercurio, che poi è stato definitivamente eliminato dal ciclo produttivo nel 2007 (a seguito dell’Accordo di programma del 2003). Su questo aspetto nella relazione conclusiva dell’attività di monitoraggio svolto dall’Agenzia fra il 2004 ed il 2008, sugli effetti degli scarichi Solvay sull’ecosistema marino sono chiaramente indicati i problemi riscontrati, con l’indicazione della ampia area interessata da concentrazioni di mercurio nei sedimenti superficiali. Una parte di questo mercurio, evidentemente quello biodisponibile, è stato nel corso del tempo trasferito alla rete trofica degli ecosistemi marini, anche se il fenomeno del bioaccumulo attualmente è, probabilmente, inferiore a quello di 15-20 anni fa. In considerazione del fatto che, a luglio 2007, l’impianto a celle di mercurio ha definitivamente cessato la sua attività, sostituito con uno, sicuramente meno impattante da questo punto di vista, a celle a membrana, è presumibile che si potranno vedere miglioramenti nei prossimi anni. Inoltre, già in quella sede si evidenziava la necessità di riprendere l’attività di monitoraggio, oggi riproposta al Ministero, ad Ispra ed a tutti i firmatari dell'Accordo di programma del 2003. Infine ricordiamo che è sì necessario guardare indietro per capire i problemi, ma altrettanto importante è guardare oltre, prestando attenzione ai possibili margini di miglioramento del ciclo produttivo, concentrando l’attenzione sulle condizioni che potrebbero essere poste in sede di rinnovo e modifica sostanziale dell’AIA e dell’Accordo di programma in scadenza nel 2015. ARPAT pensa di poter dare il proprio contributo tecnico,insieme a tutti gli altri soggetti interessati, alla ricerca di soluzioni che cerchino di conciliare la tutela dell'ambiente e della salute con lo sviluppo e il lavoro. Tema complicato, non sempre concorrenziale. 17/07/2013

"Solvay, una nuova Ilva". Ma il risanamento slitta al 2015.
I dati sull'inquinamento della costa tra Rosignano Marittima e Vada sono inquietanti e confermati dalla Agenzia ambientale dell'Onu. Un'interrogazione parlamentare rivela i contorni di una possibile "bomba ecologica" sulla riviera toscana. La denuncia approda in Parlamento, dopo l'interrogazione presentata al governo dal deputato Adriano Zaccagnini, ex M5S e ora appartenente al gruppo misto. Una "bomba ecologica", così viene definita la situazione dello stabilimento Solvay, sorto sulla costa toscana nel 1941. Lo gestisce una multinazionale belga che estrae salgemma dai giacimenti di Volterra e della Val di Cecina. Produce sale, cloro, e derivati;oltre alla produzione elettrica, a partire dagli ultimi 20 anni, la Solvay ha sempre prodotto carbonato di sodio, bicarbonato di sodio, cloro, soda caustica, clorometani e acqua ossigenata. I risultati - secondo i dati forniti dal deputato - sono stati un valore aggiunto modesto sul territorio e un costo enorme in termini ambientali: un visibile degrado del mare, enormi consumi di acqua e l'estrazione di salgemma nella Val di Cecina fino alle saline di Volterra; la gente accorre a frotte in un'area non balneabile: i cartelli stradali indicano proprio «spiagge bianche», da Rosignano Marittima a Vado, nonostante l'acqua - si legge nell'interrogazione - "nasconda insidie letali. Tuttavia, nel raggio di chilometri non s'intravede un solo divieto. Anzi, con denaro pubblico è sorto un lido balneare e l'Asl organizza addirittura la balneazione per gruppi di persone disabili". L’Agenzia ambientale Onu ha classificato questo tratto costiero come uno dei 15 più inquinanti d’Italia: secondo le stime per difetto del Cnr di Pisa, nella sabbia bianca la Solvay ha scaricato 337 tonnellate di mercurio ed altri veleni: arsenico, cadmio, nickel, piombo, zinco, dicloroetano. L’elenco completo è stato pubblicato sul sito dell’Agenzia europea dell’Ambiente. Più precisamente a Rosignano, secondo Legambiente, sono state 500 tonnellate di mercurio, presenti fino a 14 chilometri dalla battigia. E gli albergatori hanno addirittura chiesto di cambiare il nome della cittadina togliendo il "marchio" Solvay proprio per non abbinare la città alla situazione di degrado ambientale. Oggi la Solvay è finita sotto inchiesta per gli scarichi abusivi nel mare toscano, sono stati indagati sia la direttrice che i 4 ingegneri. La Solvay è stata chiamata ad agire subito poiché vi è la paura di essere di fronte ad una Ilva toscana. Per i pm, infatti c'erano punti di rilascio sconosciuti all'Arpat, agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, i fanghi erano annacquati per diluire la concentrazione. La società ha chiesto di patteggiare, ma la Procura ha posto precise condizioni: risanamento e fine delle violazioni. L’ultima scadenza per la Solvay è il 2015: se non sarà tutto ok, potrebbero scattare i sequestri. Aspettando ulteriori sviluppi, Zaccagnini ha così chiamato in causa il Ministero dello sviluppo economico, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ed il Ministero della Salute - con l'interpellanza nella quale sottolinea che "la Solvay, gettando in mare gli scarti di fabbrica, ha reso la zona di Rosignano-Vada in Toscana un luogo ai limiti della fantascienza. Il mare azzurro turchese e la spiaggia bianca candida richiamano un paesaggio tropicale e una visione paradisiaca che però nascondono un inferno malato. È un paradiso artificiale che non può portare alcun beneficio a coloro che lo frequentano. La natura è stata infatti sottomessa dal profitto economico, che l'ha spremuta fino all'ultima goccia. Secondo le testimonianze di chi vive in questa realtà, la gente sempre più spesso muore di cancro. I cartelli con scritto Divieto di balneazione sono stati rimossi di recente dai gestori degli stabilimenti balneari”.
Zaccagnini pone richieste precise ai ministri competenti:
1) realizzare un'indagine epidemiologica, a cura di un organismo pubblico autorevole e a carico della stessa Solvay, per stabilire gli eventuali rapporti tra le patologie e i decessi avvenuti sul territorio e le emissioni inquinanti della fabbrica, con la correlazione tra inquinanti conosciuti e patologie;
2) intervento d'urgenza per quantomeno bloccare i danni all'ambiente e alle persone prodotti dalla lavorazione;
3) avvertire la popolazione dello scarico in mare di tali sostanze, prevedendo inoltre che le spiagge bianche vengano interdette alla frequentazione per almeno 1 chilometro a nord e a 2 chilometri a sud dalla foce dello scarico;
4) chiusura dello scarico a mare entro non oltre 4 anni, anche se depurato dagli inquinanti denunciati;
5) obbligo per lo stabilimento di dotarsi di un impianto a circuito chiuso dell'acqua, con la possibilità di utilizzare solo l'acqua in entrata in mare;
6) rimborso dei lavoratori posti in Cassa integrazione (da dicembre 2011 a maggio 2012) nel caso fosse riconosciuta la strumentalità dell'iniziativa Solvay;
7) prevedere, nell'accordo di programma che è in corso di definizione presso la regione Toscana, un dissalatore a carico di Solvay, da cui la multinazionale ricavi acqua e sale lasciando l'acqua dolce alla popolazione;
8) spostamento del serbatoio di etilene ad alto rischio dall'area archeologica di Vada prevedendo per lo stesso una diversa collocazione.
(Da La Repubblica del 31/7/2013)

Agosto 2013 - Arrivano i cartelli promessi con le informazioni sulla specificità del luogo - Che la spiaggia fosse "frutto del deposito di materiali derivanti da lavorazione chimica" lo sanno da sempre anche coloro che consentano ai figli il bagno nel fosso convinti che sia soda. Come al solito si equivoca sulle parole in barba alla salute ed alla verità. La dicitura veritiera doveva essere questa: "la spiaggia è frutto del deposito di materiali ALTAMENTE TOSSICI derivanti da lavorazione chimica". Ma dimenticavo...l'ARPAT non lo dice... (NdR)

Nel luglio 2017 questo cartello non è più presente.

Solvay patteggia, bonifiche per 7 milioni. Inquinamento Spiagge bianche: il giudice infligge multe a 4 dirigenti. L’ex direttore Michele Huart pagherà 29mila euro. Il riconoscimento di responsabilità.
Quasi 7 milioni di euro (6,7) di investimenti in bonifiche ambientali per regolare i conti con la giustizia dopo aver inquinato per anni la zona di Rosignano con fanghi velenosi, in particolare nell’area intorno alle Spiagge bianche. È questo l’impegno che i vertici della Solvay si sono presi anche davanti al giudice per le indagini preliminari che la settimana scorsa ha accolto la richiesta di patteggiamento concordata dai legali della multinazionale con la procura dopo un’inchiesta durata quattro anni e nella quale gli investigatori, coordinati dal pm Giuseppe Rizzo, hanno accertato al di là di ogni ragionevole dubbio, «un sistema di scarichi non mappati che permettevano all’azienda di diluire sostante come mercurio, piombo, selenio e fenoli vari affinché nel momento in cui questi arrivavano a valle risultavano in regola con i parametri previsti dalle normative di legge». Oltre al maxi stanziamento per la bonifica dei terreni inquinati e la messa in sicurezza del sito, sono quattro i dirigenti della Solvay che hanno patteggiato: l’ex direttrice dell’impianto Michéle Huart dovrà versare 29mila euro, mentre Fabio Taddei, Davide Mantione e Massimo Iacoponi dovranno pagare cifre comprese tra gli 8 e i 12mila euro. L’inchiesta. È iniziata quattro anni fa dopo un esposto firmato da medicina democratica. Un’indagine spiegano gli investigatori «difficile», perché accertare il sistema attraverso il quale sono state aggirate le norme da parte della Solvay, ha significato mappare palmo a palmo un’area sconfinata. È attraverso questo lavoro che i finanzieri del reparto aeronavale della finanza di Portoferraio hanno scoperto i punti di diluizione non mappati. Le indagini - spiegano dalla procura - hanno riguardato gli scarichi degli impianti clorometani, perossidati, sodiera ed elettrolisi e di tutto il sistema di fossati che confluiscono nel Fosso bianco, il collettore che sfocia poi alle Spiagge bianche. «Nel corso degli anni è stato necessario ripetere i campionamenti per accertare gli illeciti», ammettono gli inquirenti. Decisive, infine, sono state le tre perizie richieste dalla procura che hanno messo la Solvay con le spalle al muro, tanto da dare mandato allo studio legale milanese Bolognesi di avviare una trattativa con la procura per arrivare all’accordo sul patteggiamento. «Durante l’inchiesta - ha ripetuto il procuratore capo Francesco De Leo all’indomani della chiusura delle indagini - non abbiamo sequestrato l’impianto per l’importanza dell’azienda sul territorio e il particolare momento storico. Di questo siamo molto soddisfatti. Anche perché l’azienda è stata collaborativa e noi abbiamo ottenuto quello che volevamo: il riconoscimento di responsabilità e l’intervento di disinquinamento. Detto questo continueremo a vigilare». L’accordo. La procura ha concesso all'azienda il tempo di avviare un impianto pilota per determinare le quantità e qualità finali delle acque di scarico. Entro il 2014 è prevista la realizzazione di un sistema di trattamento reflui. Inoltre «sono stati fatti sequestri di materiale di scarto accumulato indebitamente in alcuni siti e inviati a smaltimento ed eseguita la pulizia di tutti i fossi e canali. È stato realizzato un sistema di contenimento delle acque di primo impatto, attraverso il ripristino e la pulizia di sei bacini di raccolta, posizionati prima della confluenza degli scarichi a mare, oltre che la costruzione di una serranda automatizzata quale sbarramento del fosso di scarico stesso». E ancora: è stata imposta la bonifica della vasca di diversione della sodiera, da 10mila metri cubi, che all'atto del controllo conteneva 5.000 metri cubi di rifiuti. È stato anche imposto all'azienda un primo spostamento del punto di campionamento a monte della confluenza di tubature provenienti da uno scaricatore di piena dell'impianto fognario urbano. Perché nel fosso bianco ci finiva un po' di tutto, anche i reflui civili. (Federico Lazzotti per Il Tirreno del 15/10/2013)

INCHIESTA SCARICHI A MARE - Solvay: «Patteggiato per evitare un lungo iter giudiziario»
Solvay interviene con una nota sulla notizia, anticipata ieri dal nostro giornale, dell’avvenuto patteggiamento in Tribunale nell’inchiesta sugli scarichi a mare. «Il giudice - scrive Solvay - ha accolto la richiesta dell’azienda, fissando una sanzione pecuniaria complessiva di 58.460 euro». Parla di patteggiamento « che non comporta necessariamente un’ammissione di responsabilità». L’azienda ribadisce infatti che «la motivazione principale è di non intraprendere un lungo e complesso iter giudiziario, non giustificato dall’entità dell’evento. Durante il corso del procedimento, sono state già completate da parte dell’azienda azioni specifiche relative al trattamento degli scarichi idrici dello stabilimento, per complessivi 7 milioni di euro. Sono stati poi individuati ulteriori interventi di miglioramento che Solvay si è impegnata a perseguire, nel quadro della sostenibilità ambientale delle proprie attività industriali e della costante collaborazione con istituzioni ed organi di controllo, nel rispetto delle normative e delle autorizzazioni ambientali in vigore».
(Il Tirreno del 16/10/2013)

2014 la cronaca non si ferma

Otto corridoi di sicurezza sulle Spiagge Bianche di Rosignano. Potenziato il piano di salvataggio: l’arenile sarà diviso in zone, con cartelloni per delimitare le diverse aree e facilitare l’accesso dei mezzi di soccorso.

Otto cartelloni che indicano altrettante aree di quella spiaggia dai colori caraibici e vista industriale conosciuta in tutta Italia con il nome di Spiagge Bianche. L’iniziativa, promossa per l’estate 2014 dal Comune di Rosignano, ha l’obiettivo di ottimizzare i tempi di soccorso in caso di richiesta di aiuto. Perché, solo l’estate scorsa, i bagnini che presidiano quel tratto di arenile libero lungo un chilometro hanno soccorso 44 bagnanti: e di questi ben 14 hanno richiesto l’intervento di pronto soccorso garantito dai mezzi della Pubblica Assistenza.

«Un dato – conferma il comandante della guardia Costiera di Vada Alessandro Balisciano – che non ha uguali in tutta la Toscana perché in tutta la Regione non esiste un tratto così esteso di arenile libero che, per altro, richiama ogni estate migliaia di turisti». E dunque, per garantire una maggiore sicurezza, i villeggianti troveranno, affissi lungo la spiaggia dal Lillatro sino a Vada, otto cartelli con stampate le indicazioni precise del luogo. Cartelli contrassegnati da lettere e numeri.

Otto i pannelli: due nella zona del pennello, due al Galafone, due nei pressi del fiume Fine e due al Lillatro. Una suddivisione in zone in modo che, nel caso di richiesta di aiuto, i fruitori delle spiagge possano indicare ai soccorritori l’esatta zona in cui si trovano; indicazioni importanti per i mezzi di soccorso che potranno individuare immediatamente gli accessi al mare «e accelerare – spiega Daniele Donati assessore alla qualità urbana – i tempi di intervento». Ma non solo. Quest’anno sarà aumentata anche la sorveglianza nei giorni festivi: «In una delle torrette che verranno installate lungo le spiagge bianche, tre in tutto partendo dal Lillatro, sarà presente – dice Donati - un bagnino in più così da garantire nei giorni di festa, una maggiore assistenza alla balneazione». (A.Bernardeschi per Il Tirreno del 17/4/2014)

Agosto 2014 - Rapido giretto annuale in area Fosso Bianco per vedere se c'è qualcosa di nuovo...ottimi i nuovi pannelli: due nella zona del pennello, due al Galafone, due nei pressi del fiume Fine e due al Lillatro che suddividono l'area in zone per indicare ai soccorritori l’esatta zona dove intervenire; 7 cartelli di Divieto di Balneazione sulla stessa recinzione fatta con pali e catene arrugginite fin dal montaggio nel 2012, il divieto di bagno nel fosso del "Gentili" reso illeggibile e con tuffatori, anche ex dipendenti Solvay in azione, i due scarichi nel FB posti a valle dei campionatori Arpat per cui "ci mando quello che voglio..."la squadra di calcio giovanile sceglie pure lei la "sana zona" per l'allenamento ed infine l'immancabile nonno che accompagna il nipotino a sguazzare nella calda acqua del fosso industriale...non resta che andarsene quanto prima...

Troppo mercurio in mare alle spiagge bianche Il dossier dell'Arpat sulla qualità delle acque intorno allo scarico della Solvay: "La contaminazione arriva fino alla costa di Quercianella" di Anna Cecchini.
Contaminazione da mercurio, non solo davanti allo scarico Solvay ma fino alla costa di Quercianella, nel periodo antecedente al 2010, e superamento dei parametri di mercurio e tributilstagno nei monitoraggi effettuati fino ad oggi, tale da definire lo stato chimico della zona “non buono”. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni del rapporto sulla “Qualità delle acque marino costiere prospicienti lo scarico Solvay di Rosignano”, pubblicato da Arpat nei giorni scorsi sul proprio sito internet. Un rapporto dettagliato in cui vengono ripercorsi i campionamenti effettuati dall’azienda chimica e dalla stessa Arpat (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana) negli ultimi dieci anni. A richiedere il documento di sintesi ad Arpat e Ispra, come si legge nella premessa del rapporto, è stato «il ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, con nota n. 4851 del 12 febbraio 2014. Per fornire una risposta a tale richiesta sono stati raccolti i dati e le informazioni, ad oggi disponibili, sui risultati del monitoraggio ambientale effettuato e delle indagini condotte a vario titolo da diversi istituti di ricerca, oltre alle informazioni sui risultati dei controlli condotti negli ultimi anni sullo scarico dell’impianto». A proporre, nel giugno del 2013, la prosecuzione del monitoraggio effettuata nel periodo fra il 2004 e il 2008, è stata la stessa Arpat, «al fine di valutare - si legge ancora nel documento - gli effetti ambientali sull’ecosistema marino conseguenti alla presenza dello scarico Solvay (che dal 1912 ha scaricato in mare oltre 13.000.000 di tonnellate di solidi sospesi, che dal 1941, sia pure con livelli di contaminazione diversi nel tempo, hanno veicolato tra l’altro mercurio».Quanto ai risultati, dallo studio effettuato dagli esperti Arpat, emerge che «il monitoraggio antecedente al 2010 ha evidenziato in sostanza che l’area marina prospiciente lo stabilimento Solvay è caratterizzata dalla presenza di una contaminazione da mercurio nei sedimenti, in una zona piuttosto estesa, che va dallo scarico Solvay, verso nord-ovest fino alla zona di Quercianella: i vari studi condotti da diversi istituti di ricerca e i dati del monitoraggio effettuato da Arpat, hanno rilevato la presenza di mercurio con concentrazioni variabili, in funzione del punto di prelievo e della profondità dello stesso (con valori massimi intorno a 4 mg/kg s.s.). Tale situazione può essere collegata alla distribuzione granulometrica dei solidi sospesi presenti nello scarico che, essendo costituiti in buona parte da particelle fini (peliti), vengono dispersi in aree abbastanza estese, mentre la parte più grossolana si deposita nell’area più vicina allo scarico». Arpat ha naturalmente analizzato anche gli effetti dei solidi sospesi sulle acque: «I parametri temperatura, salinità e nutrienti, come lo zooplancton e il fitoplancton, non sembrano mostrare aspetti di criticità». Peggiore, sempre relativamente ai controlli fatti prima del 2010, lo stato della prateria di posidonia nell’area marina circostante lo scarico «è sottoposta ad un impatto negativo dovuto essenzialmente alle concentrazioni e al flusso di massa dei solidi sospesi totali (Sst), presenti nello scarico. La prateria situata di fronte la costa di Rosignano è alquanto articolata con la presenza di macchie, anche di notevoli dimensioni ed ha subito una regressione, verso il largo, del limite superiore causata da un notevole apporto di sedimenti». Quanto al monitoraggio effettuato dal 2010 fino ad oggi, la situazione non appare molto diversa. «Facendo riferimento strettamente ai parametri chimici e biologici rilevati presso il punto di monitoraggio “Rosignano Lillatro”, posizionato nell’area interessata dallo scarico, risulta uno stato chimico non buono (tra l’altro scritto a caratteri maiuscoli, ndr), a causa del superamento dei valori di concentrazione previsti per il mercurio e il tributilstagno; tale situazione si ripresenta anche per gran parte degli altri corpi idrici della costa toscana, ad esclusione della “Costa dell’Argentario”. Il Tributilstagno non sembra ascrivibile allo scarico Solvay, mentre il mercurio, presente anche in quasi tutti gli altri corpi idrici marino costieri della Toscana, è stato sicuramente influenzato, in maniera determinante dal contributo dello stabilimento»

2016 la cronaca non si ferma

25.01.2016 - A Rosignano Solvay il mesotelioma cresce del 300%: in Italia industria fa ancora rima con tumori di Marta Panicucci.
"Rosignano è ai primi posti in Italia per i casi di mesotelioma in rapporto alla popolazione, e il trend è tale anche per le altre patologie tumorali”: non lasciano spazio a interpretazioni le parole di Ezio Bonanni dell’Ona (Osservatorio nazionale sull’amianto) riguardo all’incidenza del tumore legato all’esposizione all’amianto di lavoratori e cittadini del paese di Rosignano Solvay.  “Emergono per la Asl 6 di Livorno 192 decessi rispetto agli 80 attesi” sono i risultati dell’ultima indagine Ona sulla provincia resi noti in questi giorni dalla Onlus che ha presentato un esposto alla Corte europea per chiedere “la condanna della Repubblica italiana per la mancata adozione di concrete misure per limitare l’incidenza epidemiologica delle patologie asbesto correlate in Rosignano e in tutto il comprensorio”. Purtroppo l’Ilva di Taranto, nonostante sia l’esempio più eclatante, non è l’unico caso in Italia in cui lavoratori fa rima con tumori, in cui le esigenze produttive si scontrano con la tutela ambientale e la difesa della salute dei cittadini. La vicenda legata alla multinazionale chimica belga, che nel 1913 ha iniziato i lavori per la costruzione dello stabilimento toscano per la produzione di soda caustica, bicarbonato e carbonato di sodio, è annosa e complessa. Rosignano Solvay non è un paese che ospita una fabbrica, è un paese creato intorno e per la fabbrica. Le case, le scuole elementari, il teatro, lo stadio, il circolo per il dopo lavoro, lo stabilimento balneare, tutto a Rosignano è stato creato dalla Solvay con il marchio di fabbrica sopra. E lo stabilimento da oltre un secolo fa il buono e il cattivo tempo del territorio decidendo della vita, del lavoro e purtroppo anche della morte dei cittadini. Da anni la Solvay è accusata di essere la responsabile dell’alto tasso di malattie e tumori legati all’esposizione dell’amianto e della presenza di altre sostanze altamente cancerogene. I rischi per lavoratori e cittadini non derivano soltanto dall’amianto maneggiato all’interno della stabilimento, ma anche dalle sostanze cancerogene che la fabbrica disperde da decenni in aria tramite le ciminiere e in acqua tramite i fossi di scarico dei rifiuti chimici che arrivano direttamente in mare. Dallo stabilimento di Rosignano Solvay esce la quasi totalità della produzione di carbonato di sodio utile all’industria italiana. Lo smaltimento regolare di rifiuti, come mercurio e arsenico, che si creano con una così alta produttività può costare alcune migliaia di euro a tonnellata: costi enormi per un’azienda che, invece, scarica in mare oltre 146mila tonnellate di rifiuti l’anno. La quantità di inquinanti presenti nel tratto di costa di fronte alla Solvay è così elevato che nel rapporto ONU del 2002, l’Organizzazione  mondiale ha incluso Rosignano Solvay tra i 15 luoghi costieri più inquinati d’Italia. Secondo le stime, infatti, nel mare turchese delle famose Spiagge Bianche create con il bicarbonato sarebbe concentrato il 42,8% dell’arsenico totale riversato nel mare italiano. Ed il mercurio scaricato dal fosso inquina il tratto di mare di fronte alla fabbrica fino a 14 chilometri dalla costa. Lo stabilimento di Rosignano Solvay dai primi anni del ‘900 sversa in mare solidi pesanti e metalli come mercurio, arsenico, cadmio, cromo, ammoniaca e solventi organici potenzialmente cancerogeni. Nel 2014 il Ministero dell’Ambiente ha incaricato l'ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) di verificare gli effetti sull’ambiente marino dello scarico in mare dello stabilimento, con particolare riferimento ai solidi sospesi. Nell’ottobre 2014 l’Arpat ha pubblicato il rapporto che rivela: “Le acque marine antistanti lo scarico risulta uno stato chimico “Non Buono”, dovuto al superamento (nelle acque) dei limiti previsti per il mercurio e il tributilstagno, nel punto di monitoraggio Lillatro”. E su questo aspetto c’è ancora un processo in corso. Nel 2009, infatti, la procura di Livono ha aperto un’indagine che ha portato la Solvay sul banco degli imputati nel 2013. L’allora direttrice dello stabilimento e quattro ingegneri sono stati rinviati a giudizio per la scoperta di quattro scarichi abusivi sconosciuti all’ARPAT, e una procedura per annacquare i fanghi e aggirare così i limiti di legge. La Solvay ha sostanzialmente ammesso le sue colpe chiedendo il patteggiamento, accettato dalla Procura di Livorno a condizione, però, che la fabbrica effettuasse un piano di risanamento e messa in regola entro il 2015. E così mentre la Solvay era intenta a difendersi da pesanti accuse, lavoratori e cittadini hanno continuano ad ammalarsi. La cosa più assurda di questa situazione è che nessuna istituzione locale o nazionale ha ritenuto necessario svolgere una seria indagine sulla salute di lavoratori e dei cittadini per stabilire una volta per tutte se ci sia o meno un nesso tra alta incidenza di tumori registrata a Rosignano dall’ASL e presenza da un secolo di una fabbrica di tale portata. Nel 2014 anche la trasmissione della RAI Gazebo ha fatto un servizio sulla Solvay riaccendendo la polemica sui rischi legati all’amianto. A quel servizio la fabbrica ha risposto accusando la trasmissione di diffondere “assurdità” e respingendo ogni tipo di nesso tra morti e fabbrica. L’ONA, ovviamente, non è dello stesso avviso e nemmeno la magistratura. Nel luglio scorso il tribunale di Livorno ha condannato l’INAIL a costituire la rendita in favore della vedova di un ex dipendente Solvay morto per tumore al polmone nel 2010. Aveva 57 anni e aveva lavorato per 31 anni nel settore manutenzioni dello stabilimento chimico di Rosignano. Nel corso del procedimento è stato provato che la morte del dipendente Solvay era legata alla “malattia professionale”, cioè all’esposizione all’amianto nel sito produttivo. Negli anni ’20 e ’30 quando ancora si moriva di raffreddore e le conoscenze sanitarie era scarsissime non si poteva pretendere che all’interno di una fabbrica si facesse prevenzione o scelte legate alla tutela dell’ambiente. Ma negli anni la situazione è cambiata, la consapevolezza dei rischi per l’ambiente e la salute hanno preso il posto dell’ignoranza e della superficialità, ma in molti casi italiani il cambio di passo politico su queste tematiche non c’è stato. Le esigenze produttive e occupazionali, hanno sempre prevalso sui tentativi di lavoratori e associazioni di chiedere maggiori tutele e garanzie. E così la Solvay per i lavoratori che per anni hanno lavorato senza alcuna protezione con l’amianto, che l’hanno respirato, ingerito, che sono tornati a casa dalla famiglia con i vestiti contaminati ha offerto qualcosa come un anno di pensione anticipata ogni due anni passati immersi nel minerale killer (e soltanto ai lavoratori più esposti). Perchè l’industria, le grandi multinazionali sono abituate a pensare con il portafoglio in mano, a pensare che si possa comprare tutto, anche il silenzio e la salute con qualche contributo in più. “La contaminazione di polveri e fibre di amianto, e di altri cancerogeni, negli ambienti di lavoro e in quelli di vita ha determinato, sta determinando e determinerà – prevede ancora l’ONA - una più alta in
cidenza di patologie asbesto correlate (mesoteliomi, tumori polmonari, della laringe, dell’ovaio, del tratto gastrointestinale) e di altre patologie, in tutta la popolazione e non solo tra i lavoratori”. Per questo motivo la Onlus ha presentato esposto alla Corte Europea chiedendo che “in ambito comunitario si sanzioni l’Italia anche per l’operato della Regione Toscana e del Comune di Rosignano”. La politica, infatti, a tutti i livelli nazionale e locale ha sempre avuto un comportamento ambiguo nei confronti dello stabilimento Solvay, così come delle altre fabbriche sul territorio. Sotto una patina di richieste formali di adeguamento alle norme europee e tutela dell’ambiente e della salute, le azioni concrete di controllo e indirizzo dell’operato della Solvay non si sono mai viste. Anzi, secondo Medicina Democratica grazie al decreto CITAI (Comitato Interministeriale Tutela Acque dall’Inquinamento) che affida alle amministrazioni locali il potere di concedere autorizzazioni in deroga alle fabbriche “la Provincia di Livorno concede da anni a Solvay autorizzazioni quadriennali in deroga per i solidi sospesi, veicolanti in mare migliaia di tonnellate di metalli tossici e solventi”. Della difficile, ma necessaria convivenza di industria, ambiente e salute si discute da anni. Su un piatto della bilancia ci sono gli interessi e gli investimenti di grandi marchi o multinazionali che portano sul territorio valore aggiunto e occupazione, ma dall’altra ci sono temi legati alla tutela dell’ambiente, l’aria e il mare, e soprattutto della salute chi vive dentro e fuori lo stabilimento. In realtà, per quanto riguarda la Solvay, il piatto della bilancia con il valore aggiunto portato dall’azienda al territorio non è più così pesante, com’era, invece, nei primi decenni di attività. Secondo uno studio del dipartimento di economia e management dell’Università di Pisa (“Stima delle ricadute economiche della Solvay sul territorio della Val di Cecina dal 2006 al 2012” di Cheli, Coli, Del Soldato e Luzzati) ad oggi i dipendenti Solvay, compresi i lavoratori dell’indotto, rappresentano il 2-4% della popolazione e il valore aggiunto (calcolato in stipendi e tasse pagate all’amministrazione) si aggira tra l’1 e il 2% del valore complessivo prodotto dallo stabilimento Solvay. Secondo le testimonzianze di molti dipendenti, infatti, la multinazionale belga vorrebbe chiudere il sito livornese, ma, in quel caso, sarebbe obbligata a bonificare tutta l’area, con un’operazione enorme e costosissima. Rosignano Solvay è il classico esempio dell’incompetenza e del lassismo della politica italiana che su temi importanti come la tutela dell’ambiente e della salute adotta un comportamento di rassegnato permissivismo in nome della produttività e dell’occupazione. Intanto, mentre si tutela il guadagno delle fabbriche, non si difendono i cittadini, con costi enormi in termini umani, ma anche strettamente economici. Secondo uno studio nazionale dell’ARPA (“Industria, ambiente e salute” del 2012) le stime dei costi sanitari e ambientali dovuti alle emissioni industriali indicano una conto economico, nel 2009, compreso tra 102 e 169 miliardi di euro. “Anche la bonifica dei siti inquinati – spiega lo studio - richiede un impegno economico spesso molto rilevante. Eppure oggi ci sono studi che dimostrano la convenienza di investire nella prevenzione e nella bonifica: utilizzando una visione di più ampio respiro e strumenti già sperimentati a livello internazionale si può quantificare il saldo positivo che deriva dai costi sanitari “risparmiati” eliminando le fonti di esposizione”.  Ma anche in questo frangente l’Italia si dimostra miope, assoggettata agli interessi industriali e incapace di difendere i cittadini proponendo metodi alternativi di produzione, smaltimento sicuro dei rifiuti o diverso impiego dei siti. E intanto mentre multinazionali straniere la fanno da padrona nei paesi italiani (quello di Rosignano è soltanto uno degli stabilimenti in Italia della Solvay) alle associazioni come l’ONA non resta che fare la conta dei morti e invocare l’intervento europeo per chiedere quella protezione dei cittadini che lo Stato italiano non è in grado di garantire.

2017 la cronaca non si ferma


LA SITUAZIONE INACCETTABILE MOSTRATA SOTTO DEVE CESSARE QUANTO PRIMA


Galleggiamento lungo il canale e padre e figlio impegnati nella traversata nonostante i divieti. Il guado si ripete con notevole frequenza...Dopo l'arginatura del fosso visibile a destra e la costruzione del ponticello in legno nel 2005, la battigia si è allontanata di una ventina di metri ricreando le condizioni precedenti favorevoli all'attraversamento a guado.
L'ATTRAVERSAMENTO A GUADO DELLO SCARICO NON VA SOLO VIETATO, VA RESO IMPOSSIBILE
Appare evidente quanto sia necessario un ulteriore allungamento degli argini del fosso e che l'area di battigia di 200 m. (100 per lato) intorno al canale venga totalmente recintata fino a ~20 m. in mare impedendo veramente il passaggio delle persone su quel lato. In pratica l'attuale inutile barriera di vecchi pali uniti da catena, va completata con pali inox e rete metallica idonea fino in mare. Solo in questo modo si impedisce l'accesso all'area altamente inquinanta. Più o meno come nello schema sotto:

28 agosto 2017 - Solvay, pesci morti lungo le Spiagge Bianche della Toscana: la procura indaga sugli sversamenti di ammoniaca.

4 settembre 2017 - I Caraibi chimici fra pesci morti e ammoniaca: e c'è chi continua a fare il bagno tra gli scarichi.
Decine di muggini “gaggia d’oro” e alcuni esemplari di lecce “stella”, affiorati sulla battigia in corrispondenza del Fosso Bianco. Hanno l’occhio vitreo e la bocca spalancata, sono morti probabilmente da poche ore. È il tardo pomeriggio di martedì 29 agosto . La stessa mattina alcuni residenti dei Palazzoni (zona sud di Rosignano Solvay) segnalano all’ufficio Ambiente del Comune un forte odore di ammoniaca nell’aria. Viene attivata l’Arpat.
L'ALLARME E LE POLEMICHE
C’è relazione tra lo sversamento di ammoniaca e la moria dei pesci? Lo diranno le analisi dell’Istituto di zooprofilassi di Pisa, ancora in corso. Ma intanto infuriano le polemiche. Si scatenano i pescatori («Chiederemo i danni», dicono), la Coldiretti lancia l’allarme per la filiera ittica, gli ambientalisti puntano il dito contro l’azienda chimica, i partiti politici chiedono commissioni urgenti. Il sindaco Alessandro Franchi scrive alla Solvay e pretende chiarimenti. Si arriva addirittura a ipotizzare di estendere il divieto di balneazione (oggi 100 metri a sud e a nord del fosso). Ma non se ne farà di nulla.
L'INDAGINE DELLA PROCURA
Intanto è assodato che nel mare negli anni, sono finiti i metalli pesanti: mercurio, cadmio, arsenico, cromo, rame, nichel, piombo. Nel 2003 il governo firmò un accordo per la riconversione ecologica della fabbrica. Cinquantasette milioni, di cui 17 a carico delle amministrazioni pubbliche: l’azienda si era impegnata a sostituire le vecchie celle a mercurio dell’elettrolisi con quelle a membrana e a ridurre gli emungimenti di acqua di falda attraverso il riciclo delle acque reflue dei depuratori di Cecina e di Rosignano. Solvay rispettò questi ultimi due punti dell’accordo ma non quelli sui fanghi: avrebbe dovuto ridurre la quantità di solidi sospesi scaricati in mare dal Fosso Bianco secondo una precisa tabella di marcia. A settembre 2009 fu aperta un’inchiesta da parte della Procura di Livorno (5 dirigenti finirono indagati per reati ambientali). L’indagine si chiuse nel 2013 con un patteggiamento . Solvay avrebbe investito i 6,7 milioni per la bonifica e il disinquinamento delle vasche di sedimentazione, l’adeguamento e il sistema di contenimento degli scarichi, impegnandosi a dotarsi entro il 2014 di un impianto di trattamento dei reflui.
Oggi lo stabilimento guidato da Davide Papavero sta giocando una sfida importante sul risanamento ambientale. Ma il caso dello sversamento di ammoniaca fa piombare di nuovo la multinazionale in un mare di polemiche e rischia di scolorire l’immagine delle bandiere blu che ancora campeggiano sul litorale fra Rosignano e Vada. Icona contestata di un mare pulito. Franchi pretende da Solvay chiarezza sull’accaduto e arriva a ipotizzare una revisione dell’autorizzazione integrata concessa dal ministero. I sindacati temono per i lavoratori e si sentono snobbati dall’azienda Chi sembra non preoccuparsi più di tanto sono le migliaia di bagnanti che non rinunciano a questo piccolo angolo di paradiso. Chi se ne frega se è un paradiso tarocco.  Andrea Rocchi per Il Tirreno.

6 settembre 2017 - Ammoniaca alle Spiagge bianche, Arpat: "Valori alti a nord del Fosso Bianco"
Intanto un primo elemento: l’incidente di lunedì 28 agosto in sodiera è successo alle 15.50. L’impianto è ripartito regolarmente e il giorno successivo alle 10 la situazione era tornata alla normalità. Lo dice Arpat, che non spiega tuttavia le cause . Parla genericamente di verifica “dei dati disponibili della sala controllo per le diverse apparecchiature interessate del settore distillazione e scarico finale” e delle “valutazioni fatte dalla società' stessa in base alle informazioni assunte direttamente dagli operatori in turno nel suddetto periodo”.
Blocco in sodiera, perché? Cosa sia successo e perché non è ancora chiaro. Secondo nostre fonti si sarebbe verificato un blocco del sistema informativo, il cervellone della sodiera, con successiva aperture delle valvole di scarico e la raccolta dei liquidi nella vasche di contenimento. La procedura avrebbe visto l’impiego anche dei vigili del fuoco interni per l’abbattimento dell’ ammoniaca attraverso cortine nebulizzatrici. Solvay, interpellata sul fatto, non entra nel merito (visto - dice - che c’è un’inchiesta di Arpat) ma riferisce di un evento di “natura episodica e durata limitata”. E spiega anche che “già qualche ora dopo l’impianto è stato riavviato nelle normali condizioni di marcia, secondo procedure interne previste per garantire il rispetto delle condizioni di sicurezza e impatto ambientale”. «Solvay – dicono in azienda - ha già messo a disposizione degli enti di controllo ogni dato e informazione in proprio possesso, con uno spirito di massima collaborazione, ai fini di una accurata ricostruzione degli eventi.
Arpat: procedure corrette. Sulle operazioni messe in campo dall’azienda chimica, Arpat spiega: «La fase di arresto in emergenza degli impianti sia stata gestita correttamente mentre le fasi di riavviamento impianti ed in particolare di messa a regime degli stessi, avvenuta nelle prime ore del 29 agosto 2017, sono ancora in fase di studio così come i risultati del parametro azoto ammoniacale ottenuti dall'analisi dei campioni ancora disponibili presso il laboratorio Solvay. L'indagine è ancora in corso per correlare tutti gli aspetti ambientali emersi».
Ammoniaca ancora in mare, record a nord del Fosso Bianco. Arpat ha poi reso noti i dati sui campionamenti eseguiti il 31 agosto (dopo quelli del 29 a ridosso dell’incidente). I prelievi sono stati effettuati dalla battigia, in corrispondenza dei sei punti (3 a sud e 3 a nord dallo scarico generale della società Solvay). «Rispetto ai valori di concentrazione ottenuti per tale data - scrive Arpat - , nei campioni del 31 agosto si osserva un incremento dei valori nei punti a nord dello scarico e una diminuzione dei valori nei punti a sud dello scarico, coerente con la direzione prevalente dei venti (da sud ovest. Il punto a maggiore concentrazione risulta quello situato 100 mt a nord dello scarico (1,71 mg/l). Informati Comune e Asl. «I risultati - informa Arpat - sono stati inviati al Comune di Rosignano Solvay ed alla Asl per le opportune valutazioni di competenza. I pesci prelevati martedì 29 agosto, sono ancora presso la sede di Pisa dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale per il Lazio e Toscana, per accertarne le cause della morte. 
Bufera sulla balneazione. Non si placa la polemica sul divieto di balneazione. Il Comune - sulla base delle assicurazioni del Dipartimento di Prevenzione dell’Asl che ha ritenuto le concentrazioni di azoto ammoniacale ininfluenti per la salute umana - ha deciso di non intervenire per estenderlo. Diversamente il M5S di Rosignano chiede un intervento adeguato ed ha già polemizzato col sindaco per non aver vietato da subito la balneazione alle Spiagge Bianche appena avuta notizia dello sversamento. I dati delle ultime analisi (quelle del 31, quelle di ieri si avranno nei prossimi giorni) confermano la permanenza di ammoniaca vicino al fosso. Cambierà qualcosa? Intanto la consigliera M5S Serena Mancini in un post su Facebook annuncia un esposto in Procura sulla vicenda. Andrea Rocchi per Il Tirreno.

8 settembre 2017 - Pesci spiaggiati, analisi con beffa «Impossibile accertare le cause»
Nove giorni di attesa. E un nulla di fatto. Le analisi chimiche sui pesci morti prelevati il 29 agosto alle Spiagge bianche si sono trasformate in una beffa. Proprio l'esito di queste verifiche avrebbe consentito di capire una volta per tutte se la morte degli animali fosse da collegare allo sversamento di ammoniaca dagli impianti della società Solvay, avvenuto il 28 agosto. Insomma, le cause della moria, segnalata da alcuni cittadini la mattina del 29 agosto, non verranno mai a galla. Visto che la risposta dell'istituto di zooprofilassi elimina ogni speranza. Come conferma l'assessore all'ambiente e vicesindaco Daniele Donati. «I tecnici dell'Istituto di zooprofilassi - spiega - non sono in grado di analizzare i campioni. I pesci, anche se sono stati refrigerati dopo essere stati prelevati dalla spiaggia, risultavano già molto deteriorati». Il che significa che l'istituto di zooprofilassi, nonostante i tentativi, non ha potuto entrare nel merito delle cause che hanno portato alla moria. «Non sono in grado di risalire - conferma Donati - ai motivi della morte dei pesci».Una vicenda, quella dei risultati delle analisi sui pesci, che ha aspetti surreali. Fino ad oltre le 16 di ieri, dopo nostre svariate telefonate, l'istituto di zooprofilassi (sedi di Pisa e Firenze) e l'Asl nord-ovest (zona Cecina) si sono rimpallate le competenze. «Da noi - ha detto il direttore dell'istituto di zooprofilassi di Firenze, Giovanni Brajon - non è pervenuto nulla di analizzare, semmai la vicenda è stata trattata dai colleghi di Pisa». Dove, a nostra richiesta, nella tarda mattina di ieri ci è stato risposto di aver già inviato all'Asl cecinese »gli esiti di quel che poteva essere repertato». A quel punto la sensazione che le verifiche sui pesci potesse portare ad un vicolo cieco si è fatta sempre più strada. Anche perché l'azienda sanitari ha più volte fatto sapere di non aver ricevuto alcun risultato dai tecnici di Pisa, come confermato pochi minuti prima delle 16 dal dottor Paolo Lucchesi, responsabile Asl di zona: «Non ho visto nessuna comunicazione dall'istituto di zooprofilassi». Poco dopo l'assessore Donati ha chiarito che la risposta era arrivata, eccome. «L'Asl, dopo averle ricevute dall'istituto di zooprofilassi di Pisa, - ha detto Donati - oggi (ieri, ndr) intorno alle 14 ci ha girato la risposta alle analisi che dovevano essere fatte sui pesci morti. Lo stato deteriorato dei campioni prelevati non consente di fare le analisi e quindi di risolvere il quesito sulle cause della morte». C'è da chiedersi come sia stato gestito il prelievo dei pesci. Donati spiega che il 29 agosto alle Spiagge bianche «per primi sono intervenuti la Guardia costiera e personale dell'ufficio ambiente del Comune, che ha prelevato i campioni e li ha portati all'Asl di Cecina. Mi risulta che, ben refrigerati, il giorno successivo siano stati portati all'istituto di zooprofilassi». Fatto sta che ad oggi risulta impossibile capire come i pesci siano morti. Anna Cecchini per Il Tirreno.

9 settembre 2017 - Ammoniaca e pesci morti il caso in Parlamento europeo.
Incredulità e rabbia. Queste le reazioni, dopo la notizia della mancata possibilità di analizzare i pesci trovati morti la mattina del 29 agosto alle Spiagge bianche, il giorno dopo uno sversamento di ammoniaca dalla Solvay.Il Movimento 5 Stelle fa sapere che sulla vicenda è già stata depositata una interrogazione al Parlamento europeo. «Le spiegazioni fornite dal vicesindaco Daniele Donati - scrivono Elisa Becherini, Mario Settino e Francesco Serretti - e apprese dai quotidiani circa la mancata possibilità d'analisi dei pesci prelevati dalla spiaggia antistante lo scarico a mare della Solvay non sono convincenti. Non convince tutta la vicenda, a partire dal mancato divieto di balneazione precauzionale, proseguendo con le mancate e doverose comunicazioni ai cittadini da parte dei dirigenti Solvay. Per arrivare al comunicato beffa che non si riesce a sapere la causa del decesso dei pesci». Il modo in cui è stata gestito l'iter per ottenere le analisi sui pesci morti non convince, come dimostrano anche numerosi commenti su fb. «Senza contare - proseguono Settino e colleghi - che ancora non sappiamo alcun dettaglio sull'incidente in fabbrica, tutto questo da ben più di una settimana». Ecco che i tre consiglieri stanno procedendo ad interessare «della grave questione i nostri portavoce regionali e nazionali, mentre i nostri rappresentanti M5S in Europa hanno già depositato un interrogazione. La stessa cosa avverrà in Regione». Il M5S, che invita i cittadini a partecipare alla Commissione prevista alle 10 di martedì 12 settembre sulla vicenda, ha inoltre presentato una richiesta d'atti per chiedere «la perizia macroscopica sullo stato dei campioni, documentazione fotografica (o video) della raccolta dei pesci, attestato del loro stato alla presa in carico del laboratorio di zooprofilassi, analisi chimica e batteriologica corredata dalle note che ne evidenzino i limiti, luogo dove sono stati smaltiti i restanti pesci con relativa documentazione di smaltimento. Anche Serena Mancini (M5S) ha fatto richiesta agli atti «per ottenere la perizia effettuata sui pesci e la lettera di risposta che Solvay ha inviato a Franchi».  Mancini ha inoltre chiesto che alla Commissione del 12 settembre siano invitati a partecipare i tecnici dell'Istituto di zooprofilassi. «Il Comune sa che la relazione di Solvay sull'accaduto - prosegue Mancini - arriverà entro il 15, è assurdo quindi fare la Commissione sulla vicenda tre giorni prima». Anche Mancini, come Medicina democratica, annuncia l'invio di un esposto in Procura. Sulla stessa linea anche Sul, che con il consigliere Niccolò Gherarducci sottolinea come «sia assurdo che in un giorno i pesci si deteriorino. Mi aspetto che durante la Commissione sia chiarita la vicenda delle analisi mancate sui pesci. Chiedo anche che alla Commissione vengano invitati i tecnici che avrebbero dovuto fare le analisi sugli animali». Anna Cecchini per Il Tirreno.

10 settembre 2017 - Ammoniaca e pesci morti - Ona: «Sversate altre sostanze?»
«
A quanto pare sembra che non sia possibile capire se la morte degli animali si possa ricollegare con lo sversamento di ammoniaca, avvenuto il giorno precedente». Anche l'Ona (Osservatorio nazionale amianto) interviene sulla vicenda dello sversamento e della moria, segnalata il giorno successivo da alcuni cittadini. «Questo è già il secondo episodio di inquinamento delle acque a Rosignano - si legge in una nota dell'Ona - il primo avvenuto ben 10 anni fa, a seguito di un blackout. Ma, cosa è cambiato da allora? Come riportato in un documento Arpat, datato 1 agosto 2007, "il giorno 19 giugno 2007 alle ore 8:50 nell'insediamento industriale di Rosignano Solvay si è verificato un totale black-out elettrico che ha provocato la fermata di tutte le unità produttive dello stabilimento Solvay e delle altre ditte dell'insediamento industriale. La situazione accidentale si è evidenziata soprattutto con una fuoriuscita di ammoniaca dall'unità produttiva "sodiera" e con un suo deflusso nello scarico al riavvio delle unità di produzione; oltre a questo si sono verificate emissioni di fumo dalla torcia dell'impianto di stoccaggio etilene e dalla torcia dell'impianto di produzione Polietilene"». «Sono passati 10 anni e siamo di nuovo qui - dichiara Antonella Franchi, coordinatrice nazionale Ona- a parlare dell'acqua inquinata. In entrambi i casi si è parlato di ammoniaca, ma chi ci garantisce che non sia stata sversato anche qualche altro materiale ancor più dannoso? Qui non se ne può più. Che le istituzioni si muovano, il tempo passa ma i danni restano». L'Osservatorio amianto ricorda anche come il documento Arpat in occasione dello sversamento del 2007 «termina con "nel corso degli eventi del 19 giugno sono emersi alcuni aspetti critici, seppur evocati da una situazione particolarmente eccezionale come quella del disservizio elettrico occorso. Si deve in ogni caso prendere atto che nonostante quest'ultimo avesse una probabilità estremamente bassa di verificarsi, si è ugualmente realizzato. Pertanto è parere dell' Agenzia che la società Solvay dovrebbe procedere ad una revisione delle procedure e dei dispositivi di emergenza finalizzati principalmente al confinamento di ammoniaca e alla distruzione di vapori organici in modo esaustivo"».«Il caso di Rosignano - dice dichiara l'avvocato Ezio Bonanni, presidente Osservatorio nazionale amianto - è comune a molti altri territori del nostro Paese e del nostro pianeta. È una questione di sensibilità culturale, di senso etico, del dovere di restituire alle future generazioni questo pianeta che abbiamo preso in prestito senza distruggerlo». Il Tirreno.

12 settembre 2017 - Papavero spiega il corto circuito in sodiera «Valori ammoniaca incompatibili con l'accaduto» Moria di pesci
«Il nostro guasto non c'entra»

«Non risultano evidenze di superamento dei limiti di ammoniaca tali da creare conseguenzialità con ciò che è successo fuori». Ossia la moria di pesci, trovati spiaggiati il 29 agosto intorno alla foce del Fosso bianco (canale di scarico dello stabilimento Solvay). Davide Papavero, direttore dell'azienda di via Piave, prende le distanze da quanto accaduto all'esterno del perimetro dell'azienda e sottolinea l'importanza di «separare i fatti dalle opinioni». Anche se non nasconde che l'analisi delle acque all'interno di due delle tre provette del campionatore lungo il corso del Fosso bianco, quelle abitualmente analizzate per verificare le concentrazioni di solidi sospesi, hanno dato «concentrazioni di azoto ammoniacale leggermente superiori al limite (15mg/lt, ndr), ma si tratta davvero di pochi milligrammi per litro».In un incontro con la stampa convocato per fare chiarezza sulla vicenda, dati alla mano, il numero uno di Solvay Rosignano ripercorre quello che tra il 28 e il 29 agosto è successo alla sodiera, che di fatto è rimasta completamente bloccata dalle 15.50 alle 19 di lunedì 28, per poi ripartire a pieno regime alle 10 del giorno successivo. Ore convulse per dirigenza e dipendenti Solvay, che si sono trovati ad affrontare un'effettiva emergenza. «Alle 15.50 del 28 agosto - ricorda Papavero -un dispositivo elettronico del sistema informatico della sodiera ha fatto corto circuito e dato che mancava la visualizzazione totale dei processi chimici, la sala controllo ha bloccato l'impianto». Papavero assicura che «dalle 15.50, come avviene in tutti i casi di emergenza, gli scarichi sono stati deviati dal Fosso bianco ad un bacino di diversione, una enorme vasca nel perimetro dello stabilimento». Praticamente, in via precauzionale, Solvay evita di sversare in mare quando si verificano anomalie nelle lavorazioni. «Ricordo - dice ancora il direttore - che i liquidi lasciati nel bacino non finiscono in mare, ma in un secondo tempo vengono reimmessi in sodiera per la lavorazione. Ciò è avvenuto anche questa volta». Il direttore spiega che alle 19 del 28 agosto il guasto al sistema di controllo della sodiera è stato riparato, con la predisposizione del riavvio dell'impianto (operazione che richiede svariate ore). «A questo punto - prosegue -, intorno alle 4 della notte fra il 28 e il 29 agosto, il canale di scarico è stato girato dal bacino di diversione al Fosso bianco. Alle 10 del 29 agosto l'impianto era totalmente in marcia».I veri grattacapo, per la Solvay, sono arrivati dopo. «Alle 18 del 29 - spiega - sono arrivati rappresentanti di Capitaneria di porto e Arpat, dicendoci dei pesci morti e della necessità di entrare in stabilimento per fare controlli. Alle 21 Arpat ha prelevato acqua all'altezza dei campionatori in cima al Fosso bianco e lungo la battigia». Poi, il 30 e il 31 agosto, c'è stato un lungo faccia a faccia tra l'Agenzia per l'ambiente e i vertici Solvay che hanno ricostruito l'iter dell'incidente. «Abbiamo detto ad Arpat - spiega Papavero -che non si ha evidenza di aver scaricato quantità di azoto ammoniacale significativamente superiori alle usuali». Il direttore chiarisce che Solvay, ha analizzato le acque del campionatore all'inizio dello scarico del Fosso, di solito usate per verificare la quantità dei solidi sospesi. Si tratta di tre provette, ognuna delle quali contiene il liquido "di passaggio" relativo ad 8 ore della giornata. «Nella prima - spiega Papavero, che comprende le ore a ridosso dello stop dell'impianto avvenuto il 28 (dalle 15 alle 19) i valori di ammoniaca erano molto inferiori al limite, le altre due provette (che contengono il liquidi di passaggio nel campionatore tra le 19 del 28 e le 10 del 29) contengono percentuali di ammoniaca leggermente superiori alla media, pochi milligrammi». Insomma Papavero è dell'opinione che i pesci non siano morti per colpa di un eccesso di ammoniaca nell'acqua. Fatto sta che proprio le analisi delle provette hanno rivelato, anche se in quantitativi minimi, un superamento dei livelli di azoto ammoniacale. «L'ipotesi è che ci sia arrivato - prosegue Papavero - quando, a guasto concluso, abbiamo girato lo scarico dal bacino di diversione al Fosso bianco, forse l'operazione è stata fatta un po' prima del dovuto. Ma ripeto: questi risultati non sono compatibili con la moria, né per quantità di ammoniaca rilevata né per i tempi». Il direttore di via Piave assicurando che oggi parteciperà alle 10 alla Commissione consiliare organizzata sul caso, e interviene anche sul mancato esito delle analisi dei pesci. «Cosa si intende - spiega - quando l'Istituto di zooprofilassi dice che erano degradati? E poi perché sono morte solo queste due specie e ne sono stati ritrovati solo tre o quattro?». Come a voler mettere l'accento sulla singolarità dell'intera vicenda. Anna Cecchini Il Tirreno.

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Vedi:
I Caraibi del Tirreno: spiagge, soda e gas
Vedi: La versione Solvay? Danni limitati
Vedi: Il difficile contenimento degli scarichi
Vedi: La discarica in bocca di Fine
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