Vada oggi  
Il monumento a Garibaldi in ricordo dell'approdo del 19 ottobre 1867 in località Bonaposta (fra la torre ed il pontile del Lamberti). Si trova al centro della piazza, privato della originaria recinzione con colonnette ed inferriata. (Vedi Vada ieri/Piazza)
La fusione della parte in ghisa fu offerta gratuitamente dalle fonderie locali dei Tardy e dalle maestranze. Il busto in bronzo è stato plasmato altrettanto gratuitamente dallo scultore Fantacchiotti di Firenze, il basamento di Emilio Marcucci, l'epigrafe, pure in bronzo è di Giosuè Carducci che la scrisse dopo oltre un anno di insistenza di Diego Martelli, perché stufo di fare ovunque, dediche all'eroe:

GIUSEPPE GARIBALDI
QUI IL 19 OTTOBRE 1867
PRENDEVA TERRA
FUGGITIVO OCCULTO DALLA CAPRERA
ALLA VOLTA DI ROMA
CHE EGLI RIVENDICO' ALL'ITALIA
A VISO APERTO
******
La lapide in basso:
19 OTTOBRE 1967
NEL CENTENARIO
IL POPOLO DI VADA
A RICORDO

Curiosamente la sezione della colonna del monumento è triangolare e Garibaldi volge le spalle alla chiesa della quale è sempre stato antagonista, denunciandone abusi e soprusi. Nella realizzazione del monumento, si è voluto mettere in evidenza l'importanza della massoneria in tutta l'azione risorgimentale italiana tesa all'unità del paese, ma ovviamente contro gli interessi territoriali della chiesa. Erano massoni Giuseppe Garibaldi (Gran maestro onorario a vita), Diego Martelli, Giosuè Carducci ed il triangolo della colonna è uno dei simboli massoni...

                                                          MASSONERIA E RISORGIMENTO
Quale è stato l’apporto della massoneria nelle vicende storiche che hanno portato all'Unità? Secondo Antonio Gramsci, la massoneria fu negli anni del Risorgimento il partito politico della borghesia italiana. La definizione è tratta dal discorso che il leader comunista pronunciò alla Camera dei deputati il 16 maggio 1925 quando il governo Mussolini presentò un disegno di legge che obbligava tutte le associazioni, gli enti e gli istituti a «comunicare all’autorità di pubblica sicurezza, ogni volta questa ne avesse fatto richiesta, l’atto costitutivo, lo statuto, i regolamenti interni e l’elenco nominativo delle cariche sociali, oltre all’elenco dei soci». La massoneria non era espressamente indicata nella legge, ma ne era certamente il principale obiettivo. Le sue logge erano state l’anima laica del Risorgimento e cellule di agitazione patriottica. Ma erano progressivamente diventate, dopo l’Unità, i tasselli d’una rete d’influenza che dichiarava di essere impegnata nella creazione di una classe dirigente nazionale, ma lavorava anzitutto a favorire le ambizioni professionali dei suoi soci. Agli inizi del Novecento la massoneria aveva perduto buona parte della sua reputazione e del suo credito. Già invisa alla Santa Sede e ai cattolici per il suo anticlericalismo, non era amata né dai maggiori intellettuali del tempo (Benedetto Croce, Giovanni Gentile, La Voce di Giuseppe Prezzolini), né dai nazionalisti di Luigi Federzoni, né dai socialisti di Benito Mussolini. Non poteva piacere, quindi, neppure a coloro che nel 1921, durante il congresso di Livorno, avevano lasciato il Partito socialista per costituire il Partito Comunista d’Italia. Ma Gramsci vide nella legge del 1925 un segno evidente della strategia fascista. Mussolini voleva conquistare lo Stato e intendeva eliminare tutti quei corpi intermedi che avrebbero reso la sua operazione più difficile. Per contrastare tale strategia Gramsci fece un discorso in cui parlò poco della massoneria e molto, con qualche forzatura marxista, del capitalismo italiano e dei suoi limiti, della borghesia e della sua fragilità, della politica fiscale adottata nel Mezzogiorno e dell’emigrazione di massa che ne era stata l’effetto. Quando una voce dall’aula gridò «Parli della massoneria», preferì affermare che il governo avrebbe dovuto «restituire al Mezzogiorno le centinaia di imposte che ogni anno estorcete alla popolazione meridionale». Non gli era possibile, evidentemente, diventare l’avvocato difensore della massoneria e rimproverare a Mussolini ciò che i comunisti avrebbero fatto se avessero conquistato il potere. Vide giusto, tuttavia, quando sostenne che coi massoni «il fascismo arriverà facilmente a un compromesso». Il Grande Oriente d’Italia, la maggiore istituzione massonica italiana, ha organizzato eventi durante i quali si è parlato del suo ruolo nel Risorgimento e dei molti uomini politici italiani che furono al tempo stesso massoni e patrioti. Ne ha certamente il diritto, anche se la sua storia, dopo l’Unità, non fu sempre all’altezza dei meriti che ebbe nella fase dei moti risorgimentali e della creazione dello Stato.
(Sergio Romano-Corriere della Sera 28-3-2011)

  La mattina del 24 febbraio 1867 Garibaldi è arrestato a Sinalunga per impedirgli di organizzare la spedizione per la liberazione di Roma nel timore dell'intervento della Francia che protegge il Papa. Verrà liberato con l'obbligo di ritirarsi a Caprera dove è sorvegliato a vista. Nove navi da guerra e numerose imbarcazioni circondano l’isola per impedirgli di lasciarla. Tuttavia lascerà Caprera con una fuga romanzesca. L’8 ottobre si è imbarcato sul postale, ed è stato ricondotto indietro appena riconosciuto. Allora organizza l’evasione, con un piano studiato minuziosamente. Finge per qualche giorno di essere ammalato, poi il fido Gusmaroli, che gli somiglia, si fa vedere davanti alla casa col suo abbigliamento. Gli ufficiali che scrutano dalle navi coi cannocchiali vedono e sono tranquilli. La sera del 14 ottobre il vero Garibaldi lascia di nascosto la casa. Con due compagni raggiunge una caletta dove, sotto una pianta di lentisco, si trova abbandonata una piccola imbarcazione, un beccaccino, comprato nel 1862 da Menotti a Pisa. L’Eroe ha sessant’anni: il corpo è indebolito dall’artrite e dalle ferite; l’animo è giovane, lo spirito è indomito. Si stende sulla barchetta, che contiene una sola persona. Manovra con un unico remo, come ha imparato a fare in America. Scivola a pelo d’acqua, nel buio, giovandosi dell’ora d’oscurità che precede il sorgere della luna. Scende nel vicino isolotto di Giardinelli, muovendosi a fatica sul terreno accidentato. Passa a guado il braccio di mare per La Maddalena. Si ricovera nella casa della signora Collins, che lo attende. La sera del 15 lo raggiunge Pietro Susini col suo cavallo. Con lui passa sull’altro lato dell’isola, dove aspettano Basso e il capitano Giuseppe Cuneo, che in barca lo portano in Sardegna. Riposano nello stazzo di un pastore. La sera del 16, con tre cavalli, traversano i monti della Gallura: una faticosa galoppata di quindici ore. Alle due pomeridiane del 17 Garibaldi incontra il genero Canzio e Andrea Vigiani, venuti con una paranza da Livorno. S’imbarca. Il 19 notte approda a Vada, bagnandosi e affondando nei banchi di alghe, lui che è affetto da anni da dolori artritici che lo tormenteranno tutta la vita con attacchi violenti fino a ridurlo in vecchiaia sulla sedia a rotelle. Pernotta nella camera più grande della Dogana e il macellaio vadese David Morelli, con Beppe Bello (Giuseppe Belcari) lo portano fino a Ardenza col barroccio per poi proseguire fino a via della Madonna a casa Sgarallino. Con lui altri quattro compagni fra i quali il genero Stefano Canzio e Agostino Bertagni. In carrozza, la mattina del 20 giunge a Firenze in casa Lemmi, accolto con manifestazioni di gioia. L’incredibile fuga è riuscita. L'operazione di liberazione di Roma si avvia, ma sarà fermata a Mentana dalla potenza di fuoco dei nuovi fucili francesi chassepots a retrocarica e lunga gettata che fulminano i garibaldini con un fuoco intenso rimanendo fuori dalla portata delle loro armi antiquate. Dopo un breve arresto non gli resta che tornare a Caprera. (Da "G.Garibaldi" di Alfonso Scirocco)

              Il Calendario del Popolo, Dicembre 1959 - Dalle "Memorie di Garibaldi"
"Sardegna - Traversata del mare Continente 17 ottobre 1867" ... Alle tre pomeridiane dello stesso giorno si salpava con vento da scirocco mediocre; dopo una bordata, in paranza navigava fuori Tavolara con prora a tramontana, quarto a greco. Il 18, verso sera, avvistammo Monte Cristo e nella notte stessa entrammo nello stretto di Piombino. L'alba del 19 fu minacciosa, con vento forte da sud e libeccio con pioggia. Tali circostanze favorirono il nostro approdo a Vada, tra il canale di Piombino e Livorno. Il resto del giorno 19 si passò a Vada aspettando la notte per sbarcare. Verso le sette pomeridiane sbarcammo sulla spiaggia gioiosa a sud di Vada, in cinque: Canzio, Vigiani, Basso, Maurizio ed io. Vagammo lungo tempo per trovare la strada, essendo quella spiaggia assai paludosa; ma aiutato nei passi più difficili dai miei compagni potei giungere con loro nel villaggio di Vada, dove per fortuna Canzio e Vigevani trovarono subito due barroccini, che ci permisero di partire per Livorno. A Livorno si giunse in casa Sgarallino, dove trovammo le sole donne, che ci accolsero con molta benevolenza. Qui da vari giorni ci aspettava il Lemmi, con una carrozza per condursi a Firenze. Montammo e si giunse nella capitale verso la mattina, accolti con gentile ospitalità in casa della famiglia Lemmi..."

                    Il ruolo del Grande Oriente nell'Unità d'Italia
              (prefazione del volume: "IN NOME DELL'UOMO" di Gustavo Raffi)

1. La Massoneria italiana come organizzazione unitaria, o con l'ambizione di diventarlo, non ha contribuito alla fase rivoluzionaria dell'unificazione nazionale, semplicemente perché nasce dopo, anzi coincide esattamente con la fase terminale di essa. La Loggia «Ausonia» nasce a Torino l'8 ottobre 1859, nel periodo politico che segue a Villafranca e all'uscita temporanea di scena di Cavour, mentre Garibaldi generale dell'esercito della Lega centrale freme a Rimini per invadere gli Stati pontifici e il governo di Torino e i dittatori di ex ducati e legazioni sudano sette camicie per tenerlo a freno. Sono i cavouriani che pongono le basi per il ritorno al potere del conte, dopo la sua rottura con il re. Il nucleo da cui nasce il Grande Oriente è figlio del progetto politico di Cavour e nasce dalla ceneri della Società Nazionale di Manin, Pallavicino e, soprattutto Giuseppe La Farina. Il La Farina viene iniziato massone a Torino il 9 maggio 1860, e cioè mentre Garibaldi è in navigazione verso la Sicilia, e dunque quando svolge il ruolo di sorvegliante e avversario politico di Garibaldi, per conto di Cavour.
2. La cultura massonica di fine Settecento, spezzettata in mille rivoli, ma soprattutto il paradigma modernizzatore delle Logge riunite nel Grande Oriente d'Italia durante il periodo napoleonico, e mutato in organizzazioni segrete dal 1815 al 1859, hanno un'influenza eccezionale nella formazione dei patrioti, ma senza un'azione politica autonoma come quella di Giuseppe Mazzini non avrebbero portato ad alcuna iniziativa fruttuosa, come dimostrano le rivoluzioni carbonare del 1821 e le tante insorgenze di piccole avanguardie rivoluzionarie di sfortunati intellettuali e patrioti nei decenni successivi. Il contributo è tuttavia determinante in un punto: la formazione patriottica italiana, ovvero l'appartenenza a un ideale, a un'entità non esistente, si è consolidata in un'azione associativa e volontaristica che fonde insieme elementi illuministici e universalistici, ed elementi tipicamente romantici, legati alla storia e alle caratteristiche nazionali. Il patriottismo italiano nasce dunque intrinsecamente non nazionalista, europeista perché coltivato all'interno di ideali di persone che, singolarmente, aderivano a sette e organizzazioni segrete che predicavano la fratellanza universale, adattandola alla missione di costruzione delle nazioni individuate quali spazio ottimo per l'esercizio dei diritti individuali e collettivi, brutalmente conculcati dopo il Congresso di Vienna. Dimostrazione e «contrario» di tale fondamentale aspetto culturale è la constatazione del fatto che la nascita dei nazionalismi, a fine Ottocento, avrà come corollario la prima violenta contestazione politica antimassonica, così come eminentemente antimassonico sarà proprio il fascismo. Com'è noto, Mazzini non aderì mai alla Massoneria, ma esercitò un fascino e una attrazione irresistibili per il Grande Oriente nei suoi primi anni, fornendo molta parte delle Gran Maestranze di orientamento democratico: Federico Campanella, Giuseppe Petroni, Adriano Lemmi, Ernesto Nathan ed Ettore Ferrari erano prima di tutto repubblicani e mazziniani.
3. La spedizione in Sicilia del maggio 1860 non è una operazione massonica, ma l'adesione di gran parte dei leader democratici alla Massoneria — che ne costituirà la caratteristica culturale per diversi decenni — è la conseguenza della spedizione. Garibaldi stesso sbarca a Marsala che è solo un «compagno» ovvero iniziato al secondo grado della Massoneria simbolica, per una vecchia adesione a una Loggia all'Obbedienza del Grande Oriente di Francia a Montevideo nel 1844 (era stato iniziato in una Loggia irregolare di obbedienza brasiliana, «L'Asil de la Vertud», per poi essere regolarizzato nella Loggia «Les Arnie de la Patrie» sempre nel 1844, a 37 anni). Viene iniziato al grado di Maestro il giorno dopo la resa borbonica di Palermo, nella capitale siciliana.
4. Molti indizi fanno presupporre che l'iniziativa di fondare una Massoneria nazionale venga presa da Cavour (il primo Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia sarà infatti, brevemente, il suo fedele ambasciatore a Parigi Costantino Nigra) per avere uno strumento di sostegno alla formazione del nuovo Stato nazionale, una stanza di compensazione e fidelizzazione allo Stato per la borghesia delle città, proiettata ora su un'impresa davvero al limite delle proprie capacità. Se la Società Nazionale — società segreta, ricordiamocelo — era stato lo strumento di Cavour per utilizzare i rivoluzionari in esilio e allontanarli da Mazzini orientandoli verso il suo progetto diplomatico e di riassetto in Italia, così il Grande Oriente era progettato come strumento della costruzione interna del nuovo Stato. E infatti le persone sono in gran parte le stesse, La Farina, Filippo Cordova, ma soprattutto il conte Livio Zambeccari, approdato alla Società Nazionale dopo un lungo passato di rivoluzionario (fu Zambeccari, prigioniero nel forte di Santa Cruz a Rio de Janeiro, a convincere Bento Goncalves, capo della repubblica secessionista del Rio Grande do Sul, a concedere a Garibaldi la sua prima patente da corsaro, all'inizio del 1837). L'adesione garibaldina alla Massoneria nasce, al contrario, con un intento di netta opposizione a Cavour. Di fatto, si costituisce un'altra Massoneria, quella siciliana, di rito scozzese con i 33 gradi, dove dominano i democratici e i repubblicani; simbolica a soli tre gradi quella moderata. La cosa può destare stupore. Ma come i democratici, illuministi, radicali e repubblicani costruiscono una Massoneria decisamente più esoterica, mentre i moderati monarchici una a soli tre gradi, riducendo addirittura la struttura ritualistica del Grande Oriente di Francia? Ma certo non possiamo non tener conto degli ideali letterari e idealistici di cui erano intrisi uomini come Garibaldi che, ricordiamocelo, aveva come sua prima ambizione quella di essere apprezzato come scrittore.
5. Leggiamo due testi fondamentali di Garibaldi. Il testo programmatico della spedizione in Sicilia, l'ordine del giorno del 7 maggio 1860, è un documento magnifico, di natura esclusivamente etico-politica: la teorizzazione del rifiuto di una «ricompensa» per il servizio alla nazione, la teorizzazione della povertà individuale come condizione per affermare l'ideale adesione alla patria e la legittimazione del combattimento nel contesto di una guerra di liberazione. Il tono mazziniano è, nell'ordine del giorno, funzionale a far accettare ai compagni di avventura, piuttosto riottosi, la bandiera con lo stemma sabaudo e il programma di mediazione, «Italia e Vittorio Emanuele». In sostanza è un programma politico che oggi diremmo «di coalizione». Solo il disinteresse e l'abnegazione negazione, in fondo l'eroismo, possono far accettare a un gruppo di rivoluzionari repubblicani la bandiera del re. Leggiamo ora il testo che conclude idealmente la spedizione dei Mille, venti giorni dopo la battaglia del Volturno (alla quale volle partecipare anche Zambeccari, ormai vecchio) e quattro giorni prima dello storico incontro di Teano. Si tratta di un documento di eccezionale valore, spesso dimenticato nelle cronache, Alle potenze d'Europa: memorandum. Il generale propone ai governi francese e britannico di dar vita a una confederazione europea che punti a costituire uno Stato unico europeo: «Supponiamo che l'Europa formasse un solo Stato [...] e in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gli immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni e alla miseria dei popoli per esser prodigati in servizio di sterminio, sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell'industria, nel miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici e nell'erezione delle scuole che torrebbero alla miseria e alla ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate dall'egoismo del calcolo e dalla cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti all'abbrutimento, alla prostituzione dell'anima e della materia!». Questo testo visionario, che vagheggia gli Stati Uniti d'Europa, nasce certamente nell'alveo del pensiero massonico, che in quegli anni comincia a lavorare all'iniziativa che condurrà al Congresso di Ginevra del 1867, sul movimento pacifista europeo, per costringere gli Stati a forme di arbitrato internazionale che evitino, prevenendole, le guerre. Il fatto che Garibaldi sarà acclamato a Ginevra presidente dell'assemblea del 1867 per poi fuggire di nascosto e raggiungere i volontari sulle montagne di Siena per la sventurata spedizione di Mentana non deve stupire: la cancellazione di organismi statuali dispotici è la premessa, nell'idea di Garibaldi, di una fase di federazione che conduca, appunto, all'Europa unita in un solo Stato formato da diverse nazionalità.
6. Leggendo le tristi, malinconiche cronache dei giorni seguenti la vittoria del Volturno, quando Garibaldi dice mestamente a Jessie White: «Cara signora, ci hanno messo alla coda!», come racconta Alberto Mario in La camicia rossa, il generale deve aver cominciato a meditare un progetto alternativo alla sua idea fissa dí liberare Venezia e Roma alla guida di un esercito popolare. Un progetto al centro del quale vi era il desiderio di prendere la guida della Massoneria italiana. Tutto ciò non avverrà senza gravi errori politici. Ritengo infatti che nel tentare una spiegazione dell'incredibile errore politico della spedizione dell'agosto del 1862, quella che passa sotto il nome di spedizione di Aspromonte, non è stata sufficientemente valutata la rabbia provocata in Garibaldi dal fatto dí essere stato sconfitto, per due soli voti, alla Costituente massonica del 1° marzo 1862 quando, presentatosi candidato per la Gran Maestranza, viene battuto dal siciliano Filippo Cordova. Ancora una volta gli allievi di Cavour e La Farina gli tagliano la strada. Per conseguenza, immediatamente, una settimana dopo la sconfitta, il generale accetta le proposte di Crispi che lo fa nominare Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato di Palermo. In un solo giorno gli vengono attribuiti tutti gli alti gradi massonici dal 4° al 33°. Da Caprera si sposta a Palermo, e poi a Marsala viene pronunciato il giuramento «O Roma o morte!» e tutto il suo stato maggiore (Bruzzesi, Ripari, Nullo e Guerzoni), compreso il figlio Menotti, tra il 1° e il 3 luglio, viene affiliato al rito scozzese del Supremo Consiglio di Palermo.
7. La catastrofe dell'Aspromonte, dove le camicie rosse vengono sbaragliate dai bersaglieri del generale Cialdini, ha conseguenze di gravità eccezionale dal punto di vista politico. La soppressione da parte del governo della Società Emancipatrice Italiana di Agostino Bertani, con decreti di stampo autoritario, elimina il veicolo politico del movimento democratico che univa garibaldini e mazziniani e anche Cattaneo. Inizia così quel rapido percorso che porterà, per iniziativa dei Liberi Muratori fiorentini, all'unificazione delle due contrapposte massonerie, quella moderata di Torino e quella democratica di Palermo. Il risultato sarà in prima battuta la breve Gran Maestranza di Garibaldi nel 1864. In seconda battuta, una sorta di tregua generale sulla questione istituzionale resa pubblica dal famoso discorso di Crispi di adesione alla monarchia. L'effetto concreto di questo travaglio fu che proprio l'adesione alla Massoneria costituì il collante principale che rese possibile la sopravvivenza della fragilissima costruzione statuale del 1861, dopo l'unità giuridica. Sarà un elemento importantissimo per la formazione di una classe dirigente con elementi comuni che imparò a coesistere in presenza di idee politiche di opposta origine.
8. La fase successiva — ben raccontata da Fulvio Conti nel suo volume Massoneria e religioni civili (Il Mulino, Bologna 2009) — vede il Grande Oriente d'Italia protagonista della deliberata costruzione di una religione civile, della stessa mitizzazione dei protagonisti del Risorgimento, attraverso una grandiosa opera diffusa in tutto il territorio di finanziamento di statue, monumenti, lapidi commemorative su personaggi non necessariamente massoni. Basta pensare alla statua di Carlo Cattaneo a Milano, o a quella di Garibaldi a Pisa (opera di Ettore Ferrari, futuro Gran Maestro). L'idea complessiva era quella — come in tutta Europa — di costruire infrastrutture della memoria quali elementi costitutivi del processo di nation building. Tutti questi elementi storici sono stati rimessi a fuoco grazie a un'opera storiografica la quale, appunto, prende le mosse dalla decisione del Gran Maestro, Gustavo Raffi, di dare accesso agli archivi rimasti al Grande Oriente d'Italia dalla devastazione del periodo fascista. È un merito straordinario di Raffi aver avviato questa fase di acquisizione di dati storici, aprendo a studiosi e ricercatori di ogni orientamento politico-culturale, che ha trovato un momento di sintesi nel ciclo di convegni organico, ben organizzato, capillare sul territorio che il Grande Oriente d'Italia ha organizzato quest'anno nell'ambito delle celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia. Per me, questi incontri sono stati occasione di amicizia e di apprezzamento per la passione civile con la quale ci si è applicati allo studio della storia e alla sua divulgazione. Devo constatare che la riflessione su questi frammenti meno noti del nostro passato, più vicini e più utili di quanto non pensiamo normalmente, sia essenziale soprattutto per trovare la forza di affrontare il presente. Su tutti, giganteggia la presenza enigmatica della figura di Giuseppe Mazzini — non è un caso che anche Gustavo Raffi nasca come mazziniano e militante repubblicano — che è l'autore più importante, più originale e più negletto che l'Italia abbia fornito al pensiero mondiale nel corso del XIX secolo.

                                       L’appello di un vadese storico
Tuteliamo dall’incuria il monumento a Garibaldi. E’ un accorato appello per la salvaguardia e la tutela di un monumento che identifica una piazza quello del vadese “storico”, 95 primavere, Aldo Marinai. Che ha preso carta e penna per sollecitare un intervento al monumento dedicato a Garibaldi. «Il monumento a Giuseppe Garibaldi - scrive Marinai - nella piazza di Vada ha bisogno di un tagliando. Il monumento fu ristrutturato dall'assessore Anchise Tognotti che oltre ad essere assessore era un vadese doc. Seguì con attenzione che tutto fosse fatto con la massima cura. A lavoro ultimato con una punta di orgoglio dichiarò: “gli abbiamo dato una vernice speciale a base di bronzo che durerà molti anni”. Il monumento è protetto dal libeccio dalla mole di S. Leopoldo, ma purtroppo è esposto alle intemperie e le parti ferrose hanno bisogno periodicamente di protezione.» « Quando fu costituito - continua Marinai -venne circondato da pannelli metallici, sostituiti con catene. Nell'ultimo rifacimento della piazza le catene gli sono state tolte, pertanto è stato reso "nudo" quindi si assiste in occasione dei mercati straordinari a gente che va a sedersi sulla base del monumento. Ho letto di un negozio a Firenze che vende panini il cui titolare ha esposto un cartello fuori dal locale che "invita i propri clienti di non consumare seduti sui monumenti, ma servizi delle panchine". I monumenti sono l'abbigliamento, il decoro e ci vuole rispetto per il personaggio che rappresentano. Sempre sui mercati straordinari ho visto il commerciante che si è piazzato col suo banco sul marciapiede del monumento ed ha esposto la sua merce servendosi delle borchie del monumento. Si vedevano pendoloni indumenti femminili. Brutto, molto brutto. Don Antonio Vellutini, parroco di S. Leopoldo della chiesa di Vada, di sua iniziativa fissò nella parte bassa del monumento una lapide di marmo dove ci sono impresse le seguente lettere: «19 ottobre 1969 Nel centenario il popolo di Vada ricorda». Don Antonio ha ricordato che da quel 19 ottobre del 1869 era passato un secolo da quanto Giuseppe Garibaldi prese terra a Vada. Ebbi occasione di parlare con don Antonio che mi disse che aveva salvato l'organo della chiesa da certe mire e che l'aveva fatto revisionare. Collaudato, le prime note sono andate a finire nell'orecchio di Garibaldi. Viene da pensare che fra don Antonio e Giuseppe era nato un feeling. Si prese cura del monumento il senatore Giovanni Spadolini sollecitando l'amministrazione al buon mantenimento - La Monografia storica di Pietro Nencini è un prezioso strumento per saperne di più.
(Il Tirreno 13/9/2015)

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