ITINERARI EXTRAURBANI

Il parco dell'Acquabona (Rosignano Marittimo)



 

Facile passeggiata su comodi sentieri, in una ex area industriale, oggi sportiva e didattica. Richiede circa un'ora.  Clicca sulle foto per ingrandirle
La 'buca della volpe' fotografata da Via dell'Acquabona La cascata sul botro dell'Acquabona Il botro dell'Acquabona Grotta nell'area delle ex cave Solvay Grotta nell'area delle ex cave Solvay Grotta nell'area delle ex cave Solvay Fornace nell'area delle ex cave Solvay. Fornace nell'area delle ex cave Solvay. Fornace nell'area delle ex cave Solvay. Il calcare di Rosignano ancora ben visibile Il calcare veniva raccolto in questa zona per essere vagliato e inviato per teleferica verso lo stabilimento Piazzale di esercitazione della Compagnia Arcieri a Campo alle More Bacheche della Compagnia Arcieri Tiro a segno della Compagnia Arcieri Sagoma di cinghiale per il tiro a segno Sagoma di capriolo Sagoma di lupo Tiro a segno e sagnalazione dell'ippovia del Mediterraneo che attraversa il parco Acquedotto civico
 
  Vista satellitare con Google Earth
 
  Il Botro dell'Acquabona nasce alla Maestà ed è affluente di destra del Fine

  Durante la prima guerra mondiale, iniziò la costruzione della casa del capo-cava, signor Mannocci e a seguire le altre case operaie tipo "palazzoni". Le cave dell'Acquabona ebbero il loro periodo di maggior sfruttamento negli anni dal 1924 al 1928. Impiegarono fino a 500 operai, poi la cava perse di importanza, mentre veniva avviato lo sfruttamento delle assai più ricche cave di San Carlo. Nel 1930 rimanevano solo 66 persone e l'anno seguente erano praticamente chiuse.
Oggi il parco è un'area pochissimo conosciuta che merita invece di essere visitata e frequentata per la bellezza naturalistica e selvaggia che vi si respira. Costituisce la zona di allenamento e gara della "Compagnia Arcieri delle sei Rose" che ha posizionato anche nei posti più impervi, una notevole serie piazzole con sagome di animali selvatici per gli allenamenti dei soci. La Compagnia cura e raccomanda la corretta custodia di gran parte del parco. Gli stessi percorsi ora utilizzati per il tiro con l’arco possono essere utilizzati anche per esperienze sul campo di orientamento ed uso delle carte. Le piazzole di tiro e le sagome degli animali possono essere usate come stazioni di riferimento nella pratica di orientamento, rivolta ai bambini delle scuole elementari e medie. In virtù delle caratteristiche geologiche del luogo possono essere trovati ulteriori indirizzi per la didattica dell’ambiente. Nella parte più elevata e meno accessibile sono ancora presenti parte delle gallerie realizzate durante gli scavi del calcare da parte della Solvay come pure i piazzali dove veniva frantumato e partiva in teleferica per lo stabilimento. Queste gallerie come pure i forni sono stati a lungo abitati dagli sfollati durante l'ultima guerra. Recentemente sono state organizzate intelligenti esperienze didattiche denominate le 'Notti dell'archeologia', una giornata preistorica alle cave dell'Acquabona con tessitura al telaio, accensione del fuoco, cottura dei vasi, scheggiatura della pietra, pittura in grotta.

1944 - IL RIFUGIO DELLE CAVE 

I primi giorni del passaggio del fronte lasciammo la casa del Poggetto all'Acquabona e ci rifugiammo in una galleria in disuso delle cave Solvay dopo aver messo delle traverse di ferrovia a protezione dell’ingresso. Più che una galleria era un antro; aveva una sola uscita. Era un budello lungo una trentina di metri, largo tre circa, ancora oggi esistente e là ci rifugiammo insieme a una trentina di persone delle palazzine Solvay o dell’Acquabona.

Si dormiva per terra sopra dei giacigli formati da coperte, coltroni e per guanciale qualche effetto personale. Uno accanto all’altro in una promiscuità quasi totale.

Si mangiava tutti insieme quello che avevamo portato; disponevamo di molto pane messo in sacchi da grano che però, dopo due o tre giorni, data l’umidità dell’antro, era funghito. Senza curarcene, si tagliava, si metteva in una zuppiera, si bagnava con l’acqua, si mescolava ai pomodori e, così amalgamato, ce lo passavamo l’un l’altro lungo il budello. Ognuno tuffava le mani nella zuppiera e, mentre prendeva la sua porzione di “pan dei luci” (così si chiamava il pastone), lo insaporiva col sudore e con lo sporco delle proprie mani; si dice che gli ultimi lo sentissero più saporito; comunque sembrava commestibile. Vivevamo in quell’antro stipati: quaranta persone in meno di cento metri quadri!

Dormivamo sdraiati sui soliti giacigli, in posizione normale alla lunghezza della galleria. Una sera, nel dormiveglia, sentimmo il nostro compagno di sventura Ferrari (non credo di sbagliare il cognome) che “combatteva” con uno dei suoi numerosi bambini. Improvvisamente passò sopra di noi in direzione dell’ingresso. Aveva in collo un bambino diarroico che, passando, lasciava tracce del suo malore e molte di queste caddero su di noi. Non vi dico quanti epiteti furono lanciati dai colpiti. Benché fossimo stanchi, fu indispensabile ripulirsi il più possibile da quelle patacche giallastre per “sopravvivere”.

Lido Arrighi era un ragazzo delle palazzine Solvay, classe 1925, riservato, ma intellettualmente vivace.

Una notte di luna si presentò all’ingresso dell’antro un’ombra che noi intravedevamo controluce, meglio “controluna”: era un soldato tedesco con il suo elmetto ben piantato in testa e con il fucile in mano che disse nella sua lingua: “Foiar (Feuer)” e noi, risvegliati da quella voce, rimanemmo impietriti. Nessuno, né giovane né vecchio guerriero della prima guerra mondiale, sapeva come comportarsi. Passarono pochi secondi e ancora: “Foiar” ripeté l’ombra dall’ingresso. Fu uno sgomento generale, ma Lido si alzò dal fondo della galleria, a piedi nudi passò sopra i nostri corpi distesi sui giacigli, andò verso l’ombra e porse al tedesco una scatola di fiammiferi di legno forse umidi. Il Tedesco disse: “Danke”. Lido gli fece capire che poteva tenere tutta la scatola; la sua offerta, la sua prodigalità, non fu criticata da nessuno.
Nedo Pelosini era uno dei nostri amici dell’Acquabona anche lui sfollato nelle cave per allontanarsi dalla via Emilia dove di notte, fino alla fine di giugno, passavano le colonne tedesche in ritirata. Come già detto, in quella galleria dormivamo uno vicino all’altro e, come sempre avviene, si erano formati dei gruppi a seconda delle varie età. Una notte nella zona dei giovani, vicino a me, sentii degli strani e sommessi sospiri di una ragazza, seguiti da un colpo secco. Tutto ciò durò poco, ma capii egualmente di cosa si trattava. Forse quella ragazza aveva sognato e poi si era svegliata; infatti nella penombra non vedevo né intuivo altro movimento rivelatore. Solo dalla disposizione dei corpi capii cosa succedeva e ciò mi fu confermato il giorno dopo dall’interessato. Nedo aveva casualmente allungato una mano appoggiandola delicatamente sulla coscia della vicina; questa, addormentata, ma evidentemente molto “viva” non reagì, forse non se ne accorse. Nedo allora prese coraggio, continuò ad avanzare verso l’obiettivo e l’accarezzò sino a suscitare l’estasi. Forse la giovane era convinta di sognare. Nulla di incomprensibile dati i sensi repressi delle giovani di buoni costumi di quei tempi, ma il bello venne a questo punto: evidentemente la ragazza uscì dal dormiveglia, capì cosa le era meravigliosamente accaduto e, vergognandosi di sé, individuato l’autore del servizio, sparò uno schiaffo tremendo sulla guancia del suo servitore. Nedo, che era arrivato alle stelle, fu riportato a terra, proprio a terra!     
(Sintesi da: "Un ragazzo in Toscana negli anni quaranta" di Piero Santi)
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Durante il periodo bellico, molte famiglie della Solvay, per allontanarsi dalle loro abitazioni vicine allo stabilimento (ritenute pericolose), sfollarono alle cave dell’Acquabona di proprietà dello stabilimento, dove esistevano alcune baracche e qualche piccola costruzione in muratura. Le cave erano state abbandonate già da tempo dalla Società Solvay, perché aveva trovato a San Carlo una pietra calcarea migliore e più abbondante per produrre la soda. Un cugino del mio babbo, Garibaldo Anguillesi, con la famiglia si era trasferito alle cave; aveva due figlie Mirella e Emidia della mia età. Le cave erano come un vasto anfiteatro circondato da alte colline. Nelle abitazioni c’erano tanti bambini... L’anno scorso sono tornata alle cave dopo 70 anni, ma non ho ritrovato l’incanto dell’infanzia. Le baracche non ci sono più e tutta la zona è coperta dalla vegetazione e dalle erbacce. Dove prima c’era allegria ora c’è silenzio e solitudine. Da: "Come eravamo..." di Anna Maria Raigi scaricabile dal sito.

QUI per la storia della trattoria dell'Acquabona e di Geppe Santo (su Rosignano M.mo ieri/Acquabona).

QUI per i passaggi di proprietà dell'area dai Mastiani-Brunacci, ai Vestrini, alla Solvay (su Rosignano M.Mo. ieri/Villa Vestrini ex Mastiani-Brunacci).

QUI per altre notizie sullo sfruttamento delle cave, sulla teleferica di trasporto e notizie sul calcare (su Rosignano Solvay la fabbrica/Acquabona)

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