La fabbrica/Cave Acquabona   

1915 - Cave di calcare in pieno sfruttamento. In primo piano la teleferica con i carrelli a sinistra Cava dell'Acquabona 1917 - Il trituratore del calcare prima del carico sui carrelli della teleferica 1919 - Cavatori all'Acquabona Fornace da calce a 5 forni all'Acquabona. Porte di accesso alle camere di cottura. Particolare del forno. Rilievo di campagna 2006. 1918 - L'attraversamento di Rosignano M.mo al Mulino a Vento 1923 - La teleferica attraversa Rosignano M.mo al Mulino a Vento 1918 - L'attraversamento della via fra Rosignano M.mo e Rosignano Nuovo 1924 - La teleferica scende lungo la collina verso lo stabilimento 1924 - Arrivo verso la fabbrica 1924 - Arrivo allo stoccaggio del calcare 1924 - Case Solvay del villaggio Acquabona
 

Acquabona - Il calcare frantumato raggiungeva lo stabilimento nel periodo di sfruttamento delle cave
 (1914 - 1930), con una teleferica appositamente costruita lunga 4400 m.
(Foto arch. Solvay)

  La Società Solvay, protesa alla ricerca della pietra calcarea, operò accurati sondaggi nella località già nel maggio del 1912, con risultati molto soddisfacenti. Pertanto il 27 aprile 1913 acquistò da Emilio Monti, per la somma di 45.000 lire, la prima area utile per gli scavi. Vennero alcuni operai a spianare il terreno e frequentarono l'osteria, che tornò gradatamente ad animarsi. Il 28 aprile 1914 ebbe luogo l’asta definitiva del fallimento Mastiani Brunacci. Gran parte dell’esteso territorio agricolo, fu appannaggio dei cinque fratelli Vestrini che avevano in corso concreti contatti con la Solvay, cui rivendettero la zona delle Cave dell’Acquabona. Questa la versione ufficiale, in realtà la Solvay aveva preferito non partecipare in prima persona all'asta come avrebbe potuto, preferendo indicare ai Vestrini le aree di suo interesse che acquistò nello stesso anno. Alla ditta Rotigliano furono affidati i lavori per la costruzione delle prime due case, commissionate dall'Azienda belga mentre già era allo studio il progetto della teleferica lunga 4400 metri e nel 1914 vengono ordinati alla ditta Ceretti § Tanfani i cavi di scorrimento per portare la pietra al nuovo stabilimento. Nei primi mesi del 1915 sono iniziate le fondazioni dei piloni e sono giunte tonnellate di carpenteria. Più tardi dopo la guerra, iniziò la costruzione della casa del capo-cava, signor Mannocci. Quando la fabbrica iniziò la produzione si lavorava all'Acquabona dieci ore nei giorni feriali, sei ore la domenica, a forza di piccone e pala. Nel 1917 la forza-lavoro era di circa cinquanta persone, fra minatori, caricatori, addetti alla torre, addetti alla tramoggia, manovali, apprendisti e donne. La paga media era di 35 centesimi l'ora più 75 centesimi di carovita al giorno, con eccezione per gli apprendisti e soprattutto per le donne, la cui paga oraria era di soli 17 centesimi. Gli operai mangiavano pane e cipolla sul posto di lavoro. Solo di primo mattino, qualche volta, e soprattutto al tramonto, andavano a bere un bicchiere di vino per colmare l'arsura. Quando la guerra finì e la produzione dello Stabilimento si fece più massiccia, cominciarono a scatenarsi le prime battaglie sociali. La scintilla della più grave e più lunga agitazione operaia nella storia della Solvay, si accese appunto all'Acquabona. Avvenne il 17 dicembre 1919. Quel giorno ebbe avvio lo sciopero dei 62 addetti alle cave, che trascinò, poi, gli altri dipendenti della Società e provocò la serrata della fabbrica e mesi di miseria. La vertenza trovò finalmente il suo blocco solo nell'aprile del 1920, dopo quasi cinque mesi, il più lungo sciopero visto da queste parti. Le cave dell'Acquabona ebbero il loro periodo di maggior sfruttamento negli anni dal 1924 al 1928. Impiegarono fino a 500 operai, poi la cava perse di importanza, mentre veniva avviato lo sfruttamento delle assai più ricche cave di San Carlo. Nel 1930 rimanevano solo 66 persone e l'anno seguente era praticamente chiusa. (Sintesi da "Sale e Pietra" di Celati-Gattini)
Per il il parco dell'Acquabona oggi, vedi: "Itinerari extraurbani/Acquabona"

                                Il «Calcare di Rosignano»
Rosignano ha sempre avuto la sua pietra, formatosi nel Terziario (Miocene superiore) quando in corrispondenza del sito in cui fu costruito il paese si era impostata una scogliera corallina, una specie di atollo circondato dal mare. Questa pietra resistente, non troppo pesante, di un gradevole colore bianco-opaco e, al tempo stesso, vivace per i disegni dei fossili che contiene, si trova in opera in genere nelle strutture inferiori del borgo antico che doveva esserne completamente costruito. Oggi non è più usata, malgrado vi siano grandi cave completamente abbandonate e di facile accesso, residuo dello sfruttamento che ne fece la Società Solvay all’inizio della sua attività a Rosignano. In passato questa pietra fu usata anche a Castelnuovo e a Colognole che ne avevano delle cave vicine. A Livorno trovò una larga applicazione nelle opere della prima metà del XIX secolo.
(Da: "Il Capitanato Nuovo di Livorno" di Renzo Mazzanti)

                   Fornace da calce Solvay, alle cave dell’Acquabona
Foto 4 - La presenza di questa grande fornace da calce sul poggio del mulino a vento di Rosignano M.mo (ad un centinaio di metri, in direzione nord - est, dal medesimo) è riconducibile alla presenza delle cave di calcare aperte all’Acquabona dalla Società Solvay nel periodo che va dal 1914 alla metà degli anni Trenta. La pietra calcarea, materia prima indispensabile per la produzione della soda, era trasportata nello stabilimento con una teleferica lunga 4400 m. Nell’Archivio Solvay non vi è traccia di questa fornace, così come nei ricordi degli anziani della zona. Eppure, viste le dimensioni dell’impianto, abbiamo ragione di credere che in essa sia stata prodotta la calcina per costruire molte delle case del villaggio Solvay. Le informazioni sull’intero complesso scaturiscono esclusivamente dal rilievo di campagna, eseguito con grandi difficoltà per la presenza di una folta vegetazione e dislivelli non indifferenti. L’impianto si componeva di ben cinque camere di cottura, di un piano inclinato su cui scorreva un carrello di carico del materiale cotto, di un piccolo edificio (ubicato nella parte più alta dell’intero complesso) all’interno del quale si trovava il motore per il sollevamento del carrello e una stanza con pareti inclinate (a forma di tramoggia) per la raccolta del materiale; questo, attraverso una bocchetta posizionata più in basso, veniva caricato su un mezzo di trasporto.
Da "Antiche manifatture del territorio livornese" di M. Taddei, R. Branchetti, L. Cauti, R. Galoppini, scaricabile dal sito)

         Adunanza dell’19 giugno 1914. Filovia per trasporto materiale della Ditta Solvay
Il presidente propone.                          
                                                       Il Consiglio

V
eduta la prefettizia del 2 giugno corrente n. 5896 relativa al progettato impianto di una funicolare aerea per parte della Dittà Solvay; veduta la legge 15 giugno 1907 n.405 e l’articolo 10 del regolamento del 25 agosto 1908 n.829; veduto il disegno della funicolare dimostrante i lavori da eseguire nei due punti in cui una attraversa strade comunali, udito il parere dell’ingegnere comunale; ritenuto che nessun danno si arrechi al transito ed alle strade stesse,
                                                           delibera
dichiarare nulla ostare per conto del Comune alla costruzione della funicolare progettata dalla Ditta Solvay.
Il Consigliere Grandi propone di aggiungere: Salvi e riservati i compensi pecuniari che il Municipio potrebbe avere diritto per la costituzione della servitù relativa.
Il Presidente accetta l’aggiunta e nessun’altro domandando la parola mette ai voti la detta deliberazione con l’aggiunta Grandi, ed essa resulta approvata per alzata di mano, alla unanimità dei presenti.

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