I Bernini nell'arte ed a Vada  

Ritratto di Pietro Bernini Fontana del Nettuno a Napoli opera di Pietro Bernini Fontana del Gigante a Napoli opera di Pietro Bernini Ritratto di Gian Lorenzo Bernini
 Apollo e Dafne opera di Gian Lorenzo Il Colonnato del Bernini in Piazza S.Pietro, opera di Gian Lorenzo. Lapide sull'abitazione romana di Gian Lorenzo Luigi Bernini ritratto dal fratello Gian Lorenzo
Villa Barbarigo Valsanzibio opera di Luigi Bernini Ilario Bernini del ramo vadese In piazza 1933: Leone Bernini, Vinicio Bernini, Tina Balzini, Dori Bernini ed il maestro Biagi (di musica). Vinicio Bernini avanguardista nel 1939.

La famiglia Bernini può vantare fin dal 1500 artisti di gran valore.

  Pietro Bernini, artigiano scultore originario di Sesto Fiorentino (1562-Roma 1629) si trasferisce a Napoli verso il 1589, per lavorare nel cantiere della Certosa di San Martino e dove sposa la popolana Angelica Galante. Nel 1605, Pietro si sposta a Roma con la moglie e il piccolo Gian Lorenzo, di soli sei anni, richiamato da Paolo V, dove ottiene la protezione del cardinale Scipione-Borghese e lavorando in S. Maria Maggiore ha l'occasione di mostrare in Vaticano il precoce talento artistico del figlio che già da piccolo lavora il marmo. Pietro si costruisce casa di fronte alla Cappella Paolina a Santa Maria Maggiore, dove il figlio Gian Lorenzo vive dall'età di 8 anni fino al 1641, anno in cui si trasferisce in una più adatta abitazione con laboratorio in Via della Mercede.

Quando il padre Pietro muore nel 1629, Gian Lorenzo (Napoli 1598 – Roma 1680), architetto, scultore, pittore, scenografo, scrittore di teatro, uno dei principali interpreti dell'arte barocca, definito da Papa Urbano VIII "...huomo raro e nato per disposizione divina..." rimane in famiglia con la madre Angelica Galante ed i fratelli Francesco, il più giovane Luigi ingegnere ed i due prelati Domenico e Vincenzo. Le opere giovanili dell'artista appena ventenne, ne rivelano subito il talento, raggiungendo i massimi livelli del barocco, con le statue dei soggetti mitologici Enea e Anchise, del Ratto di Proserpina, del David e di Apollo e Dafne, oggi nella Galleria Borghese, che lo tengono impegnato per cinque anni, dandogli una fama immediata. Il genere del busto-ritratto fece poi la sua fortuna, anche economica: per tutta la sua vita gli fu richiesto di eseguire i ritratti di papi, regnanti, nobili e personaggi più importanti e influenti del tempo, a partire dai due del cardinale Scipione Borghese, scolpiti nel 1632.

Il Papa Urbano che andò a trovarlo nel 1636, perché malato e depresso, era accompagnato da sedici Cardinali e come scrive il figlio Domenico, “... con altro numeroso corteggio e un concorso infinito di popolo, accorso ad ammirare la novità...". Volle visitare la casa ed il laboratorio con le opere fatte e in corso, gli fece portare dal medico personale un portentoso medicamento ("liquore”) capace di fargli riprendere le forze e che: “...lo haverebbe voluto imbalsamare e rendere eterno il Bernino...“ tanta era la stima di questo Papa per l’artista.

Addirittura gli propose di ammogliarsi indicandogli una nobile romana. Cosa alla quale "il Bernino” non dette retta perché sposò una giovane ventenne, Caterina Tezio, figlia dell’avvocato concistoriale, il 15 maggio 1639, che praticamente rapì rinunciando alla sua dote di 15.000 scudi. In precedenza aveva avuto una relazione con Costanza Bonarelli (Buonarelli), moglie di uno dei suoi assistenti, da lui ritratta per diletto in un indimenticabile busto. Per oltre mezzo secolo, amato, ammirato, vezzeggiato da ben quattro papi, decine di cardinali, addirittura dal Re Sole.

Ebbe nove figli: Pietro Filippo, futuro canonico di S. Maria Maggiore, Paolo Valentino che ebbe la primogenitura del padre, Francesco anch‘egli prelato, Domenico, biografo del padre e ottimo letterato, poi Agnese e Cecilia future monache, Angelica, sposata al Conte Landi di Velletri, Maria Maddalena, sposata al Marchese Lucatelli di Bologna e Dorotea sposata col nobile napoletano De Filippo.

I principi morali di Gian Lorenzo erano ben definiti: una fede cattolica certa ma non convenzionale, il senso rigido dell’unione familiare, l‘affidare alla primogenitura maschile la salvaguardia del patrimonio, il volere che i quattro figli maschi restino a vivere in comune, aver fatto redigere l‘inventario di famiglia che, a distanza di 25 anni dalla sua morte doveva essere sottoposto a controllo di verifica.
Gian Lorenzo Bernini muore a Roma nel novembre 1680 nel suo palazzo ancora esistente in Via della Mercede.

Naturalmente dopo sei mesi dalla sua morte, non tutte le disposizioni testamentarie vennero rispettate: fu rinnovata la casa, l’arredo, affittati i locali del laboratorio, ecc.

Quel che fu osservato e che riassume una gran qualità dì questo grande artista, fu il rispetto del suo volere di conservare una delle sue ultime opere, una commedia a cui dette il titolo: "LA VERITA' discoperta dal tempo“, perché lasciò detto: "... guardando quella i miei discendenti si ricordino che la più bella virtù del mondo consiste nella VERITA', perché alla fine questa viene discoperta dal TEMPO..."

A ereditare la casa saranno i figli di Gian Lorenzo, essendo morto Francesco nel 1637 e ereditando dai due fratelli prelati le loro quote e rimanendo la sola fidecommisso di Lorenzo col fratello Luigi, col quale aveva avuto liti violente per ragioni di donne che avevano portato Luigi a trasferirsi a Bologna e Gian Lorenzo a trasferirsi in un più prestigioso ambiente degno della rilevante clientela che si recava a trovarlo.
Anche il fratello Luigi scultore e architetto (Roma 1612-1681). Costruttore ingegnoso, nel 1634 divenne "soprastante" alla fabbrica di S. Pietro e sotto Alessandro VII fu fatto architetto delle acque e condusse l'acqua alle fontane di piazza S. Pietro (1677). I discendenti dei due rami Bernini: quello di Gian Lorenzo e di Luigi si stabiliranno rispettivamente a Roma con diramazioni a Napoli ed in Toscana. In Emilia e al nord quelli di Luigi.

Resta da colmare il vuoto del XVIII secolo nelle vicende dei successori degli eredi di Gian Lorenzo.

In attesa entriamo nel XIX° secolo.

Occupiamoci per ora della famiglia che dalla seconda metà dell’800 risiederà a Vada.

Nel 1820 nasce a Roma, dove risiedevano i suoi genitori, Sante Bernini che intorno al 1843 si trasferirà in Toscana dove dimoravano, in provincia di Pisa, suoi stretti parenti. Qui conosce una ragazza di nome Cecilia Mercurini che sposerà l’anno seguente. Prenderanno residenza a La Rotta, vicino a Pontedera e qui nasceranno Aristodemo nel 1845 e Ilario nel 1850.

Aristodemo che aveva appreso il mestiere di falegname ritornerà a Roma dove sposerà ed avrà un figlio di nome Ugo, ma manterrà stretti rapporti col fratello venendo spesso a trovarlo anche dopo la scomparsa dei loro genitori, quando Ilario si trasferirà a Vada.

Intanto Ilario, che lavora nella fonderia di Altopascio, viene a conoscenza nel 1872 che a Vada gli industriali liguri Tardy stanno impiantando una nuova fonderia e che la zona ha uno sviluppo particolarmente promettente. Essendo ormai un buon conoscitore del fondere metalli e pare sollecitato da qualcuno interessato, decide di venire in questo nuovo paese dove si sta sviluppando una nuova esperienza industriale.

Durante il tragitto da La Rotta a Vada, conobbe una famiglia che gestiva sotto Rosignano, uno dei tanti molini allora attivi nella valle del fiume Fine. La famiglia si chiamava Filippeschi ed oltre al lavoro curava anche la passione per la musica. Infatti c’era un nonno di nome Serafino che pare fosse bravo a suonare il violino e che in età avanzata perse la vita attraversando il fiume Fine durante una piena. Figlio di Serafino era Andrea che aveva sposato una vadese di nome Assunta Centi. Da loro era nata a Vada la figlia Maria Cesira che in ossequio alle tendenze di famiglia si dedicherà anche alla musica suonando lo strumento chiamato “Viola d ‘amore".

I Filippeschi tornarono ad abitare in quel di Rosignano, dove appunto nel 1873 Ilario conobbe la giovane ragazza Maria Cesira Filippeschi che il 30 ottobre del 1875 sposerà nella Chiesa di Rosignano. Ventisette anni lui e diciotto lei. Prenderanno dimora a Vada dove appunto Ilario aveva lavoro nella Fonderia Tardy che iniziava la produzione il 9 febbraio del 1876.

Ilario aveva trovato una ragazza attiva e decisa tanto che non contenti del lavoro in fonderia, danno inizio anche ad una attività commerciale della quale Cesira sarà valida protagonista.

Riusciranno pertanto con la loro attività ed il concorso delle rispettive famiglie ad acquistare dalla proprietà Fabbri una buona porzione di fabbricato sulla piazza del paese: circa 40 stanze con annessi e un resede di circa 500 metri quadri, pagandolo la somma di Lire 28.000 di allora. Grazie alla loro operosità, malgrado la cessazione dell’attività della Fonderia Tardy nel 1898, la famiglia non si trovò in difficoltà.

Avevano due figli piccoli: Ettore-Saul di 8 anni e Leone di 6. Sono gli ultimi due di una serie numerosa di non vissuti (si diceva otto).

In questi anni la presenza del fratello Aristodemo a Vada era frequente. Ed i rapporti erano stretti tanto che il figlio Ugo, che come il padre era domiciliato a Roma, venne a sposare una ragazza di Vada che si chiamava Firmina Bandini. La cerimonia avvenne nella Chiesa di San Leopoldo il 24 marzo del 1890. Sarà Ilario a fare da testimone al nipote Ugo, proprio nell‘anno di nascita del figlio Ettore, chiamato Saul.

Anche Aristodemo è ricordato, per testimonianza dei nipoti Saul e Leone, come un tipo dal particolare talento ed estrosità essendo stato il costruttore della grande bussola interna all‘ingresso della Chiesa di S. Leopoldo a Vada. Fu quello che a seguito di un evento climatico sali in cima alla punta del campanile a rimettere a posto il parafulmine, non trovando il parroco gente del mestiere disposta a rischiare l’operazione.

Aristodemo faceva anche parte di “quei tipi” della Vada di allora, molti dei quali si chiamavano “scaricatori di porto" con tutte le loro prerogative e che frequentavano la “bettola” gestita dalla famiglia Rasponi, pure loro "tipi", in quel locale alla "dogana” sulla via del mare. Raccontavano i nostri padri la bravata che riservavano all’ospite che non riempiva l’occhio: o bere il vino in quel teschio che faceva bella mostra sul bancone della mescita o essere cacciato fuori della taverna con parole e mezzi che si possono immaginare.

Mentre Aristodemo e Ugo con la moglie ritorneranno a Roma, Ilario con la sua famiglia rimarrà a Vada.

Aprono un esercizio commerciale in un fondo di loro proprietà vendendo pannine e prodotti attinenti.

I figli: Saul ha 10 anni e Leone ne ha 8. La loro mamma svolge la sua attività, oltre che nelle faccende domestiche, dove però ha aiuti, anche nel negozio, mentre il nonno Ilario, con un calesse e la cavallina di nome ‘Stellina” gira nelle campagne dei dintorni a vendere i suoi prodotti.

Nelle periodiche necessità di rifornirsi per la loro attività Ilario doveva recarsi a Livorno e come raccontato dai figli Leone e Saul, doveva portare con sé un gran revolver essendo la collina del Romito frequentata da gente poco raccomandabile.

In casa Bernini le situazione economica era piuttosto tranquilla, ma qualcosa di imprevisto avvenne proprio quando la floridezza era assicurata.

Era il mese di giugno del 1901 e per premiare il figlio Saul che aveva avuto ottimi risultati a scuola, il padre lo affidò all’amico Giuseppe Passaglia, un viareggino sposatosi nel 1873 con una ragazza di Vada, Fanny Smith, residenti a Vada. Passaglia, stirpe di navigatori, era Comandante di un veliero che in quel periodo faceva la rotta Vada-Genova e ritorno trasportando generi industriali, alimentari, agricoli.

Saul andò col veliero di Passaglia a Genova. Al ritorno, la voglio del padre di rivedere il figlio, indusse Ilario ad andare incontro al veliero con una barca a remi. Una gran sudata non controllata determinò una  polmonite, pare recidiva, ma fatale che gli tolse la vita nel 1901.

Vedova a 44 anni con due figli rispettivamente di 11 e 9 anni, ultimi due di una serie perduta, Cesira sembra non resistere molto senza un uomo, infatti a 47 anni e dopo tante gestazioni, accetterà di andare a nozze con un giovane di 26 anni. Il nuovo matrimonio susciterà la contrarietà dei figli, nel vedere la loro mamma con un altro uomo, dopo nemmeno tre anni dalla morte del babbo. Lo sposo nativo di Castellina Marittima (Pisa), dimorante a Vada con una collocazione precaria, trovò nel matrimonio tutto quanto poteva assicurare buone prospettive economiche. Era l’11 gennaio del 1904. Dopo circa tre anni una paralisi ridusse Cesira nell'infermità e dopo altrettanti lasciò marito e figli che ora avevano 21 e 19 anni e che si rendevano ben conto della situazione di fatto che si prospettava.

Il maggiore dei figli, Saul, dopo un anno contrasse matrimonio con la 19enne Ada della famiglia Dardini e nel 1913 nacque un bambino a cui fu dato il nome di Aulo.

E' l‘anno 1913, anno in cui viene decisa in famiglia, per investire del capitale esistente, la costruzione di un locale da adibire a cinematografo. Sarà costruito su un terreno al margine della loro proprietà, al confine con la via Aurelia allora “via del Littorale“, lato mare.

Il locale avrà una attività limitata per il sopravvenire della prima guerra mondiale, quella del 1914-'18 nella quale sia Saul che Leone saranno chiamati a combattere al fronte. E’ nel luglio del 1915 che il nuovo locale sarà concesso per una recita diretta dall‘attore vadese Remo Lotti, e una conseguente dimostrazione popolare in favore dell'intervento in guerra e dei soldati al fronte.

E' alla fine del 1918, che l'epidemia cosidetta “spagnola“ portò via Ada, la giovane moglie di Saul.

Leone, che intanto era rimasto nella zona di guerra come capo cantiere per il recupero di materiali in quelle zone, prese a frequentare una famiglia di Santa Caterina di Lusiana (Vicenza), i Dalle Nogare. Il capofamiglia, Giuseppe, ex maresciallo dei Reali Carabinieri, gestiva una piccola banca agricola nel suo edificio, mentre la famiglia composta dalla moglie Italia Libera Romana, da tre figlie Dina, Olga, Lavinia ed un maschio Fulvio, si occupavano di gestire nei loro locali una rivendita di generi vari, con annessa osteria. E’ qui che Leone conosce e si fidanza con Lavinia.

Intanto Saul, ricoverato in ospedale a Pisa a seguito dei disagi al fronte nel 1918, aveva conosciuto una infermiera, Sira Rossi. Dopo la perdita della moglie, si ricordò di questa ragazza che sposerà nel 1919.

Gli interessi a Vada indussero Saul a richiamare il fratello Leone a casa per definire col patrigno quel che c’era da definire, anche perché questi nel 1920, aveva contratto matrimonio con una 33enne di Castelnuovo della Misericordia.

Intanto l'11 di Agosto 1920, era nata Dory da Sira e Saul, mentre Leone ritornava dalla ragazza di Santa Caterina per sposarsi. Da loro, nel 1921 nacque Jane.

Sfortunatamente durante un soggiorno di Lavinia dai suoi genitori, la bimba di poco più di un anno contrarrà una infezione intestinale che non riuscirà a superare con gran sconforto delle famiglie di Santa Caterina e di Vada.

Sarà nel 1923 che Lavinia metterà al mondo Vinicio, accudito anche dall‘esperienza e dall‘affetto della zia Sira con la quale ci sarà un particolare feeling per sempre.

Le due famiglie dei fratelli convivranno fino alla guerra del 1940-45. In questo periodo l’attività delle famiglie vede i fratelli avviare lo sviluppo del loro cinema a cui sarà dato il primo nome di “IRlS” con prevalenti, distinte mansioni a cui i due fratelli sono inclini: tecniche quelle di Saul, amministrative quelle di Leone.

Ma essi avranno anche un lavoro stabile nello stabilimento Solvay, Saul con la mansione di elettricista e Leone di impiegato amministrativo.

Con la crisi del 1929, vi furono licenziamenti che l’allora regime dominante, il fascismo, gestiva indicando volentieri quelli non iscritti al ”Fascio“. Saul, che fin da giovane era legato per amicizia e per parentela a Dardo Dardini, già suo cognato e futuro Sindaco socialista del Comune di Rosignano, e lui stesso mai tesserato al Fascio, fu licenziato. Non si sgomentò, il nucleo familiare aveva ancora in Leone il sostenitore, mentre Saul non stette con le mani in mano, e fra i cento mestieri che era capace di svolgere si orientò verso il ramo fotografia. Apri così uno studio fotografico a Vada, nella casa di proprietà in piazza Garibaldi e uno a Rosignano Solvay.

L'attività del cinema riprese negli anni 1923-24 ora con il nome di "CINEMA SAVOIA" e continuò fino agli ultimi anni ‘30, quando si cominciavano ad avvertire i suoni della seconda guerra mondiale.

I due fratelli Saul e Leone rimasero insieme con le loro famiglie fino agli anni ’60 costituendo fino all'ultimo un richiamo di trattenimento familiare aperto a ogni possibile ospitalità.

Dopo la loro scomparsa c'è da augurarsi che qualcosa dei loro comportamenti resti in chi ne prosegue la stirpe.   
                                                                                                
(Per gentile concessione di Vinicio Bernini)

Riprendiamo dal giornalino: “La voce di Rosignano” gennaio 1946 numero unico dell’Università Popolare di Rosignano Solvay (Lire 5) un articolo di Leone Bernini
                                     All’ombra delle ciminiere

Salutando questo «Numero unico» indipendente, creato all’ombra delle Ciminiere Solvay (superstiti da tante raffiche di morte e memori dei sibili ferali che solcarono lo spazio della nostra vita per lungo tempo), ci sentiamo in dovere di porgere il nostro augurio ai solerti creatori del modesto giornaletto letterario, scevro di colori politici, e di battaglie campanilistiche che sono triste retaggio dall’animo e del pensiero per il progresso e per la civiltà. Per la massa lavoratrice (dagli intellettuali ai più umili lavoratori della terra) è aperto, da oggi, un campo in cui ognuno può tracciare il solco della propria intelligenza esprimendo i propri desideri o illuminare quei meandri oscurati da1 tempo, da incapacità precedenti, da incurie, illustrando i propositi più sani che possano dimostrare, al presente, le vie da percorrere per l’avvenire. Pur sapendo che taluno sorriderà di scherno o di compassione sulle righe che scorreranno sotto il proprio sguardo, che altri censori non limiteranno l’espressione dell’animo verso i modesti collaboratori o ne chiederanno il tramonto prima che si affermi l’alba nel nostro cielo, noi esortiamo tutti a far buon viso a questo piccolo ed unico numero locale e scusarne le battute errate le cui note non saranno mai né velate di mistero, né sincopate, né maggiorate da toni superiori, ma saranno un armonioso canto di fratelli che lavorano e sudano offrendo al riposo le loro modeste capacità intellettuali per affidarle al piccolo messaggero nostra creatura sana di uomini sani che deve crescere e vivere in terra libera per temprare il lavoro e ricreare il corpo nel meritato riposo. Ognuno comprenda che le migliori battaglie sono gli incontri sul campo del lavoro fecondo di vita e dell’intellettualità che amalgamate nel crogiolo della volontà creeranno le basi più solide all’avvenire che deve raggiungere un Popolo sano e civile come il nostro che cammina sulle orme gloriose dei grandi, di cui l’Italia fu Madre e culla dal solco di Romolo ad oggi. Noi cercheremo dar vita e questa creatura nostra, cercheremo di trasmettere ad essa ogni idea sana del progresso attraverso le sue righe che non nasconderanno la lealtà dei cuori temprati fra le pareti familiari delle nostre officine ove l’ingranaggio produttivo deve essere orgoglio e vanto della massa nostra, usa talvolta a confondere le idee, usa talvolta a camminare nell’ombra pericolosa della vita. La nostra promessa è un suggello di fede che solo il tempo ed il buon senso potranno testimoniare, e perciò noi cercheremo di collaborare con descrizioni letterarie, umoristiche, satiriche e brillanti nonché con osservazioni giuste, con rilievi sereni e ponderati, che non rivestano caratteri politici né altro che debba ledere la dignità altrui né la serietà del nostro Giornaletto. Con ciò se ragioni plausibili ci faranno imbracciare la Balestra della giustizia per lanciare, attraverso le nostre colonne qualche frecciata specialmente ai gestori dal Cinema-Teatro Solvay, ai fieri rappresentanti dal CODI, ai baldanzosi componenti la Commissione di Fabbrica, sia essa accolta benevolmente dato che le nostre ferite non sanguineranno mai, ma solo insegneranno qualche sistema di procedimento che non sarà che da commentare. Pertanto a tutti i lavoratori dai nostri Cantieri rimane aperta la porta del nostro piccolo edificio, ove si sapranno ospitare simpaticamente tutti i pensieri bene espressi purché intonati alle realtà delle cose.                                    Bernini Leone   

 Riprendiamo dal giornalino: “La voce di Rosignano” giugno 1947 numero unico dell’Università Popolare di Rosignano Solvay (Lire 10) un racconto di Aulo Bernini                               
                                        Contessa Azzurra
Si erano sposati cinque anni orsono ed avevano trascorsa una vita modesta e tranquilla. Avevano condiviso con amore e rassegnazione tutti i disagi di quei terribili mesi di guerra e di miserie, e per quanto avessero perduto al suo passaggio una gran parte di quello che costituiva il loro capitale masserizio, erano ritornati sani salvi alla loro casetta, con quel tesoro di bimbo che maggiormente li univa. Si erano promessi di ricostruire a poco a poco il loro nido d’amore, e specialmente lei, la sua Sandra, voleva ridare a tutte le cose, a tutti gli oggetti, quell'impronta gentile e quel gusto raffinato che rispecchiava, come una volta, la
delicatezza del sua carattere. Giorgio era in fondo un bravo ragazzo e le aveva sempre voluto bene, ma da qualche tempo era diventato, senza alcun motivo apparente, più taciturno e più rude. Non apprezzava più la quiete della sua casa e spesso si assentava per molte ore trovando pretesti, delle scuse strane e
banali, che non avrebbero convinto neppure il suo piccolo Silvio. Il suo tesoro, come lo chiamava lui, aveva 4 anni appena, due occhi azzurri come la mamma ed una testina piena di riccioli biondi e lunghi, da confonderne il sesso. Sandra era ancora bella, il volto pallido e delicato, lo sguardo dolce a intelligente.
Era intelligente davvero, forse troppo, ed aveva capito; ma era rimasta buona, umile, incapace di ogni difesa. Volava mantenersi indifferente al suo Giorgio e spesso piangeva di nascosto soffocando in un silenzio, tormentoso la sua angoscia. Non voleva urtarlo perché lo temeva ma solo l’aspettava molte sere, con gli occhi spalancati nel buio e gli orecchi tesi ad agni passo, quando lui rientrava a tarda ora. Poi, con il cuore in gola, si limitava a dirgli le stesse parole: — perchè cosi tardi Giorgio? Fra poco dovrai
alzarti nuovamente per recarti al lavoro. Hai freddo? Accostati a me ti riscaldo. Sei stanco? dormi subito adesso, ma pensa alla tua salute. Lui rispondeva qualche monosillabo a bassa voce e si addormentava. Passarono così altri giorni altre attese, altri ritardi. La vita continuava fredda e senza colore. Una sera, durante la cena, le sembrò che lui fosse maggiormente accessibile e volle approfittarne. Si foce coraggio e cominciò: - senti Giorgio - la voce le tremava e le parole si smorzavano a tratti - mi sembra che da qualche tempo tu sia cambiato, perché ti manca forse qualcosa? - no non mi manca nulla...- ma soltanto non so:potrei anche sbagliarmi, mi sembra, ecco, non saprei dire, mi sembra di non vederti più buono e affettuoso come prima. Non te ne sei accorto? — Neppure per sogno! Cosa d’evo fare di più? Lavoro l’intera settimana e non vorrai privarmi certamente di qualche ora di libertà almeno la sera. Credo di averne il diritto, ti pare? — Ma sì, Giorgino mio, ne hai tanti diritti, anche quello di farmi soffrire se vuoi, ma io non voglio rimproverarti per questo soltanto mi spiace vederti molte volte lontano da noi anche quando ci sei vicino — Cosa vuoi dire? spiegati non ti capisco. — Ecco, non giudicarmi male, non voglio frugare nei tuoi pensieri, ma ti lasci sorprendere spesso con lo sguardo vuoto ed assente da farmi pensare a tante cose tristi che non avevo mai pensato.
— Sono idee, Sandra, sono idee tue che non hanno fondamento. - Ed allora perché ti dimostri preoccupato? Io vedo il tuo viso talvolta contratto dai nervi come tu stessi combattendo una lotta che non comprendo. Giorgio, Giorgio mio, non ti conosco più. Egli non aveva parole, fissava io sguardo sulla tavola ancora ingombra dei piatti della cena, ma non vedeva nulla. Pensava che domani lei l’aspettava per la seconda volta in città, in quel solito caffè, da dove si sarrebbero incamminati per andare all'albergo, in quel solito albergo, dove si pagava bene e non si mostravano i documenti. Sentiva il desiderio di lei sopra ogni cosa, e non pensava ad altro. Si era dimenticato perfino di quello che gli aveva detto Mario il suo intimo amico: ‘E’ una donna che on vale, e stata di tutti. Io posso assicurartelo come pure altri ancora; attento Giorgio e non perderti nel fango... Lo vuoi un pò di caffè? Egli si riscosse e poi rispose — Grazie, vado e prenderlo fuori; dammi l’impermeabile. Sandra si asciugò le mani e corse a prenderlo. Tieni, non ritardare troppo. Ciao Sandra, addio babbino, rispose il bimbo. Giorgio si chinò in terra per baciare il suo piccino che tossiva e giocava con una scatola vuota. L’occhio gli cadde sulle piccole scarpe: erano rotte e bagnate. Perché non ti fai cambiare le scarpine da mamma? Sandra si voltò di scatto’ con gli occhi pieni di lacrime rispose: non c’e n’ha altre poverino; domani lo tengo a letto e porto quelle dal calzolaio. Perché piangi? Cos’hai? - Piange sempre la mamma - rispose Silvio. Giorgio divenne rosso di vergogna, si infilò l’impermeabile in fretta ed uscì. La pioggia batteva contro i vetri della finestra e il vento fischiava sui rami nudi dell’orto. Andiamo a nanna tesoro, babbo non e potuto restare con noi, sai, babbo ha tanto da fare, povero babbo...
Camminava nella notte, sulla strada asfaltata e luccicante dove si rispecchiavano le lampade pubbliche e le luci dei negozi. Era triste nell'anima, e non provava più quell'entusiasmo segreto per l'indomani. Aveva i pensieri confusi e sconvolti e sentiva ridestarsi a poco a poco, in un angolo remoto della sua mente, quel rimorso che sembrava moltiplicarsi ad ogni istante ed avanzare minaccioso.
Voleva non pensare, voleva combattere e soffocare quella voce imperiosa, ma non ne era capace.
Si risolse infine e quasi per assicurarlo a se stesso pronunciò forte alcune parole: domani andrò, andrò ugualmente, fosse pure per l’ultima volta. Alzo la testa, la pioggia era cessata e l’insegna luminosa del bar le apparve davanti. Entrò, bevve il solito caffè, si distrasse con gli amici e tornò a casa.

- Cosa fai alla sveglia? E’ già caricate come sempre. - Non curartene, devo alzarmi più presto domani, buona notte. - Buona notte - rispose Sandra, ma era ancor lontana dal sonno. Pensava a lui, al suo Giorgio così diverso, che l’aveva perduto senza un perché, senza una colpa. Chi poteva essere quella donna
maledetta? Con qual diritto voleva portarglielo via? Non riusciva a capire, e le passavano dalla mente tutte le donne che lui conosceva facendo su ognuna di esse un rapido esame. Nulla. Tornò indietro col tempo e pensò fugacemente a quella ragazza ormai un po’ lontana che avevano conosciuto insieme laggiù, sulla sommità di quelle colline, durante lo sfollamento. Infatti era davvero un vo’ sfacciatella quella Maria perché le domandava sempre: dov’è il suo ‘Giorgio? Quando ritorna? E’ molto simpatico suo marito... e teneva anche qualche volta il suo piccolo Silvio in braccio e gli sporcava le guancie di rossetto perché Giorgio le ripulisse e la rimproverasse con un sorriso incoraggiante. Forse aveva colpito giusto, ma il sonno
la sorprese e si addormentò. La sveglia segnava le sei precise e lui era già in piedi. Aveva indosso il suo vestito migliore e la cravatta di seta pura. - Dov’è la mia sciarpa? Silenzio. Sendra, Sandra, ella si destò pallida in viso e gli occhi gonfi. - Cosa vuoi? Perché sei vestito così? Non devi andare al lavoro? Si, ma, sai stasera abbiamo una conferenza al teatro e non voglio andarci vestito da lavoro. - Ho capito, ho capito tutto — rispose Sandra con amarezza e si nascose sotto le coltri. Dov’è la mia sciarpa di lana?
- E’ lì nel mio cassetto a destra, guarda. Giorgio aprì il tiretto e presa per un lembo la sciarpa, la tirò via. Al tempo stesso qualcosa cadde sul pavimento e andò in frantumi. Cosa hai rotto? -Ma, non saprei, doveva essere una bottiglietta quasi vuota credo, non vedo che vetri. Un profumo soave e delicato si sparse subito nella camera. Lo riconobbe, riconobbe quel profumo inconfondibile e si lasciò trasportare per un’istante sulle ali del passato. Raccolse in silenzio i pezzi più grossi e ragionando fra se li depose sul davanzale della finestra. Uno di questi mostrava intatta l'etichetta e la lesse: «Contessa Azzurra». L'aveva comprata in quel giorno ormai lontano, in quel pomeriggio di novembre che ricorreva il 20° compleanno della sua piccola Sandra. Era felice allora lui, e non vedeva nulla intorno a se che fosse più bello di quel musino pallido e delicato. L'ora incalzava e doveva partire. Prese il cappello, se lo calo sugli occhi e alzandosi il bavero del cappotto disse addio a Sandra. Ella non rispose. Entrò nella cameretta di
Silvio, si chinò per baciarlo ma ne ebbe vergogna. Il suo bimbo dormiva sereno e inconsapevole sognando forse quei balocchi che non aveva mai avuto. Lo carezzò brevemente sui capelli e uscì. La strada era buia. e deserta ed il vento piangeva ancora sui fili della ferrovia. La staziona era vicina. Laggiù, in direzione di quella vedeva il suo cantiere che sonnecchiava in un letto di luci e di vapori. Pregò quasi un rimpianto
perché sapeva che oggi sarebbe mancato, non avrebbe guadagnato nulla e sarebbero sfumate le 5 mila lire dei suoi segreti risparmi. La voce del rimorso invase quasi tutta la mente. Eppure lei oggi, l’aspettava in città, come la volta avanti, alla stessa ora, nel solito caffè. Avrebbe passato con lei una seconda giornata memorabile e ben diversa dai soliti appuntamenti serali. Pensava alle sue carezze esperte, alle sua labbra tumide e procaci al suo corpo perfetto e dinamico, mescolando intanto quei desideri, quelle visioni, ad altre immagini, in quel momento importune, ma ben più care, che si sovrapponevano a quelle. Era giunto alla stazione, il treno era già partito dal vicino paese e sarebbe arrivato a momenti. Fece il biglietto e uscì nuovamente all'aperto. Il vento cominciava a fischiare impetuoso come un lungo lamento. Giorgio l’udiva e un brivido gli percosse le ossa. Gli parve quasi che quei lamenti fossero il pianto delle sua Sandra
che aveva lasciata da poco nascosta sotto le coltri. Vide la sua casa senza sorriso e nei fanali del treno che si avvicinavano lentamente rivide due occhi azzurrissimi e pieni di pianto. Era lei, la sua mogliettina buona e fedele ch forse a quell’ora stringeva fra le braccia il suo piccolo Silvio che tossiva ancora perché  aveva portato le scarpine rotte e bagnate. Il treno arrivò in stazione, ma l’ondata di vento prodotta dal convoglio gli buttò un lembo della sciarpa sul viso. Non vide più nulla. Risenti quel profumo e rimase immobile. Gli sportelli si richiusero e il treno scomparve lasciandolo sul marciapiede. Spuntava l’alba e la sirena del cantiere lo richiamava al lavoro. Si mosse, si strinse la sciarpa al collo e ella bocca e respirò a pieni polmoni quel profumo inconfondibile di «Contessa Azzurra» che avrebbe ricomprato la sera stessa, come una volta, per la sua piccola Sandra.                                    AULO BERNINI

                 Il partigiano Waira: «La politica stia fuori dalla Liberazione»
Ci sono momenti, nella vita, in cui diventa facile, quasi automatico, sapere «da che parte stare». Per Vinicio Bernini l’aprile del 1945 fu uno di quei momenti. Così come pochi mesi più tardi quando, di fronte al comando militare che gli ordinava di telefonare ad ogni passaggio aereo sul cocuzzolo di Monforte d’Alba, terra di tartufi e Barbera, scelse un’altra guerra. Quella partigiana, antifascista, contro l’occupazione tedesca. Una resistenza fatta dalle macchie, con poche armi raccolte qua e là nei depositi o paracadutate dall’alto dagli inglesi. Arruolato nella 14esima Divisione Garibaldi, nome di battaglia Waira, diventò uno dei protagonisti della liberazione delle Langhe. Oggi, quasi novant’anni, nella sua casa di viale Italia a Vada dove vive con la moglie, con una memoria lucida che rimanda a quei giorni (un anno vissuto tra Monforte d’Alba e Torino), ci racconta «la sua Liberazione». Partendo da un’esortazione, un invito che non manca mai di recapitare il 25 Aprile, ogni qualvolta enti locali ed associazioni si apprestano a commemorare una pagina tragica ed esaltante della nostra storia: «Non mescoliamo la Liberazione con la politica. La guerra di Liberazione ha una sua strada. Non mi importa se uno è comunista, socialista, democristiano. Fascista no, quello non lo accetto. L’importante è essere una persona retta, per bene». Dialettica di una volta che richiama una saggezza paesana, asciutta, mai ridondante. Qualche silenzio. «Dovete scrivere della Liberazione, non di me», è una premessa ed un invito. Difficile, però, rispettare la consegna. La storia vive nella memoria, ma ci proviamo. Anche se bisogna partire dall’inizio, dalle radici vadesi e da quel giorno in cui Vinicio e suo cugino Silvano, insieme ad altri giovani ventenni, fu preso e messo su un treno per una destinazione sconosciuta. «Eravamo sfollati a Saline di Volterra - racconta Bernini - c’era un gerarca fascista, che ci aveva chiamato per presentarci alle armi. La prima volta non andammo. La seconda dovemmo dire di sì. A quei tempi non si scherzava. Se non mi fossi presentato avrebbero ucciso il mio babbo». Così un ragazzo di vent’anni, che pensa alle ragazze e a trovarsi un lavoro, si ritrova improvvisamente chiamato ad una guerra che conosce solo perchè nella sua famiglia si respira una cultura antifascista. «In casa mia licenziarono il fratello del mio babbo perché non aveva aderito al fascismo. E da Rosignano Solvay, da dove c’è il circolino, venivano a casa mia, a Vada, ad ascoltare Radio Londra». Racconta che quel treno si fermò a Casarza. E fu un sospiro di sollievo. «Temevamo di finire in Germania, nei lager». Fu alloggiato in un campo di addestramento, frequentò un corso denominato Fluco. «Ci dettero una zona e a me e mio cugino ci toccò Monforte d’Alba». Compito: piccole vedette italiane. Segnalare all’esercito i movimenti di aerei sui colli delle Langhe. Fu allora che Vinicio e gli altri soldati entrano in contatto con la gente di Monforte. «Capivano il nostro stato, ci aiutavano. Ricordo il medico del paese, il dottor Gallo che poi diventò uno della Brigata. C’erano un socialista ed un comunista, un bravo comunista, si chiamava Portonero. Cominciammo ad organizzarci. A quei tempi, in zona, c’erano solo le formazioni del colonnello Mauri. Così entrammo nella 14esima Divisione d’assalto Garibaldi, la Sulis». Un crogiuolo di nazionalità ed esperienze politiche diverse: «C’erano comunisti, socialisti, sovietici, i maquis (resistenti) francesi, i serbi. Ricordo che i serbi non mi piacevano. Una volta presi un pezzo di stoffa per farci dei pantaloni, perché usavo i soliti da un mese. Un serbo disse che avevo preso la sua stoffa e chiese la mia fucilazione. Il comandante non fu di questo avviso». Cominciano le azioni. «Usavamo la tecnica del mordi e fuggi, che era il nostro motto. Non potevamo competere con i tedeschi con le armi, quindi facevamo incursioni e poi ci ritiravamo. La gente del posto era con noi». Paura sì, ma anche coraggio. Come quando con la Sulis passano il Tanaro e puntano su Torino. Combattimenti, paesi liberati, cecchini da cui guardarsi ad ogni angolo. Come a Torino «quando io e Silvano sfuggimmo al tiro al bersaglio in via Bertola». E’ qui, nel capoluogo piemontese, che Bernini conosce il comandante Barbato, figura mitica della Resistenza. E con la battaglia di Moncalieri che segna l’addio alle armi. Un anno di cui conserva anche ricordi di momenti difficili. Come quando, membro del tribunale di guerra, evita la fucilazione ad un compagno partigiano beccato a rubare vettovaglie. «Dissi al comandante che aveva tanti figli e che se l’avessimo ucciso ce li saremmo trovati contro». O come quando, a Torino, incontra un vadese che sta «dall’altra parte, con la Decima Mas». «Giocavamo insieme da bimbetti ed era asserragliato in una caserma. Dissi al mio comandante che c’era un mio paesano, che conoscevo. Alcuni ce la fecero a scappare, lui no». Oggi è il 25 aprile. Vinicio Bernini ha ancora tanti ricordi. Molti li conserva con gelosia. Come i tanti nomi e i cognomi di vincitori e vinti. La storia no, quella si può raccontare. Anzi si deve.
(Andrea Rocchi "Il Tirreno" 25/4/2012)
Vinicio Bernini è nato a Vada il 15 agosto 1923 e deceduto a Vada l'11 febbraio 2016. Durante la seconda Guerra mondiale, sfollato a Saline di Volterra con la famiglia, dovette presentarsi alle armi. Insieme al cugino Silvano fu destinato alla zona di Monforte d’Alba con il compito di segnalare avvistamenti di aerei. Lì cominciarono i rapporti di Bernini con i partigiani, tanto che lui e il cugino entrarono nella 14esima Divisione d’assalto Garibaldi, la Sulis. Il suo impegno nelle truppe partigiane è andato avanti dal febbraio del 1944 al maggio 45, e ha partecipato anche alla liberazione di Torino, il 28 aprile 1945. In quei mesi di lotta gli fu dato il nome partigiano di “Waira”. Al termine della guerra ha cominciato a lavorare all’interno dello stabilimento Solvay, dove è diventato capo fabbrica dell'impianto Polietilene, ruolo che ha ricoperto fino alla pensione, nel 1985.       
CORDOGLIO DEL SINDACO ALESSANDRO FRANCHI PER LA SCOMPARSA DI VINICIO BERNINI.
Non appena appresa la triste notizia della scomparsa di Vinicio Bernini, il Sindaco Alessandro Franchi ha voluto manifestare il proprio cordoglio e quello del Comune di Rosignano Marittimo, ricordando con affetto il concittadino di Vada, classe 1923. Esempio di impegno civile, Bernini è stato partigiano nelle Divisioni Garibaldi delle Langhe, presidente della Pro Loco ed autore di alcune pubblicazioni sulla storia locale, tra cui “Quaderni Vadesi” e “Con Vada in quegli anni”. Per tutta la vita ha conservato l’entusiasmo e la passione che gli hanno consentito, anche in tarda età, di partecipare attivamente alla vita della nostra comunità ed alle iniziative organizzate dall’Amministrazione nell’ambito del “Progetto Memoria”. Il Sindaco e la Giunta comunale hanno inviato un telegramma alla famiglia per salutare “il caro Vinicio, di cui ricorderemo sempre l’impegno profuso in nome della libertà e della democrazia”. (11/2/2016)
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"Memoria di Vinicio Bernini" sul volume " Memorie di Libertà. Uomini e donne di Rosignano nella Resistenza" pag. 6, scaricabile dalla sezione Scaricolibri del sito.
Di Vinicio Bernini scarica il volume. "Con Vada in quegli anni" dalla sezione Scaricolibri del sito.

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