Castiglioncello ieri/Portovecchio    

1911 - Il golfo di Portovecchio dalla Granchiaia con la villa di Montezemolo che domina la baia 19121911 - Il golfo di Portovecchio dalla Granchiaia con la villa di Montezemolo che domina la baia 1911 - Portovecchio visto dal più grande dei Tre Scogli 1911 - Il golfo di Portovecchio.A dx la pensione Rivabella, oggi appartamenti e sullo sfondo la trattoria- albergo di Sabatino Faccenda sulla via Aurelia. 1928 - Un lato dei bagni Portovecchio (oggi Belvedere) con la pensione Rivabella 1929 - La spiaggia con la villa Montezemolo a dx, la pensione Rivabella ed il bagno. 1929 - I bagni Portovecchio e la villa Montezemolo 1929 - I bagni Portovecchio e la villa Montezemolo. (Arch. S. Lamioni) (Arch. N. Sfrisi) 1929 - Al limite dei pini si nota la sagoma mozza della nuova chiesa. A sx i rimessaggi Cardon e Faccenda. 1935 - Veduta del golfo dalla pineta con la nuova passeggiata a mare 1935 - E' cominciata la costruzione dei moletti dei bagni 1937 - Portovecchio e Bagni Montezemolo Anni '30 1935 Pensione Rivabella (arch.P. Bartoletti) Il golfo nel 1937 Anni '40 1940 - La barca 'Jacovella' dei Cardon. Si vede la passeggiata costruita fra il 1932 e il 1936. 1940 - La via dall'Aurelia al mare di Portovecchio. A sx villa Montezemolo. 1948 - Bagni Salvadori (Arch.Salvadori) 1950 - Bagni Salvadori (Arch.Salvadori) 1950 - Bagni Salvadori (Arch.Salvadori) 1950 - Bagni Salvadori (Arch.Salvadori) Bagni Salvadori all'inizio anni '50 (foto C.Cassigoli) 1952 - Fosco, Romana e Piero Salvadori.(Arch.Salvadori) 1955 - Dai 3 scogli 1955 - Bagni Salvadori (Arch.Salvadori) Anni '50 - Il golfo di Portovecchio Anni '50 Anni '60 Anni '60 Anni '60 Anni '60 Bagni Salvadori alla fine anni '50 (foto C.Cassigoli) Bagni Salvadori alla fine anni '50 (Arch.Salvadori) Bagni Salvadori anni '60 (Arch.Salvadori) Bagni Salvadori alla fine anni '60 (Arch.Salvadori) Immagini del golfo anni '80 Immagini del golfo anni '80 Immagini del golfo anni '80 Portovecchio 1971
 

 a Castiglioncello ieri

Portovecchio. Quella che dal 1919 sarà "villa Montezemolo", domina l'insenatura dal 1915 come "villa Clementina" dei Reali-Pellegrini con sotto lo "Stabilimento Balneare Portovecchio". La villa sarà bombardata e distrutta nel giugno 1944 dalle superfortezze USA che dalla direzione mare colpirono tutte le ville lungo la strada, parte della chiesa e Villamarina nel parco Uzielli, vero obbiettivo militare (vedi). I Montezemolo non sono più tornati a Portovecchio. La villa sarà ricostruita come pensione Belvedere dei Bandini dal 1949, poi trasformata in appartamenti. L'adiacente pensione Rivabella diventerà condominio con lo stesso nome. La passeggiata è pronta dal 1936, ed i bagni Salvadori sono agli inizi. (Foto Aringhieri e archivio Cecilia Cassigoli)

                 Villa Clementina poi Montezemolo ed i Bagni Portovecchio
Fra il 1915 ed il '44 al centro della rada di Portovecchio, spicca un ampio ed un po' pretenzioso fabbricato, con tanto di piccola torre secondo la moda lanciata dal Patrone con il suo castello. Si tratta della casa d'estate del Generale Cordero di Montezemolo marchese Carlo, nonno di Luca Cordero di Montezemolo. Carlo Cordero di Montezemolo compra la villa già esistente, da Clementina Reali, possidente livornese, coniugata con Ferruccio Pellegrini, il 31 maggio 1919. La villa con giardino, di nuova e recente fabbricazione, di 28 vani su due piani oltre a soffitte, sottosuolo e torretta laterale che si eleva a tre piani con scala a chiocciola in ferro, detta "Villa Clementina" ha una superficie di 2.630 mq. e confina con terreno ortivo, villa dr. Marconi, strada di Portovecchio, spiaggia del mare e proprietà Cardon, viene acquistata al prezzo di lire 30.000. Prezzo successivamente valutato troppo basso di fronte ad una perizia del 1922 che fissa un valore di lire 341.000. La lunga causa legale aperta dalla parte venditrice nel tentativo di rescindere il contratto sarà vana. Costruita su terreno argilloso, per far fronte ai cedimenti legati alle forti piogge dei primi anni, viene dotata di un grosso muraglione di contenimento lungo 20 metri, alto 3-4, con uno spessore alla base di circa 4. Inoltre nello scantinato verso il mare vengono realizzati dalla proprietà Reali-Pellegrini, due locali, uno uso magazzino e l'altro per ricovero imbarcazioni, oltre ad un bagnetto con 16 eleganti cabine con terrazza sovrastante che prendono il nome di "Stabilimento Balneare Portovecchio" (sotto).  (Documenti originali da collezione privata di Cecilia Cantini per gentile concessione)


Bozze di progetto e disegni costruttivi del "Bagno Portovecchio" di Ferruccio Pellegrini del 1917

Nel giugno 1944, la villa Montezemolo fu bombardata e le rovine con l'unica stanza rimasta, furono acquistate da Santino Bandini nel 1946, che con l'impresa Bartoletti di Portovecchio, iniziò la ricostruzione e nell'estate del 1949 aprì la "Pensione Belvedere" gestita in famiglia e rimasta attiva fino agli anni '60, quando, con la morte di Santino nel '56 e le conseguenti suddivisioni fra fratelli, fu ristrutturata in appartamenti rimasti di proprietà. La figlia Marcella negli anni successivi ha ampliato ed attrezzato il bagno sottostante costituito inizialmente dallo stanzone delle barche, malamente pavimentato a cemento e poi da una decina di piccole cabine per ognuno dei due lati. Sopra una rudimentale terrazza. Nel 1957 il bagno viene allargato, apre il bar e la pizzeria, che si distingue per le famose "schiacciatine". Oggi è gestito dai nipoti Alessandro e Riccardo ed è aperto come ristorante tutto l'anno.(Per gentile concessione della sig.ra Marcella Bandini)

Siamo all'inizio del 1922, la motorizzazione civile sta iniziando la sua marcia inarrestabile ed anche il Generale Montezemolo viene sollecitato dal proprio avvocato, con la lettera seguente, a prendere parte all'iniziativa industriale dell'ing. Barison progettista di un nuovo tipo di motore, così come ha fatto anche l'ing. Guglielmo Vestrini a Firenze (vedi).
Ill. sgr. Generale Carlo Cordero Marchese di Montezemolo - Castiglioncello.
Perdonerà se mi permetto arrecarle disturbo. Si sta costituendo a Livorno una Società per la fabbrica di automobili, in relazione ad un nuovo motore ideato dall'ing. Barison di Milano, che è persona di grande ingegno e che ha studiato il detto motore e le vetture che verranno costruite, in modo che non si potrebbe desiderare migliore. Detto motore è completamente in alluminio con rivestimento delle camicie in acciaio e pur essendo di piccola forza da un rendimento eccezionale, superiore a qualsiasi altro motore di pari forza ed è di una semplicità unica, tantochè sono stati eliminati circa 105 pezzi. La vettura di 15 Hp raggiunge una velocità di 95 km/h ed ha un consumo minimo di benzina e olio, ma anche di gomme per la sua leggerezza. Io ritengo fermamente che essa debba avere un grande avvenire. Il Ministero ha mandato degli ingegneri per visitare il motore e farne applicazione nel campo aviatorio. Lo stesso Conte di Torino entrerà socio con 5.000 lire. Vorrebbe Ella sig. Generale, sottoscrivere una piccola parte di capitale? La vedrei volentieri in questa industria che ritengo ottima. La società ha già raccolto un miglione e mezzo, costituito da un gruppo di capitalisti Milanesi, uno di Genovesi, uno di Toscani e qualcuno di Roma, ma si vorrebbe portare il capitale a due miglioni. Io potrei nel caso col sigr. ingr. Barison e col Marchese Cairati che è uno dei più forti azionisti, venire colla vettura a farle una visita a Castiglioncello, se a Lei non dispiacesse, per farle vedere il motore e la macchina, nel caso che Ella fosse in massima di sottoscrivere qualche cosa. Il capitale verrebbe versato a decimi in un periodo di quattro o cinque mesi. Voglia scusarmi e ossequiarmi la sua gentile famiglia e gradire i miei più distinti saluti. Avv. Alfeo Giavarini via V. Emanuele. Livorno. 18/1/1922
(Documenti originali da collezione privata di Cecilia Cantini per gentile concessione)

Il generale Montezemolo che aveva circa 80 anni ed era molto amico della pressoché coetanea contessa Ginori che abitava in piazza, era un vecchietto assai arzillo da tutti i punti di vista. Al mattino partiva da solo a nuoto finché non si vedeva scomparire la sua testa calva oltre la punta. Il nipote Carlo, col patino, lo seguiva da lontano, ma senza farsi vedere, il generale non voleva aiuti. Al ritorno faceva esercizi ginnici sulla spiaggia e, spesso, al pomeriggio si allontanava nella macchia della Ragnaia con qualche signora, assai scalpore fece una sua storia con una giovane svedese.
Il 15 maggio 2009 muore un altro degli abitanti della villa, Massimo Cordero di Montezemolo, padre di Luca Cordero di Montezemolo, nato a Castiglioncello il 23 dicembre del 1920. Ha trascorso l’infanzia nella villa di famiglia a Portovecchio che per tanti anni ha visto la presenza dei genitori di Massimo: Mario Cordero di Montezemolo (nato nel 1888) e sua
moglie Clementina Deciani. Luca Cordero di Montezemolo è primogenito dei tre figli di Massimo Cordero dei marchesi di Montezemolo (Rosignano M.mo 23 dicembre 1920 - Roma 14 maggio 2009) e di Clotilde Neri (nata a Bologna il 26 agosto 1922). I Montezemolo appartengono ad un’antica famiglia piemontese per generazioni al servizio di Casa Savoia, della quale sono rappresentanti il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo e il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, vittima alle Fosse Ardeatine. Massimo Cordero di Montezemolo è’ stato un grande uomo per l’agricoltura italiana, sapendo rinnovare la categoria degli agronomi proiettandoli in una dimensione moderna e competitiva. Massimo Montezemolo, infatti, è stato per oltre cinquant’anni un punto di riferimento costante per l’intero mondo agricolo, in particolare per i Consorzi di Bonifica, forte della straordinaria esperienza acquisita prima come Dirigente e Segretario dell’Associazione Nazionale delle Bonifiche. Nel 1945 si Laurea in Scienze Agrarie con Lode presso l’Università degli Studi di Bologna, abilitandosi alla professione di dottore agronomo nel 1946. Dal 1946 al 1955 è capo del Servizio Agrario del Consorzio della Bonifica Renana. Dal 1955 al 1956 è Capo dell’Ufficio Bonifiche e Trasformazioni Fondiarie nel Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno. Dal 1956 al 1986 è prima Dirigente poi (1966) Segretario dell’Associazione Nazionale delle Bonifiche e delle Irrigazioni. Dal 1968 è Presidente dell’Agriconsulting SpA – Società per la consulenza e lo sviluppo delle attività agricole. Durante la sua carriera è stato componente del Consiglio Superiore dell’Agricoltura presso il Ministero Agricoltura e Foreste, della Commissione Censuaria Centrale del Ministero delle Finanze, dell’Accademia Nazionale di Agricoltura, dell’International Association of Agricoltural Economist, del Consiglio dell’ITALICID – Sezione italiana dell’International Commission on Irrigation and Drainage. Autore di numerose pubblicazioni riguardanti gli aspetti tecnici ed economici dell’agricoltura con particolare riferimento alla bonifica idraulica ed all’irrigazione. E’ stato Presidente del Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali dal 1985 al 1992.

                  Perchè il Gen. Carlo Cordero di Montezemolo arriva a Castiglioncello nel 1919?
Ce ne parla un documento esclusivo scritto di suo pugno che racconta la situazione amministrativa di  Magliano Toscano (28 km da Grosseto), paese dal quale proviene e dove ha acquistato il 26 settembre 1906 dalla famiglia Bonucci, con regolare rogito notarile una azienda agricola, comprendente l'oratorio privato della Santissima Annunziata. Successivamente viene eletto Podestà di Magliano, ma poco più tardi decide di trasferirsi in una zona "vergine" quale era la Castiglioncello di allora, abbandonando il paese maremmano "inquinato" dalla malavita che il suo carattere di militare integerrimo non può tollerare come accadrà
il 21 maggio 1923 quando, tra gli eletti nel primo consiglio Comunale dell'epoca fascista a Rosignano M.mo, c'era anche il Generale Cordero di Montezemolo, che però rassegnò immediatamente le dimissioni, perché la nomina a consigliere comunale proveniva da elezioni contestabili, almeno in qualche frazione, per irregolare costituzione e funzionamento dei seggi, violenze ed esclusioni a danno di ex combattenti.
                  Adunanza 30 settembre 1923 – Dimissioni del Consigliere Gen. Cordero di Montezemolo
Il Presidente ricorda che presentate le dimissioni da Consigliere Comunale il Marchese Carlo di Montezemolo, il Consiglio Comunale non prese alcuna decisione essendosi offerta una Commissione di combattenti a parlarci per appurare le vere cause delle dimissioni.
Il Consigliere Galli riferisce che la Commissione ha avuto il progettato abboccamento e che ha udito dall’interessato come le sue dimissioni sono dovute alla persuasione in lui, non essere avvenute regolarmente le elezioni a Castiglioncello e Nibbiaia. E’ suo convincimento infine che ci siano di mezzo ripicche personali. Propone per altro che le dimissioni siano respinte per riguardo all’uomo di cui si tratta, ex generale decorato al valore e persona coltissima.
Il Consigliere Petrucci fa notare che per quanto egli abbia tutta la deferenza pel generale di Montezemolo, sente che se di respingono le sue dimissioni non si fa un complimento ai colleghi di Castiglioncello e Nibbiaia.
Nessun altro domandando la parola il Presidente mette a votazione segreta le dimissioni del Cons. Gen. Montezemolo, avvertendo che chi voterà la fava accetterà le dimissioni, chi invece introdurrà nell’urna il lupino le respingerà.
Eseguita la votazione viene fatto lo scrutinio dal Presidente assistito dai Consiglieri Morelli, Cavallini e Lottini e si ottiene il seguente resultato:
Votanti 23 maggioranza 12
Fave cioè voti favorevoli all’accettazione delle dimissioni                      n.13
Lupini cioè voti contrari                                                            9
Astenuto                                                                            1
Il Presidente proclama che le dimissioni del Gen. Montezemolo sono state accettate.

Sotto il documento che descrive la situazione di Magliano in quegli anni:

                              1910 - L’AUTORITA’ CONNIVENTE CON LA CAMORRA IN MAGLIANO TOSCANO


Il Comune di Magliano in Toscana era da molti anni in mano di una camarilla di poche persone obbedienti ai cenni di un capo il quale pur non abusando forse, personalmente della cosa pubblica, lasciava e spingeva a fare, per più sicuro mezzo di dominio, una mezza dozzina di cagnotti che con l’obbedienza a questo capo tenevano sottomesso il paese.

Tuttavia, replicate denuncie, erano giunte alla Prefettura di Grosseto ed erano una denuncia continua gli stessi conti comunali, mai presentati a tempo, o presentati colmi di irregolarità e di disordine, ma la camorra era un ottimo agente elettorale devoto alla costituzione e la Prefettura sapeva e taceva. Citiamo qualche fatto:

Un esattore scappa lasciando considerevoli vuoti di cassa. Rimane collettore l’ex Sindaco e Cavaliere. La Prefettura manda un Commissario, il Menicani, che riferisce cose gravi. Nessuno si muove.

I creditori del Comune, compreso qualche impiegato non ligio alla camorra e da tempo non pagato, reclamano. La Prefettura manda un Commissario, il Baccaglione il quale costata fatti così gravi e tali da richiedere l’immediato intervento dell’autorità giudiziaria, ma la relazione rimane con la precedente a dormire in Prefettura insieme con quella dei revisori del conto del 1906 nella quale si costatava un ammanco di oltre tremila lire di cartelle vendute il cui importo non fu totalmente versato.

E le cose vanno sempre peggiorando. Così un deposito dell’appaltatore del pietrisco stradale è ingoiato. Così è ingoiato un altro deposito fatto dall’ appaltatore del dazio comunale e una nuova vendita di cartelle patrimoniali del Comune avviene senza che si possa sapere ove va il ricavo.

La Prefettura dorme, l’Autorità giudiziaria non si muove e il paese, tutto agli ordini del capo camorra trema e tace.

Ma qualche denuncia più ardita arriva più in alto e dal Ministero degli Interni è mandato l’ispettore Taddei, il quale malgrado la camorra imperante, che toglie la memoria e la parola agli interrogati, riesce a costatare fatti tali che il Prefetto viene traslocato, il Comune disciolto, inviato un commissario Regio.

Il paese ha un largo respiro di sollievo e di speranza. L’arrivo del commissario è accolto dalla più cordiale e unanime manifestazione di gioia, dalle grida di evviva il commissario, evviva il Re, abbasso la camorra, mentre la banda paesana percorse le vie del paese al suono della Marcia Reale.

Ma la gioia dura poco, perché mentre si sperava veder finalmente agire l’autorità giudiziaria e le manette per slegare molte lingue e raccogliere molte prove, l’autorità giudiziaria continuò a dormire e il Commissario energico nello spendere i denari del Comune in opere non sempre utili, non altrettanto energico nel rivedere i conti antichi, lascia ben presto scorgere la parte che egli rappresentava in commedia dopo ché capita in paese (visita più o meno fortuita) un certo onorevole suo amico (il Matteucci).

Ed ecco i fatti:

1° - L’intimità tra il commissario e il capo camorra (individuo che si vanta di essere stato assolto in grado di appello, d’un reato commesso a suon di quattrini, si fa stretta e continua.

2° - Nelle assenze non infrequenti né brevi del commissario (il quale intanto prende moglie) il capo camorra spadroneggia in municipio e si installa nell’ufficio del commissario e n’ha in tasca la chiave.

3° - La revisione delle liste elettorali, primo dovere d’un commissario in tali frangenti, è affidata persone notoriamente conniventi con la camorra e incapaci di ribellarsi e nelle liste rimangono i morti anche da molti anni, gli emigranti all’estero anche da molti anni, coloni ed impiegati da lungo esondati in altri comuni, nulla tenenti in quel di Magliano, mentre viceversa tutti quelli che avrebbero diritto all’elettorato e ne han fatte regolare o documentata domanda, ma non han fatto pari adesione alla camorra, ne rimangono esclusi con pretesti vari. Il più frequente di tali pretesti lo smarrimento dei documenti presentati.

Di questi smarrimenti che il Comune fa dei documenti che gli si presentano e che non gli fa comodo ricevere se ne possono citare centinaia. E non mancano gli smarrimenti che lasciano adito a sospetti di cose assai gravi non pur anco rilevate da commissari e ispettori dopo cinque o sei mesi di gestione, oppure, se rilevate, messe pietosamente a tacere a scopo di salvataggio.

Eccone uno caratteristico. Nel 1891 il Municipio espropria dai Fratelli Fortuni un appezzamento di terra che non paga mai, quantunque da qualche conto municipale il conto appaia saldato. I reclami degli espropriati sono continui e sempre, si capisce, insoddisfatti. Arriva il commissario e si reclama con nuova fiducia. Ma egualmente invano perché prima si risponde che ci vuol tempo a trovare e consultare i documenti, poi che i documenti mancano, che la cosa è vecchia, che è meglio non pensarci più.

4° - I conti consuntivi del Comune non sono riveduti o lo sono ad “usum delphini”. A chi rileva la cosa si sussurra confidenzialmente che si son già fatte denuncie all’autorità giudiziaria e su di essa si scarica la responsabilità dei ritardi. Ma nessuno agisce.

5° -  Viceversa impiegati su impiegati vengono assunti per sbrigare gli affari del Comune, senza riguardo per la sue esauste finanze, mentre poi, viceversa ancora, si adibisce a copista il maestro comunale distogliendo1o dalla scuola. Eppure l’analfabetismo nella gioventù del povero comune amministrato dalla camorra sale a percentuali del 90%.

6° - Nessun provvedimento è preso dal R. Commissario per riparare all’ingiusta e in taluni casi crudelmente iniqua ripartizione delle tasse comunali, fatta dalla precedente camorristica amministrazione.

Finalmente dopo cinque mesi di sovrano potere del commissario si arriva alle elezioni del nuovo Consiglio e qui i fatti dimostrano anche più evidentemente come il Regio funzionario sia stato ben addomesticato dalla camorra volente e nolente (?) l’autorità superiore. E così:

1° - Il brigadiere intimidisce con minaccia d’arresto e perquisizioni personali elettori incensurati che egli sa ribelli alla camorra e subito dopo tre o quattro dei cagnotti della camorra, alcuni candidati e non digiuni di gravi imputazioni, di condanne e di carcere, circondano quei meschini, mettono loro la scheda in mano e li accompagnano all’urna sotto gli occhi dalla consenziente autorità.

2° - Giunti alla fine dello scrutinio, dopo che tutti gli impiegati comunali antichi hanno votato contrariamente a certe promesse del commissario uno di questi impiegati corre allo spiraglio dell’uscio dove il commissario stesso sta spiando l’esito dalla votazione e gli sussurra giulivo: “sì vince, si vince”.

3° - Il R. Commissario ripete volentieri a tutti la profezia che sarà sindaco del paese il famoso capo camorra perché lo circonda l’affetto, la stima, la simpatia universale. Viceversa appena intravisto l’esito dalle elezioni che lasciano capolista, ma con soli tre voti di maggioranza sull’ultimo eletto (28 contro 25) il detto famigerato individuo, l’irritazione di tutto il paese si fa tale che ci vogliano sforzi di pacificazione non indifferenti per impedire il succedere di fatti gravi e fischi assordanti e grida di abbasso accolgano i vittoriosi con il capo camorra, che trovano prudente chiedere l’assistenza dei carabinieri (i quali dovrebbero, si accompagnarli, ma a ben altro domicilio) per rientrare in casa loro. Senza commenti.
(Documenti originali da collezione privata di Cecilia Cantini per gentile concessione. Si ringrazia il Sindaco ed il sig. Vittoriano Baccetti di Magliano T. per le informazioni supplementari).

                                              I bagni Salvadori
Gli adiacenti bagni "Salvadori" inizialmente di Cesare e Corrado Donati, dal 1930 passarono a Adolfo Salvadori (detto Merlo) e ai suoi figli, Gastone (1915), Piero (1920), Fosco (1925
). Prima della seconda guerra mondiale Adolfo aveva gestito i vicini bagni "Generale Montezemolo". Adolfo veniva dall'Aia della Vecchia sotto Nibbiaia, si era portato a Castiglioncello, giovanissimo e aveva trovato casa in Poggio Allegro sulla strada del cimitero, che allora non c'era, e lavorato alle cave della Magnesite a Campolecciano. I Salvadori, rimasti senza bagno dopo il bombardamento, nel 1945 ebbero il permesso dalla nuova Amministrazione comunale di mettere una cabina li vicino e dal 1946 in pochi anni si moltiplicò. Cominciarono a tornare i villeggianti che si portavano l'ombrellone e lo lasciavano in custodia, in tal modo iniziarono di nuovo l'attività. Quando qualcuno aveva sete, non aveva altra scelta che quella di andare alla fontina della spiaggia delle suore ai Pungenti (vedi) e, nel '50, fu deciso di aprire un piccolo bar, costruito sul terreno avuto dai Cardon, fino a formare il nuovo bagno che porta il loro nome adiacente al Belvedere. Con gli anni Sessanta il bagno assume la struttura di oggi con i moletti anti erosione ed il bar in muratura. Fosco in particolare segue con cura l'evoluzione, poi le direttive passano al figlio Andrea, che ha dato al bagno la sistemazione attuale, aprendo anche la adiacente galleria d’arte "La macchia" per mostre ed eventi culturali. Fosco si è spento a 87 anni nel luglio 2012. I tre Salvadori, figli di Adolfo, tenevano i bagni e facevano un altro lavoro: il padre capo guardia all'Aniene dove lavorava anche Piero, mentre Gastone era alla Solvay. Nel '55 Piero ottiene la licenza per un emporio a Castiglioncello e si installa in un piccolo fondo sulla curva di Portovecchio. Gli anni passano, il bagno diventa grande e attrezzato, l'emporio si sposta in uno spazio più grande, nasce la pensione Riviera, per i tre fratelli arriva il benessere, bisogna riconoscere sudato, qualcuno si sposta in campagna lasciando spazio ai figli.(Sintesi da: "Dar tempo dell'etruschi ar tempo de' caini" di Castaldi-Lami-Marianelli, scaricabile dalla sezione Scaricolibri del sito)

Per la cronaca:
Montezemolo e la Perla, un amore antico  clicca qui

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