La fabbrica/Clarene

29 settembre 1985 - L'impianto Clarene in fase di ultimazione lavori

                                              1986 Va in marcia il Clarene
L’impianto venne inaugurato a Rosignano il 23 maggio 1986. Il clarene era una nuova materia plastica "EVOH" con forte effetto “barriera”, ossia aveva la caratteristica di un’alta impermeabilità ai gas (in particolare all’ossigeno e agli odori); aveva una buona trasparenza e un’elevata resistenza agli olii ed ai solventi organici. Questa materia plastica, ideale per l’imballaggio multistrato degli alimenti, rispondeva pienamente alle crescenti esigenze nel settore della conservazione ed alle norme sempre più rigorose imposte dai vari Stati. Il processo di fabbricazione prevedeva diverse fasi che andavano dalla copolimerazione alla estrusione, attraverso le quali i monomeri di partenza (etilene e vinil-acetato) si trasformavano in granuli di clarene che, una volta insaccati, erano disponibili per la clientela. Nel luglio 1991, chiusura “a sorpresa” dell’impianto e messa in cassa integrazione dei lavoratori. I cinque anni di marcia dell’impianto erano serviti per ottenere e vendere ai giapponesi il brevetto del nuovo ciclo.

                             1988 l'anno del referendum sul PVC

Nonostante il «Terminale di Vada» permettesse di acquistare l’etilene a prezzi più bassi dei costi sostenuti con il cracking di Rosignano, l’approvvigionamento di questa materia prima era ancora molto critico. Secondo la Solvay, che ne importava mediamente a prezzi di mercato, 100.000 tonnellate all’anno, l’etilene aveva un costo superiore del 25-30% in più rispetto a quello che avrebbe pagato se lo steam-cracking fosse stato in prossimità dei propri stabilimenti. Questa situazione derivava dall’applicazione del Piano Chimico Nazionale il cui scopo era incentivare lo sviluppo delle regioni insulari attraverso l’espansione della chimica di base. Con questo piano, attraverso finanziamenti pubblici a tasso ridotto e agevolazioni fiscali, impianti di steam-crackinq avevano trovato sviluppo nei poli chimici della Sardegna (Porto Torres e Cagliari) e della Sicilia (Priolo e Gela). Prima dell’approvazione del piano, la direzione italiana aveva fatto pressione, presso il Governo, perché fossero estese le agevolazioni pubbliche anche all’industria chimica del centro-nord d’Italia. Solvay aveva proposto di inserire gli stabilimenti di Rosignano in una rete petrolchimica del centro-nord articolata nelle tre raffinerie di Porto Marghera, Ravenna e Livorno. La proposta fu scartata dal Governo per favorire lo sviluppo dei centri insulari. Negli anni Ottanta, dunque, la distribuzione geografica dei centri di produzione di etilene non favoriva la Solvay che doveva sostenere costi elevati. Fu per questa ragione che Solvay decise di acquistare l’etilene dall’estero, stipulando nel 1979 un contratto di fornitura di etilene con la società francese Naptha Chimie che si avvaleva del suo cracking di Lavera presso Marsiglia e rivolgendosi successivamente ad alcune raffinerie dell’America Latina (Argentina e Brasile) e del Nord Africa (Algeria). Proprio in quegli anni Solvay si trovava anche a dover fronteggiare la forte pressione proveniente dalla concorrenza italiana (società appartenenti al gruppo ENI) e da quella estera (Imperial Chemical Industries, ICI) nel settore delle materie plastiche. Di fronte alle difficoltà d’approvvigionamento di etilene incontrate sul piano nazionale e alla concorrenza estera, Solvay iniziò a studiare una serie di strategie per risultare più competitiva sul mercato internazionale. L’obbiettivo fu il perseguimento di una modernizzazione delle proprie strutture e dei propri impianti. Secondo la direzione italiana della società occorreva orientare le proprie produzioni verso qualità di materie plastiche sempre più sofisticate (polietilene, PVC, ecc.), sia per contenere i propri costi, sia per fronteggiare la concorrenza. Gli anni Ottanta videro quindi il gruppo intensificare gli sforzi nel settore delle materie plastiche. Il prodotto verso cui la multinazionale belga voleva concentrarsi era il polimero del cloruro di vinile, noto più comunemente come PVC, ottenuto dal cloruro di vinile monomero (VCM) un'antica conoscenza per Rosignano. La domanda internazionale di questo prodotto, era in costante aumento grazie alle numerose applicazioni come imballaggi alimentari, tubi, telai, infissi, rivestimenti interni delle automobili, materiale ospedaliero, ecc. Si aprivano per questo prodotto interessanti prospettive e Solvay non intendeva  perdere importanti quote di mercato. L’iniziativa di Bruxelles era anche appoggiata dalle associazioni sindacali. Infatti, di fronte al calo dell’occupazione registrato a Rosignano nella prima metà degli anni Ottanta, i sindacati cercavano di spingere la multinazionale ad investire in nuove produzioni ad alta tecnologia, proprio per innalzare i livelli occupazionali dello stabilimento.
Con i sindacati è stato firmato un programma di investimenti diviso in due diverse parti. La prima  (1988-90) prevede la costruzione di un impianto di PVC da 80.000 tonnellate/anno, con 65 miliardi un investimento e la costruzione di una riserva di l’etilene da 10.000 tonnellate (15 miliardi). La seconda per il 1990-95, prevede un ampliamento dell’impianto di VCM (Cloruro di Vinile Monomero) fino a 20.000 tonnellate. Tutto ciò avrebbe creato 300 posti di lavoro e altri 500 indirettamente. Contemporaneamente sarebbero state interrate le tubazioni fra l’abitato di Vada e la fabbrica, ridotte le emissioni gassose, creato un monitoraggio di controllo e ridotto i consumi di acqua e di sale. Il sindacato da pieno appoggio al programma, mentre l’amministrazione comunale e le forze politiche stentano a pronunciarsi.

Nell’ottobre 1988 si forma un Comitato pro-fererendum con varie formazioni politiche, ma prende sempre più consistenza anche il fronte del no. Il PCI, localmente con oltre il 55%, procede anche ad una sorta di "primarie" dei propri iscritti residenti nel comune dalla quale risulta la vittoria del sì, con l'88%. Tuttavia perplessità sul progetto si manifestarono anche nei partiti di sinistra come PSI e lo stesso PCI.

Questa situazione fa decidere il Consiglio comunale per il referendum popolare ammettendo anche i cittadini con età superiore ai 16 anni.

I sindacati invitano a votare “sì”, in quanto la Commissione tecnica incaricata dal Consiglio comunale ha dichiarato quasi nullo l’inquinamento dell'impianto e l’Unità Sanitaria Locale garantisce il controllo dell’ambiente. PCI, DC, PSI e PRI, raccomandano il “sì”. La vittoria del “no” quindi appare assai improbabile.
Il risultato è invece a favore del "no": lo sottoscrive il 55,4% dei votanti. Le località a economia turistica (Vada e Castiglioncello con percentuali di “no” pari al 68,2% e al 71,5%) hanno il maggior peso, mentre nelle altre frazioni il “no” è più contenuto, ma sempre significativo.

Con questo scottante risultato in mano, il sindaco Giuseppe Danesin, pur non essendosi vincolato al risultato, dirama un comunicato stampa dove dichiarava la propria volontà di rifiutare la  concessione edilizia alla Solvay. Il Consiglio comunale ratifica tale decisione. Dura e comprensibile la reazione della Solvay al comportamento dell’Amministrazione comunale. Spiazzati il sindacato e i partiti locali, che devono prendere atto di un esito del tutto imprevisto. Il capitolo PVC si chiude così. (Sull'argomento, il volume "Una straordinaria esperienza di lotta" di Maurizio Marchi e "Rosignano ed il Piano Chimico Nazionale"  scaricabili dal sito)

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Vedi anche "Il caso del PVC a Rosignano" di Cheli e Luzzati
Rosignano Solvay la fabbrica