Castiglioncello ieri/Villa Celestina    

 

1938 - Attilio Teruzzi (1882-1950) e l'arch. Antonio Cafiero (Roma 1901-1981) costruttore nel 1932. La villa negli anni '50. Villa Celestina nel 1963. Il degrado è già evidente Il degrado continua. 1964 - L'ingresso al parco della villa dalla pineta 1964 - Festa di mezza estate offerta dall'Amm. Comunale. Il Sindaco riceve il Prefetto. 1964 - Festa di mezza estate offerta dall'Amm. Comunale. 1964 - Festa di mezza estate offerta dall'Amm. Comunale. 1964 - Festa di mezza estate offerta dall'Amm. Comunale 1964 - Festa di mezza estate offerta dall'Amm. Comunale. 1964 - Festa di mezza estate offerta dall'Amm. Comunale. Il Prefetto con l'ing. Michetti e signora. 1964 - Festa di mezza estate offerta dall'Amm. Comunale. 1964 - Festa di mezza estate offerta dall'Amm. Comunale. 1964 - Festa di mezza estate offerta dall'Amm. Comunale Una festa d'Epifania per i bambini. Al centro il dr. Carradori medico condotto. (foto Chellini) 15/8/1966 - Il Mago Zurlì con lo Zecchino d’Oro, fa tappa a Villa Celestina. 15/8/1966 - Il Mago Zurlì con lo Zecchino d’Oro, fa tappa a Villa Celestina. 19 dicembre 1970- Inaugurazione del 1001 Club  (Arch. Meini) Pubblicità della discoteca 1001 Club (Arch. Meini) Pubblicità della discoteca 1001 Club (Arch. Meini)

1938/1966 -  Foto 1 - Villa Celestina, Attilio Teruzzi e l'architetto Cafiero progettista.
(Foto Aringhieri, Chellini e Pino Perrone - Le foto di Pino Perrone (13/14) sono concesse da Edizioni Comiedit)

  Attilio Teruzzi gerarca fascista, acquista il Kursaal e nel 1932 lo trasforma nella sua sontuosa Villa Celestina con tanto di parco rigorosamente recintato e di attracco privato sul mare, qui organizza trattenimenti e serate da favola. Costanzo Ciano e la medaglia d'oro Igliori sono gli ospiti di ogni estate. Il Ministro delle Comunicazioni gioca a bocce nei campi sotto i pini, ai lati del viale d'ingresso mentre l'ufficiale con l'alta decorazione è un diavolo scatenato al tavolo del poker e della telesina. Nutrita e di alta genealogia la rappresentanza della nobiltà con alla testa i Vivarelli-Colonna ed i duchi di Cesarò, stelle della costellazione dei marchesi, dei conti (e soprattutto delle contesse) e dei baroni, immancabili nella stazione balneare. Tanta gente, tantissima bella gente di varia estrazione, ma fedelissima ad ogni appuntamento estivo. Queste citazioni rendono un'idea di quanti e quali personaggi e delle splendide donne che animano nel decennio ogni estate castiglioncellese.
Breve sintesi dai volumi "Quaderni di storia" di Celati - Gattini. Il volumi sono acquistabili direttamente online dall'editore IEPI
I coniugi Marcello Bartoletti e Matilde Volterrani gestiscono Villa Celestina fino al 1955. Nei primi anni 50 villa Celestina (demaniale, ma affidata in comodato al Comune) ospita il Circolo Forestieri e l'AAST  (Az. Aut. Sogg. e Turismo) che vi crea una sala da gioco. Al suo interno nascono locali famosi come: La Riviera degli Etruschi negli anni '60, Intra's Club nel parco di Villa Celestina, Il Cardellino sulla terrazza adiacente al cinema e al tiro a volo, La Lucciola, La Biscondola che poi diventerà Ciucheba. Tutto finisce agli inizi anni '80 per ragioni di sicurezza.                    
                                 
La lunga storia di Villa Celestina
Il 1915 è la data di costruzione di un fabbricato residenziale non ben definito che più tardi diventerà villa Celestina. Nel 1919 Odorico del Fabro proprietario dell'area comprendente la pineta, avendola acquistata dal barone Patrone qualche anno prima, ne fece il circolo Kursaal (dal tedesco sala di cura), dove si svolgeva la vita sociale delle famiglie «bene» dell'epoca, per quanto fosse un locale senza particolari pretese, ma non c'era altro da scegliere. Il 21 maggio o forse il 25 luglio 1919, aprì come circolo gestito da Angiolo Gabriello Bellucchi. Nel 1922 ebbe inizio una lunga vertenza tra l'Amministrazione Comunale fascista di allora che intendeva destinare la pineta ad uso pubblico e la società "La Pineta" proprietaria dei terreni dell'attuale pineta Marradi. Dopo circa un anno l'avvocato del Fabro, rimase padrone della sola villa, il resto passò al Comune. Nel 1930 la proprietà fu acquistata all'asta, dal generale Attilio Teruzzi allora Capo di Stato Maggiore della Milizia, amico di del Fabro a costo irrisorio a causa della disastrata situazione economica dell'avvocato. Il Teruzzi riottenne dal Comune anche parte del terreno adiacente (il cinema di oggi) in cambio di un contributo per il costruendo acquedotto di Castiglioncello. Tutta la complessa trattativa fra Teruzzi, del Fabro e Amministrazione fascista, che porta il gerarca alla proprietà della villa e della vasta area di pineta, non è priva di ombre. Nel 1931 Teruzzi affidò la ristrutturazione dell'immobile all'architetto Vittorio Cafiero di Roma che con l'impresa romana Marigo, dette alla villa l'aspetto attuale costruendo nel 1935, anche la adiacente casetta del custode (oggi sede della Guardia Costiera) abitata dalla famiglia Pizzi di Castiglioncello. Nella ristrutturazione furono introdotti elementi tipici del razionalismo italiano e fu purificato l'edificio da qualsiasi elemento decorativo, inoltre fu una delle prime realizzazioni dove si fece largo uso di cemento armato. (Il nome Celestina voluto dal proprietario, era della madre di Teruzzi). Nel 1932 i lavori furono ultimati e nel 1938 fu allacciata al civico acquedotto. Nel decennio fino alla guerra, la villa fu sede delle favolose feste organizzate dal gerarca, sempre presenti i Ciano di Livorno insieme ai più importanti gerarchi italiani. Nel 1939 furono presentate le planimetrie al Catasto di Livorno a firma dell'ing. Aldo Lori. Con l'arresto di Teruzzi nel '43 e la fine della seconda guerra mondiale villa Celestina finisce al centro di una trattativa fra la figlia del Teruzzi ed il Demanio che ne rivendicava la proprietà, ottenendola nel 1948 per rinuncia della controparte. Diventò quindi proprietà dello Stato come bene di guerra e data in uso all'Amministrazione Comunale. Nel 1950 fu adibita a "Circolo Villeggianti (o forestieri)" ed in parte a sede dell'A.A.S.T. che vi aprì anche una sala da gioco assai frequentata. Seguì l'uso come sala da ballo, finchè nei primi anni '60 il locale da ballo divenne la "Riviera degli Etruschi" per opera di un milanese ed ospitò i big del periodo. Negli anni '70 dopo una parziale ristrutturazione del seminterrato nacque la discoteca «1001 Club» gestita da Vasco Meini, che chiuse nel 1981 per problemi di sicurezza, seguita a breve da tutto il fabbricato per mancanza di manutenzione da parte del Demanio. Dal 1973 il Comune aveva in corso trattative per l'acquisto dell'immobile o l'affitto dell'immobile, ma trascorrono più di venti anni durante i quali l'edificio rimane abbandonato. Lo stato è ancora proprietario del fabbricato, della dependance e di buona parte della pineta circostante nella quale esercitano in concessione minigolf e cinema estivo.

 

 LE DATE IN SINTESI
1910 - 1915
- Anni di costruzione del corpo centrale della Villa che si articola su due piani.
21 Maggio 1919 - L’immobile, diventa “Kursaal”, fulcro della vita mondana di Castiglioncello e vi si svolge la vita sociale delle “famiglie bene” dell’epoca.
Fine anni Venti - La Villa viene acquistata dal Generale Attilio Teruzzi, che la trasforma da Circolo a residenza privata. Nella ristrutturazione vengono introdotti elementi architettonici/ tipologici del Razionalismo italiano.
1932 - I lavori di ristrutturazione della Villa vengono terminati. Il seminterrato viene adibito ad abitazione dei custodi. Nel 1935 il Teruzzi fa costruire una dependance per i custodi.
1938 - La Villa viene allacciata al civico acquedotto.
1939 - Vengono presentate le planimetrie all’ufficio del Catasto di Livorno.
Fine seconda guerra mondiale - La Villa diviene proprietà dello stato italiano (bene di guerra) e data in uso, previa concessione, all’Amministrazione Comunale.
1950 - Viene adibita a Circolo Forestieri.
1960/1970 - Diviene la sede dell’Azienda Autonoma del Turismo e Soggiorno. Alcune sale della Villa vengono utilizzate come spazi espositivi per mostre e per sedi di Convegni. Il seminterrato è concesso in uso come discoteca “1001 Club”.
Agosto 1973 - Prima delibera del Consiglio Comunale per l'acquisizione della Villa
1981 - La Villa viene chiusa al pubblico
2002 - Viene approvato il progetto di restauro come "Centro di Biologia Marina dell'Università di Pisa". L'iter burocratico è stato ventennale.
2008 - Dopo 27 anni di abbandono, inaugurazione con taglio del nastro da parte del sindaco A. Nenci, del ministro A. Matteoli e dell'ex sindaco Simoncini, che nel 2001, firmarono il protocollo d’intesa tra l’Università di Pisa ed il Comune. Costo 2.800.000 euro.
2010 - A due anni dall'inaugurazione ufficiale, Villa Celestina apre finalmente all’Università di Pisa. Sancito il via alle attività del dipartimento di biologia pisano, mentre le lezioni inizieranno con l’anno accademico 2010/2011.
2011 - Villa Celestina, accoglie per la prima volta una sessione di laurea del corso di laurea specialistica in biologia marina. I tre candidati sono quindi i primi tre laureati a Castiglioncello.
2014 - L'uso universitario non ha seguito e viene proposto l'uso come caserma per la Guardia di Finanza, ma il CRM non è d'accordo.

Ma veniamo alla storia più recente. Il Comune con un contratto del 1998 diventa locatario per 19 anni e finalmente dal 2003 ne ottiene la cessione per uso pubblico ed il restauro come sede distaccata della Facoltà di Biologia Marina dell'Università di Pisa e parzialmente per uso locale. Il Ministero contribuisce al finanziamento con un milione di euro, per il laboratorio di ricerca. Il Comune invece si attiva per un centro di educazione ambientale, con finanziamenti comunitari. Nel 2007 il lavoro è terminato e sono in corso lavori sul viale di accesso e arredo. L’immobile quindi sarà utilizzato come laboratorio di ricerca dell’università per studi di ecologia marina, biologia degli organismi marini e di ecologia dei vegetali della fascia costiera (sede distaccata del dipartimento di Biologia) e come centro di educazione ambientale. Ospiterà corsi di formazione, seminari e convegni. L’università svolgerà attività didattica e di ricerca con proprio personale e proprie attrezzature nei locali del seminterrato, primo piano e  secondo piano per un totale di 660 mq. I locali al piano rialzato, con 270 mq., ospiteranno il centro di educazione ambientale, gestito dal Comune con proprio personale e proprie attrezzature. I costi di gestione annui a carico del Comune come locatario, sono stimati in 54.000 euro, rimborsati dall’università per il 55%. Il Comune si accolla la manutenzione straordinaria, l’università quella degli impianti e si impegna ad istituire un punto di accoglienza e informazione per studenti nel Comune di Rosignano Marittimo. La convenzione ha validità di 5 anni, rinnovabile. Finalmente inaugurazione il 17 maggio 2008 dopo 27 anni di abbandono, con taglio del nastro da parte del sindaco A. Nenci, affiancato dal ministro Altero Matteoli e dall'ex sindaco Simoncini, che nel 2001, firmarono il protocollo d’intesa tra l’Università di Pisa ed il Comune, ed dal rettore Marco Pasquali. Costo 2.800.000 euro. (1.000.000 dal Ministero dell’Ambiente, 1.300.000 dell’Amministrazione comunale, 300.000 dall’Università e 200.000 dalla Regione Toscana).

Nei primi anni del dopoguerra, villa Celestina ed il bagno sottostante erano il regno di Vinicio Prunetti, classe 1927, sovrano indiscusso dell'ambiente. Aveva cominciato come bagnino, all'Ausonia, nel 1944 quando il fronte era passato da poco. Nel 1950 l'Azienda Autonoma di Turismo volle creare uno stabilimento balneare appartato e tranquillo dove far confluire tutte quelle personalità del mondo politico, del Vaticano o di un certo mondo sociale normalmente ospite delle grandi ville e del castello Pasquini. Vinicio fu chiamato a gestire questo angolo di Castiglioncello: la famiglia dei conti Pasquini che arrivava con Cadillac nera armata di bandierine azzurre sul parafango anteriore sinistro e autista in divisa, Arduino, sempre impettito e impassibile (l'auto un bel giorno prese fuoco e bruciò totalmente, nonostante l'intervento dei pompieri di Livorno). Poi c'erano le cugine del re coi capelli riuniti a crocchia, Adelaide Massimo di Savoia, i principi Massimo di Savoia con i ragazzini, Julie Adams affermata attrice americana moglie di un principe Massimo di Savoia, Linda Christian, moglie di Tyrone Power, ma forse diventata più famosa come suocera di...Al Bano, la moglie di Gassman e ogni tanto lo stesso Vittorio. Poi Massimo Serato e Giretti, nonché per due anni il presidente della repubblica Gronchi e il presidente del consiglio Pella che, con la figlia Wanda, soggiornava a villa Celestina, allora albergo. Giulietta Masina e molti personaggi del mondo della finanza che non amavano troppo mettersi in mostra. La guerra era finita da poco con i suoi dolori e le sue miserie e si cominciava a vivere senza pensieri con i primi soldi in tasca e con l'ottimismo nel cuore. Si ricominciavano a vedere le bellezze della vita e le bellezze sulla spiaggia, erano i tempi delle avventure spensierate e delle macchine scoperte...(Da: "Dar tempo dell'etruschi ar tempo de' caini" di Castaldi-Lami-Marianelli, scaricabile dalla sezione Scaricolibri del sito)
                               Biografia di Attilio Teruzzi nella sezione PERSONE
 

 

                                   VILLA  CELESTINA
Il Kursaal (questo era il nome del locale da ballo) in pineta, aperto nella serata del 21 maggio 1919, cessa la sua attività alla fine degli anni venti. Viene poi acquistato dal Generale della Milizia Attilio Teruzzi per farne la sua residenza privata, sul mare, in una posizione tra le più suggestive del mondo. La ristrutturazione del fabbricato è affidata al grande architetto Vittorio Cafiero di Roma, che amplia l'edificio mantenendone tuttavia i volumi esistenti. Si nota infatti che sia le altezze del piano seminterrato che quelle dell'ultimo piano risultano invariate. Notevoli invece, i miglioramenti nella disposizione dei trenta vani complessivi ricavati nel corso dei nuovi lavori, con introduzione di linee tipiche del Razionalismo Italiano e con la sparizione di qualsiasi precedente elemento di decorazione in una voluta «purezza» stilistica. La villa è chiamata «Celestina», dal nome della madre del nuovo proprietario, il parco è subito delimitato da un più alto e completo muro di cinta, l'abitazione dei custodi è nei locali inferiori. Nel 1935, però è costruita una dependance, lì accanto, nel solito e rigoroso stile, dove va ad abitare la famiglia Pizzi mentre sulla spiaggia, pure chiusa da grandi reti, vengono realizzati due moli per l'attracco delle barche e dei motoscafi. Nel 1932 Teruzzi comincia ad abitare nella villa adagiata in pineta. È alla soglia dei cinquantanni (ne ha quarantanove, per la precisione). Ha una figura sempre imponente, anche se un tantino appesantita ma vigorosa, petto in fuori, il viso squadrato e dai tratti marcati, con una grande barba, due baffi maestosi. Non è molto alto ma con il suo atteggiamento marziale incute rispetto. Tuttavia è un vero e proprio gaudente, ama circondarsi di oggetti lussuosi e vivere addirittura al di sopra dei suoi mezzi pur ingenti. Viene dai ruoli effettivi dell'Esercito. Milanese, aderisce nelle primissime ore al movimento fascista e abbandona la carriera militare per entrare nelle squadre d'azione e partecipare alla Marcia su Roma. Diventa gerarca di prima grandezza con i suoi incarichi e le sue attività nella Milizia (dove raggiunge la vetta di Luogotenente Generale) e di Governatore della Cirenaica. Partecipa poi, alla guerra d'Abissinia al comando della divisione di Camicie Nere «Primo Febbraio» che poi lascia alla guida di Vittorio Vernè. Viene nominato, dopo la conclusione della conquista etiopica, Ministro per l'Africa Italiana anche per l'interessamento di Costanzo Ciano, suo sincero amico, ed è il suo più prestigioso traguardo. Arreda Villa Celestina con vero e proprio sfarzo. Mariso Quaglierini ed io più e più volte chiediamo a Benito Pizzi di poterla visitare. Tutti e tre siamo alunni delle elementari e nella stessa classe, si capisce, anche perché nati a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro. In un pomeriggio d'inverno Benito ci accontenta. «Facciamo presto, facciamo presto, guai se ci trovano» ci dice anche se in quel mese e in quel giorno la villa è deserta. Comincia così la nostra rapidissima scorribanda fra sale e saloni, camere e stanze per la lettura, la biblioteca, i biliardi ed altre arredate con una serie di tavoli eleganti, ricoperti di panno verde e decorati da portaceneri preziosi, per il bridge ed il poker. Ma, stranamente, c'è una cosa che mi colpisce e che non ho mai dimenticato. Si tratta delle «toilette», rilucenti di fughe di specchi, di mensole con i profumi francesi di maggior pregio racchiusi in ampolle di diverso conio, ma tutte di raffinato splendore, per me che non le avevo mai viste neppure in vetrina, di scaffali magnifici a parete intera sopra il fulgore lucente degli specchi che Benito man mano illumina, accendendo l'interruttore. Rammento i rubinetti e me li ricordo d'oro. Forse erano d'oro davvero o forse abilmente dorati, non l'ho mai saputo. Rammento i panchetti, filettati con fregi rilucenti. Sono immagini di una visita fugace, che sono rimaste dentro di me, come una sequenza cinematografica di sontuoso andamento. Fino dall'inaugurazione della villa, pur fatta di sera ed anche senza troppi clamori, in sede locale, sono assunti alcuni abilissimi cuochi, una schiera di camerierine di alta professionalità, di quelle così descritte «con il nasino all'insù», addirittura capaci di incutervi una certa soggezione. Servono pranzi di gala, preparati con raffinata inventiva da una governante svizzera, dal sicuro talento. Sono convivi di gran classe, con pietanze francesi che hanno per tema dominante un «colore»: qualcosa di incredibile per un gerarca che pur si circonda di gran lusso. In effetti l'allora Capo di Stato Maggiore della Milizia, dopo qualche tempo, si stanca delle trovate singolari della governante svizzera e dei suoi piatti elaborati e la sistema altrove. Preferisce ritornare alle spaghettate, ai tortellini ed ai ravioli. Ma a Villa Celestina e in tutto il personale, resta l'impronta della elegante compostezza e della personalità della ex direttrice venuta d'Oltralpe. Rimbalzano gli echi di strepitose partite di poker e di «telesina» che nell'apposita sala della villa biancoceleste si prolungano fino all'alba. Più che echi sono bisbigli che dilagano prima in piazza poi in tutta Castiglioncello, in un concerto sempre più sussurrante e per niente segreto. Hanno, spesso, riscontri probanti. È il caso di quando Donna Antonietta Molinari, che è una delle più ferventi sostenitrici delle opere assistenziali di Don Carlo Gradi, vende di colpo, a sorpresa, due tenute, l'una a Rosignano Marittimo e l'altra a Gabbro. In questo caso la dama romana non potrà più rimproverare alle donne di servizio di aver comprato dalle «gabbrigiane» i prodotti dei suoi poderi. È stato un gesto forzato. C'è infatti, da onorare una cambiale di vertiginoso importo rilasciata dal figlio, giocatore accanito e quasi sempre sfortunato, alla medaglia d'oro Ulisse Igliori, «vincente» per antonomasia. Al tavolo, in quella notte lunga e sfrenata, oltre allo stesso Teruzzi anche un industriale milanese ed una matrona varesina, descritta con eterne gocce di sudore sul labbro superiore e con occhi grifagni. Giochi di carte ed anche di biliardo in una ridda di abiti «firmati» dai più noti stilisti di Parigi, Torino e Firenze, indossati con grazia e talvolta con una certa audacia per le più profonde scollature, da incantevoli dame. Poi fumo, tanto fumo di tabacco pregiato. Benito Pizzi confida a Mariso ed a me che le marche italiane, stando ai pacchetti vuoti, si limitano alle «Principe di Piemonte» ed alle «Eva». Preferite invece le sigarette estere, in particolare le «Xanthya» di forma ovale e con il bocchino d'oro venute dall'Egitto, le «Balto», le inglesi «Navy Cut» e «Dunhill», le turche, le «Muratti» svizzere e le americane dall'aroma intenso come le «Camel» che diventeranno celebri dopo il passaggio del fronte. Nuvole di fumo, effluvi aromatici di tabacchi di gran lusso, pacchetti vuoti, ma di insolita e raffinata fattura praticamente mai visti e conservati come reliquie. Sui campi di bocce ricavati nel parco si notano spesso Costanzo e Galeazzo Ciano attorniati da altri importanti gerarchi milanesi e toscani, Edda prende il sole sulla terrazza, Marzio Ciano, il primogenito, talvolta dorme nella carrozzina sotto i pini e appena più grandicello, ci confiderà tranquillo che suo nonno Benito «ha un gran testone». Fotogrammi colti d'improvviso nell'arco di quasi un decennio. Le feste a Villa Celestina, poi. Non si sa come tutta Castiglioncello ne indovina le date. Questo si deve agli approvvigionamenti straordinari nei negozi locali ed alle indiscrezioni di Ali, il fedele intendente nero del Ministro dell'Africa Italiana. Così, subito dopo il tramonto, la popolazione si raccoglie in attesa fra il cancello del Miramare, la casa del Fascio e l'ingresso del viale che conduce alla villa, presidiato appunto da Ali in uniforme bianca, di gala, e dai suoi ascari. È Ali, piuttosto alto, abbastanza aitante pur nel fisico asciutto, vestito normalmente con camicia e pantaloni corti di color «coloniale» e con in testa un fez rosso con la nappa nera, tutto sommato assai simpatico. La gente fa ala, in due file che si ingrossano sempre più, ed osserva. Uomini, donne e bimbi sono cordialmente frammisti quasi come in parata. C'è, infatti, un silenzio non assoluto, ma composto, rispettoso, nell'attesa. Cominciano a passare le prime, lucide, possenti auto di un lungo, fantasmagorico corteo. Scivolano - e sembrano non far rumore - sulla ghiaia della strada in pineta le pur potenti «Alfa Romeo», le «Lancia Dilamba», le «Bianchi» ma anche la prestigiosa «Bugatti» bianca di Luchino Visconti e quella di Pier Francesco Nistri, le monumentali «Hispano Souza», e perfino qualche meravigliosa «Rolls Royce». Occhi spalancati, sgranati, di fronte a tante lucenti meraviglie. Esclamazioni ammirate, di vario contenuto, mentre dalle macchine scoperte si intravedono i cappelli e i mantelli di sogno delle dame. Figurarsi i vestiti. Si dice che sia abituale la presenza di una dama greca di fantastica e quasi incredibile bellezza. Si fanno notare alcune brune esponenti dell'aristocrazia spagnola e le più note dive dello schermo nazionale. Ma il personaggio femminile che più colpisce è quello di una nobile tedesca, Grafit Von Foemina, ambigua, misteriosa, affascinante. La voce popolare le affida subito l'intrigante ed enigmatico ruolo di spia nazista. Gli immensi lampadari dei saloni riverberano sulle terrazze, del pari decorate di festoni luminosi, cascate di luce. Fanno da contrappunto a quelle, più fioche dei lampioni disseminati nel parco, in specie ai lati del viale dove sostano, l'una accanto all'altra, le macchine più belle e famose. Cocktails, in terrazza, bibite decorate da frutta e da fiori, champagne. Poi le note dell'orchestra che interpretano i motivi di maggior successo del mondo intero. La popolazione non lascia la pineta, resta ad orecchie tese, quasi in raccoglimento. Solo al vicino Tennis Club gli irriducibili continuano gli interminabili «bridge».
(da: "La ciminiera dimezzata" di Celati - Gattini)
                              Le feste a Villa Celestina
La forte perdita al gioco di mio padre avvenne durante una delle tante feste date da Attilio Teruzzi nella sua villa di Castiglioncello, una grande casa bianca e azzurra stile “900”. Il gerarca aveva la nomea di essere un gaudente, un av
venturoso che spendeva più di quanto guadagnava. Teruzzi cercava non tanto le affermazioni personali quanto i mezzi, la posizione sociale che gli consentisse di vivere come piaceva a lui, lussuosamente. Quella sera la mamma ed io stavamo uscendo dal cinema, eravamo andate a vedere un cartoon all'”Arena Littorio”,(oggi caserma Carabinieri ndr) e a mia madre venne in mente di passare a prendere papà da Teruzzi...Due ascari, in divisa kaki e fez in testa, aprono i cancelli ad una limousine blu scuro. Ne scende una bellissima donna in abito da sera, alta, snella, un disegno ad inchiostro di china. E’ Hertha von Foemina, così si faceva chiamare, una mantenuta del Reich in odor di spionaggio. Era bella anche per quello, una creatura fredda, attenta a tutto, mente e corpo, dotata di un’inquietante alterezza. Una scia di profumo!...Teruzzi, salutata brevemente la mamma, va incontro alla bella tedesca. Attilio aveva l’occhio lucido per qualche libagione in più; un uomo sicuro di sé, eretto sulla schiena, col torace bene in fuori - secondo la cultura fascista - senz’altro attraente. «Grafin von Foemina!» Si baciano. Lei bacia l’aria con disinvoltura, il gerarca la guancia di lei, con un sonoro schiocco. Un comportamento un po’ volgare, ma che viene tollerato come omaggio al sesso femminile, allora molto quotato. Un gruppo di dame in agguato alza il capo dal tavolino da gioco: «Ma che contessa! quella è una tale...» esclama viperina la Memmy Strozzi, una brachicefala di lusso alla Pitigrilli, che è marchesa per davvero. La Memmy era figlia di Vittorio Corcos, quel famoso pittore alla moda che doveva farmi il ritratto. Giovanissima era andata sposa ad un rampollo degli Strozzi, che - si diceva - non aveva tutte le rotelle a posto, dal quale aveva ereditato nobiltà, ricchezza ed un esaurimento nervoso. Spesso, la mattina, usciva dalla sua villa (poi villa Sordi ndr) in vestaglia, un voile lilla, che ancora ricordo, per in trattenersi per la strada con chiunque volesse ascoltarla...Sui pranzi che dava Teruzzi non c’era niente da ridire. I cibi erano preparati da abili maestri cucinieri. Un’esperta governante svizzera, con un’inventiva tutta sua personale, progettava dinners bleu per i poeti, verts per i pittori, mauves per i letterati; ma Teruzzi, si stufò presto di tutte quelle cretinerie - così le chiamava lui - e la licenziò, tornando alle sane spaghettate ed ai tortellini in brodo. La governante, però, prima di andar via, aveva lasciato tracce tangibili della sua bravura: un personale di servizio scelto, di una razza ormai estintasi per sempre, eccessivo per una persona come il Teruzzi...Ad un certo punto della serata io, come fanno spesso i bambini, chiesi di andare a fare la pipì. Non di dimenticherò mai gli splendori di quella toilette, pari, forse, a quella della residenza romana di Roland Brancaccio. Quel budoir con scaffali a parete intera su specchi illuminatissimi pieni di profumi: Penhaligon, Fioris, Guérlain, con le sue ampolle di Baccarat, Yardley, Piver, ecc.ecc... Il servizio al bagno era poi degno dei più raffinati bordelli di Parigi. La cameriera addetta al lavabo era stata, anche lei, scelta con gusto parigino...Un omaccione romano, che faceva l’autista da Teruzzi, diceva di averla vista, da giovane, in una maison close di Matilde Ceroni, nota proprietaria di molti postriboli della capitale. Al buffet, sistemato sulla terrazza, sapienti camerieri in giacca bianca creavano silenziosamente favolosi cocktails per far delirare. «Un Senatore!» e il barman versava in una mezza coppa di champagne piccole dosi di cointreau, di curacau e di apricot brandy. Nella grande pineta del giardino di Teruzzi, fuori quadro, fanno la guardia gli ascari, altissimi, capeggiati dal fedele Alì. Una coreografia, forse un’abitudine militare del gerarca perché, allora, nessuno aveva bisogno delle guardie del corpo, anche se sotto le parole “scorta d’onore”, c’era sempre lo zampino della polizia di stato. Grafin von Foemina, beve champagne a piccoli sorsi, come una vera signora. La Memmy Strozzi, la osserva da lontano, non benevolmente, con i suoi occhi dilestrini, leggermente strabici. La differenza tra le due donne era notevole: la tedesca, malgrado ce la mettesse tutta e fosse anche brava, non riusciva a convincere. La marchesa Strozzi, invece, era proprio come si pensava dovesse essere una vera aristocratica: alta, slanciata, con capelli biondi a cespuglio, tagliati con la sagoma trapezoidale di un copricapo faraonico; una donna à la page. Aveva atteggiamenti di sufficienza, di alterigia, con improvvisi tratti di inaspettata confidenza. Un’agrafe di diamanti, appuntata su una sciarpa grigia, di satin, per coprire le pieghe del collo un po’ sciupato, brillava di regalità, di potere. Un uomo dai capelli brizzolati, distinto, ben vestito, un classico e patetico escort, che giocava al tavolo con la Memmy, per compiacerla le sussurra: «Quella è una cocotte! L’ho vista a Parigi esibirsi alla “Coupole”!» «Da Attilio si può incontrare di tutto...» ribatte, freddissima, la Memmy. «Non è vero! E, comunque, lui non può essere responsabile della moralità delle persone che invita. Ci sono troppe false dicerie sul suo conto! Attilio, da quando ha avuto la bambina, che adora, ha messo la testa a posto», replica la signora Monti, proprietaria dell’Hotel Miramare, il più elegante di Castiglioncello, situato vicino la villa di Teruzzi. «Ha uno stomaco!» seguita la Memmy, ignorando completamente la Monti, «uno stomaco che può digerire roba in continuazione; che volgarità! Ha fatto bene Corè a non venire. Sapete? Corè è da me. E’ arrivata ieri con quella sua grande scimmia». Poi, contrariata, soggiunge: «Però, che idea portarmi quella bestiaccia in casa! ma dice che non se ne può separare, che la scimmia è tanto buona, che è innamorata di lei». Corè era la marchesa Casati Stampa di Soncino, quell’intelligente, stravagante signora che Gabriele d’Annunzio, ispirandosi alla leggenda di Persefone, aveva soprannominato Corè, da Kòre, il nome greco della dèa. Nella mia mente c’è un ricordo fotografico di tutte queste persone. Teruzzi in bianco, di non distinta presenza, un po’ tracotante, uomini in dinner jacket, in smoking blu notte, o solo vestiti di blu, di lino, di shantung; i camerieri con giacche dagli alamari dorati e guanti di filo bianco, gli ascari in divisa kaki e fez rosso, completavano il quadro maschile. Le donne erano tutte soignées. Con soignées si intendeva dire che le toilettes ed i gioielli erano costati ai propri amanti o mariti delle vere fortune. Erano dette soignées anche le settantenni, se portavano grossi brillanti sulle dita nodose, tanto splendidi da far dimenticare gli orrori della loro decomposizione fisica, vanamente ricomposta da un abile trucco parigino...Come leggere folate d’aria, arrivano i commenti nervosi di qualche giocatore che perde. Gli uomini sanno di tabacco inglese, di colonie di lusso. La pelle accaldata ormai ha preso l’odore della seta, l’odore fruttato del tussor, l’odore dell’oro! Cesare Zanotti, un ragazzo troppo voyant, con un vestito di shantung azzurro cina e cravatta di seta rossa, accende una sigaretta a Baby Ragghianti, una giovane molto carina, già divorziata da un comandante di marina. E’ elegantissima, vestita con un imprimé di seta molto colorato, corto, con al collo una collana di zaffiri. Cesare le parla sottovoce contro la bocca, mentre un giovanotto biondo, che porta negligentemente un abito di lino tutto spiegazzato, li guarda come per caso, fingendo un disinteresse che assolutamente non prova. E’ Duilio Coletti, figlio di una ricca americana, proprietaria di una villa con un vastissimo parco, situata sulla punta del promontorio castiglioncellese (Villa Godilonda ndr). Una costruzione dalle linee essenziali, che nulla concede all’estetica architettonica convenzionale. Un casermone, dicono i paesani, invece l’ha progettata un celebre architetto; per questo sarà venduta ad un prezzo altissimo ad una famiglia di gioiellieri arricchita da poco: i Bulgari. Duilio sfoga la sua gelosia fumando. Riuscirà a realizzare i suoi sogni, far sua Baby, vivere insieme a lei a Roma, e fare il regista cinematografico. Qualche volta capita anche di ottenere quello che si vuole. Le cameriere vengono a cambiare i posacenere ai tavoli da gioco, con un rituale che sembra un segnale per tutta la servitù. Mia madre, esaurita la conversazione con Luigi Cimara, un noto attore di teatro, ora si annoia, ed è seccata perché papà non accenna a smettere di giocare...Un giovane conte è uscito dalla piscina di acqua di mare, il primo impianto ad idrovore in Italia, grazie al quale si può godere delle proprietà dell’acqua salata stando comodamente a casa propria. Oscar Pasquini ha fatto un bagno per noia, noia notturna, la peggiore. Avvolto in un grande accappatoio nero, sta seduto davanti al bar in attesa che gli accada qualcosa, anche un accidente. Rivela quella cattiva intenzione lo sguardo fisso, attraverso la sua eterna “caramella”, il monocolo che porta anche quando nuota. Beve cognac e fuma molte sigarette. «Perdinci! così si prenderà un raffreddore!» smania la contessa madre, mentre il marito, il conte Pasquini - una contea recente, un favore di Vittorio Emanuele III - precisano i bene informati, guarda pigramente, ma con una certa apprensione, la moglie del figlio, che flirta spudoratamente con Johnny Salghetti, un bellimbusto dall’occhio cinerino e imbambolato. I Pasquini aspettano l’erede che non viene e non vorrebbero che provenisse da estranei; un legittimo desiderio. “Che abbiamo comprato a fare il castello?” pensano i genitori, scontenti di come vanno le cose. Da poco tempo i Pasquini avevano acquistato un grande maniero ottocentesco troneggiante su Castiglioncello, con un vastissimo parco al di là della strada ferrata. Il castello era appartenuto alla famiglia Birindelli, persone amabilissime. Mi dispiacque moltissimo quando seppi che il loro ultimo rampollo - gli altri erano tutti morti tubercolosi - l’aveva dovuto vendere. Incontravo spesso l’ultimo dei Birindelli, Aldo, un giovanotto un po’ obeso per le cure che facevano a quei tempi per prevenire la tubercolosi, cure basate soprattutto sulla nutrizione abbondante. Lo incontravo al mare, al “Quercetano”, in compagnia di Franca Cangini, una bravissima nuotatrice. Franca era una copia fedele di Brigitte Helm, l’attrice di “Metropolis” e di “Atlantide”, una bellissima ragazza che aveva anche il dono di sapersi vestire con estrema eleganza. Ammiravo enormemente le sue toilettes e, quando c’erano le feste da ballo, pregavo i miei di accompagnarmi a vedere il suo ingresso. Naturalmente loro non si muovevano, ma concedevano che qualche donna di servizio mi seguisse. Alle feste di Teruzzi non si parlava certo di cose arcane, ma non mancavano gli intellettuali, di cui Castiglioncello era diventato un luogo di convegno. Venivano artisti di ogni genere, pittori, letterati, musicisti. Tra il gruppo dei letterati, capeggiati da Luigi Pirandello, Massimo Bontempelli e Silvio d’Amico, anche un francese il cui nom de plume non era ancora Guy La Rochelle, un giovane filosofo visibilmente ammalato d’orgoglio, un tipo alla Celine che parlava poco per mantenere le distanze, per non rivelarsi, con una voce che sembrava doppiata da lui stesso. Un esagerato! Pirandello faceva vita appartata, non andava ai ricevimenti, tantomeno da Teruzzi, un fascista, visto che ostentava un antifascismo da intellettuale. Allora c’erano tre modi di vivere la propria anarchia, per intelligenza, per aristocratico dandismo, e per i sensi di giustizia popolare da parte di coloro che intendevano aiutare a risolvere i problemi della povera gente cambiando regime. Il popolo, come sempre, assisteva e subiva, in attesa di venire inquadrato dai più forti. Quella di Pirandello, come di tanti altri intellettuali, era un’opposizione snobistica, di maniera. L’artista era stato innalzato dai fascisti per il suo valore e non se la sentiva di reclamare, ma voleva che la sua disapprovazione al regime fosse di dominio pubblico. Più di scuotere la testa e di parlar male del fascismo in privato, tra gente sicura, quasi sempre per beghe di teatro, l’accademico, però, non faceva. L’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascista)  riferiva le sue impertinenze ed il regime perdonava, così come si perdonano le stramberie alle grandi dive. Solo i politici facevano sul serio; quegli uomini che, con l’avvento del fascismo, avevano perso la loro scranna a Montecitorio. Quelli sì che erano pericolosi! Ma Mussolini, che era un uomo di seconda categoria, di terza, rispetto ai veri condottieri, tempista solo per fato, a cavallo di un destino più forte di lui, accecato dalla presunzione e dalla facilità con la quale la nazione lo aveva portato al potere, trattò i suoi nemici con inspiegabile generosità - un gentleman’s agreement, come si conviene tra galantuomini - dimenticando di essere lui stesso un picaro tra picari. Quella sera da Teruzzi era presente anche il commediografo Sem Benelli, in compagnia di Memo Benassi, imprevedibilmente giovane. Chi può mai immaginare l’attore giovane, aveva sempre l’aria di un vecchio! Benelli, distaccato, con la mente alla sua ultima commedia, parlava con Massimo Bontempelli di un articolo smaccatamente antifascista, apparso su “Paris soire”. Come Pirandello, in fondo, tutti gli intellettuali italiani, quelli già arrivati alla notorietà, partecipavano con riluttanza alle feste fasciste; ognuno di loro voleva diversificarsi dalla numerosa schiera degli artisti che seguivano ufficialmente il regime, per lo più solo degli arrivisti, personalità mediocri e poco lungimiranti. Achille Campanile definiva i ricevimenti fascisti delle volgari buffonate e quando incontrava a queste feste altri artisti, ci teneva a sottolineare: - Mia moglie è voluta venire per forza; sai come sono le donne!- Ma va’! che sei venuto da Teruzzi perché credevi di incontrarci Vittorio Mussolini, per quella tua famosa idea cinematografica! Insomma, tutti erano antifascisti, ma tutti accettavano i riconoscimenti che il fascio sapeva dare a chi li meritava. Solo l’attore Sergio Tofano era un’antifascista che si faceva i fatti suoi; non si dava arie a vanvera; non faceva conoscere il suo pensiero, e questo non per vigliaccheria, ma per un’intelligente disamina della situazione politica, che non prevedeva rapide conclusioni. Era uno di quegli uomini che, finita la lotta giornaliera per la sopravvivenza materiale e intellettuale, amava rifugiarsi in famiglia. Un uomo stoico, ironico, triste. I cancelli si aprono per un ultimo arrivo. I paesani curiosi sono ancora in sosta a guardare la festa, appesi alle inferiate dei recinti come prigionieri. Le luci di difesa, proiettate in fuori, colgono nei loro volti, spettralmente illuminati, febbrili espressioni di stupore. Molti sono i morti da spettacolo gratuito! Quanti salgono lesti come scimmie sui muriccioli, sugli alberi, sui tetti, per guardare gratuitamente uno spettacolo o l’arrivo di qualche diva del cinema. Oliva, la moglie di un nostro giardiniere, cadde dal muretto della “Arena Littorio” per vedere gratuitamente i burattini! «Una donna di quell’età arrampicarsi lassù come una ragazzina!» commentava la gente che non era morta mai di spettacolo gratuito. Mariuccia Dominiani, una bionda in viola, una soubrette che furoreggiava a Roma al “Teatro Valle”, con grandi labbra molli dipinte, va incontro a due nuovi arrivati, Pierfrancesco Nistri e Luchino Visconti; due “belli d’epoca” venuti dal Forte dei Marmi, una spiaggia in voga, ma meno selezionata di Castiglioncello. «Alt! Alt! Indietro!» Ordina l’ascaro Alì alla folla di curiosi che, vista la bellissima Bugatti bianca di Luchino, si era fatta ardita a penetrava all’interno, per ammirare la macchina. Un gioiello di meccanica e di linea di cui Bugatti ne costruirà solo 7000 esemplari in tutto il mondo. Teruzzi accorre al trotto, la visita lo onora. La nobiltà era quasi tutta restia al fascismo - non per convinzione politica, per superiorità, per intelligenza - si trattava semplicemente di una questione di gusto. L’italietta di Mussolini, malgrado io le abbia voluto molto bene, bisogna riconoscerlo, era davvero poco chic! «Un branco di cafoni con quelle orrende divise!» dicevano. Più che ad altri, Mussolini, fisicamente solido, aitante, rude, piaceva al popolo, quello che l’avrebbe poi ucciso e ne avrebbe profanato il cadavere! Mio padre, per niente mondano, solo giocatore, non degna nemmeno di uno sguardo tutto quell’andirivieni di gente, e seguita a perdere con monotonia. La serata sta per finire, si è fatto molto tardi. La servitù sbadiglia negli angoli, non più tanto discretamente, perché sa di doversi preparare ad un’ultima fatica: assistere ai preparativi per il riposo dei signori, seguirli fin nella loro camera da letto, aiutarli a spogliarsi e prendere ordini fino all’ultimo momento. Le solite cameriere, puntuali come gli uccellini degli orologi a cucù, tornano a sostituire i posacenere ai tavoli da gioco, questa volta però con un occhio rivolto alla porta di casa. Intanto, papà aveva cominciato a perdere a rotta di collo. Un pericolosissimo poker in quattro. Una pingue signora del varesotto, con il sudore sopra il labbro superiore ed il senso del denaro negli occhi freddi, orlati di rimmel, Max, un avventuriero, il generale Ulisse Jori, un uomo ricchissimo ed abile che, per un incidente alla mano, si era fatto costruire, nientemeno che da un maestro liutaio, un apparecchio in legno per reggere le carte, e mio padre, un giovane leggermente psicopatico, con carenze affettive, ovvero la vittima designata. La pista da ballo, discretamente illuminata da luci schermate con palloncini cinesi di tutti i colori, ora è deserta, e gli orchestrali stanno lentamente riponendo i loro strumenti. «Al tavolo da gioco qualcuno è cotto! » commenta un cameriere che conosce mio padre per averci giocato a “scopetta” dal Deri, il bar della piazza. La partita a poker è finita; si fanno i conti. Grandi biglietti da mille sfarfallano, odorosi di cassaforte. Papà consegna un “pagherò”, veramente si tratta di un “pagherà mia madre”, ma è accettato. (Sintesi da "Bella marea" di Viviana Molinari-Serarcangeli Editore scaricabile dal sito)

Foto 16-17 L’intuizione e l’idea di uno spettacolo per bambini che promuovesse musica a loro dedicata, fu di Gino Tortorella nel 1959. Il progetto fu sviluppato in occasione del “Salone del Bambino”, in quell’anno tenutosi a Milano. La canzone “Lettera a Pinocchio”, ha conosciuto una straordinaria fortuna ed è memorabilmente interpretata da Johnny Dorelli. Tortorella, che già interpretava il ruolo del Mago Zurlì nel programma “Zurlì, il mago del giovedì”, strutturò la prima edizione come successione di momenti rievocativi (cori qualche libera interpretazione) della favola di Pinocchio, sino al momento in cui in scena si faceva rivivere la nascita dell’albero degli zecchini d’oro, da cui il nome. La rassegna doveva favorire la creazione di canzoni per bambini, cioè stimolare l’impegno dei compositori a realizzare opere destinate al mondo dell’infanzia. I ben notevoli risvolti economici della manifestazione sono ovviamente stornati verso finalità di solidarietà. (Da "Alando" n°1  giugno 2008 -  Per gentile concessione di Giacomo Cantini Ediz.. Comiedit scaricabile dal sito)

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