Vada/il faro dal 1959
Anni '50 Vista da sud-ovest dopo il montaggio del pannello fotovoltaico e la ripitturazione. Faro anni 70 Faro anni 70 Il fanale oggi Il fanale oggi Ogni domenica d'estate lo specchio d'acqua intorno al Faro di Vada ha questo aspetto. 
Per tutti: bagno, pasto in barca o sugli scogli, tanto sole e pennichella. Ogni domenica d'estate lo specchio d'acqua intorno al Faro di Vada ha questo aspetto. 
Per tutti: bagno, pasto in barca o sugli scogli, tanto sole e pennichella.
 
Il fanale oggi

                          Caratteristiche dichiarate dalla Marina Militare:
FARO: sorgente di luce situata lungo la costa in posizione elevata in modo da permetterne un avvistamento notturno da notevole distanza; ogni faro emette un particolare tipo di luce, bianca o rossa se indica un pericolo, con periodi diversi; queste caratteristiche vengono riportate sulla carta nautica, oltre che sull'Elenco dei Fari e dei Segnali da nebbia, per facilitare il riconoscimento del punto cospicuo da parte dei navigatori. Il Faro di Vada è costituito da una torre cilindrica nera con fascia centrale rossa. Numerosi gli scogli affioranti, sotto costa; noti quelli chiamati "I Catini", a Nord di Punta Catena. Prima di Vada, venendo da N, vi è il grande pontile industriale Solvada con un fanale in testata n. 1979.2 ed un secondo sul gomito esterno n.1979.
TIPO SEGNALAMENTO:Faro Ottica Fissa
LOCALITA':SECCHE DI VADA
N. ELENCO FARI:
1975
TIPO ALIMENTAZIONE:Fotovoltaico
POSIZIONE: Long.10°21,823 E - Lat.43°19,328 N
DESCRIZIONE: Davanti all'abitato di Vada, si incontra un pontile di 240 m circa (Vittorio Veneto) in muratura dove ormeggiano, di fianco, piccole navi da trasporto; subito a nord dello stesso esiste una scogliera curvilinea. Dalla radice di questa ultima si diparte con direzione WNW - NW un lungo pontile (Solvada) di 1.900 m circa . E' un approdo privato adibito esclusivamente al traffico commerciale: è quindi vietato l'ormeggio, la sosta ed il transito alle imbarcazioni da diporto.
Pericoli: le secche di Vada (2,50 m), orlano il tratto di costa compresa tra le foci dei Fiumi Fine e Cecina e sono segnalate dal faro a lampi bianchi n°1975.
Orario di accesso: continuo.
Fari e fanali: 1975 (E 1384) - faro a lampi bianchi, grp.2, periodo 10 sec., portata 12 M segnalante le Secche di Vada; 1979 (E 1388.2) - faro a lampi bianchi, periodo 5 sec., portata 5 M sul gomito del pontile; 1979.2 (E 1388) - fanale isofase verde, periodo 2 sec., portata 4 M sulla testata del pontile; 1980 (E 1388.4) - fanale a luce fissa verde e rossa, 2 vert., portata 3 M, sul pontile V. Veneto; 1981 (E 1388.3) - fanale scintillante rosso, periodo 1 sec., portata 1 M sulla scogliera curvilinea; 1982 (E 1388.5) - fanale scintillante rosso, periodo 1 sec., portata 1 M sul moletto interno.
Fondo marino: sabbioso.
Fondali: da 1 a 4 m (pontile Veneto) e fino a 12 m (pontile Solvada)
Divieti: è vietato l'ormeggio alle imbarcazioni da diporto in corrispondenza del pontile V. Veneto e del pontile Solvada; è vietato l'accesso fatta eccezione per le emergenze; in tal caso contattare via radio VHF canale 16 e via telefono l'Ufficio Locamare Vada. Divieto di pesca.
Venti: prevalenti libecciate nel corso dell'anno.
Rade sicure più vicine: porticciolo di Cecina a Sud e Cala de'Medici a Nord.
               Cronache dalle secche di Vada, passate alla storia
- 1114 6 agosto. Una forte tempesta obbliga la flotta pisana e le galee di Francia e Spagna, dirette verso le Baleari, infestate dai Mori a sostare por alcuni giorni a Vada.
- 1383 Si ripetono casi di peste proveniente dalle navi in porto e dai materiali sbarcati.
- 1244 Una burrasca getta sul lido di Vada alcune galee di Federico II imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, figlio di Costanza d'Altavilla, ultima discendente normanna al trono di Sicilia, e di Enrico VI, quindi nipote per parte paterna, dell'Imperatore Federico Barbarossa, insieme a galee pisane. Sempre a Vada, le navi vengono riparate, quindi secondo il Tronci esistevano dei cantieri.
- 1268 Il giovane Corradino di Svevia salpa dal porto nel vano tentativo di riconquistare il Regno di Napoli
- 1271 Si ha notizia che vicino al porto di Vada c'era anche un ospedale  ad uso dei marinai che vi approdavano.
- 1405 Una galea pisana, carica di vettovaglie, si rifugia nel porto di Vada per sfuggire a quattro navi genovesi protetta dal tiro delle bombarde; nella notte viene però raggiunta da un soldato a nuoto e incendiata.
-1571 1 ottobre. Don Giovanni d' Austria, vincitore della battaglia di Lepanto, approda nel porto di Vada atteso da Francesco I de'Medici e dalla moglie Granduchessa Giovanna d'Austria sulla nave S. Stefano. Don Giovanni sale sulla S.Stefano e poi si sarebbero diretti a Rosignano, ma un cambiamento del tempo obbliga la flotta a riprendere il mare verso la Spagna dove era diretta.
-1810 Un distaccamento di truppe di prima linea proveniente da Livorno viene a Vada per proteggere un convoglio di navi rifugiate nel porto.
-1878 27 aprile. Si incaglia sulle secche per una libecciata la nave  americana Australia, diretta nelle Indie carica di vettovaglie. Tutto il carico viene a terra e raccolto con barrocci. Liquori, Cognac, vini finirono nelle cantine del paese. Il palombaro Pisani durante il recupero del piroscafo vide sul fondo a circa 10 m. pavimenti di mosaico e di marmo.
-1883 10 novembre. Un brigantino, il “Paola” iscritto al Compartimento Navale di Genova col numero 911 di matricola, da 114.60 di stazza, al comando del Capitano e proprietario Andrea Mortola di Camogli, procedeva col suo carico di carbone vegetale (690 some) da Tortoli in Sardegna verso Genova. Alle ore sette pomeridiane un forte libeccio rese difficile il proseguire nella rotta. Erano a circa un miglio e mezzo a ponente del fanale di Vada. L’imbarcazione cominciò ad essere ingovernabile, furono abbassate le vele, le ancore di “posta” ed infine, quelle di “speranza”. Ormai in balia del fortunale, che alle ore 10 circa si trasformò in uragano di vento e che strappò una dopo l’altra le catene delle ancore, il bastimento sbattè contro una secca dei ” Catini” e sbandò a sinistra. Per un ora e mezza resistettero a bordo i marinai, poi, vista l’impossibilità di resistere, si trasferirono nella “barcaccia” di salvataggio restando per due ore a ridosso del bastimento che intanto stava affondando. Quando la protezione dello scafo dal vento divenne nulla per lo smembrarsi del brigantino, decisero di puntare verso riva. L’acqua che sferzava entrando a bordo, il vento impetuoso, le loro condizioni psico-fisiche, il buio della notte, determinarono, uno dopo l’altro, la scomparsa di tre marinai. L’ultimo, il quarto, fu il giovane figlio del Capitano Mortola che, dal freddo e dai traumi, spirò nelle braccia del padre al quale, un altro terribile colpo di mare, portò via il corpo del ragazzo. Tanta tragedia ebbe il suo epilogo con i quattro uomini rimasti vivi, che presero terra sul far del giorno. Al Delegato del porto di Vada vengono affidate le prime cure e le carte di bordo. Tutti verranno portati alla Capitaneria di porto di Livorno.
-1891 20 agosto. Nelle acque tra Vada e Castiglioncello è completamente scomparsa una grossa nave-goletta di nazionalità sconosciuta. Si è recata sul posto una lancia a vapore con l'ufficiale del porto tenente Pannocchia, ma a causa del forte vento di libeccio e del grossissimo mare ogni indagine è rimasta impossibile. Le persone presenti in vari punti della costa narrano che il bastimento colò a picco alle 12,50 ad una distanza di circa 4 miglia a ovest di Castiglioncello ed a circa 2 a nordest del faro delle secche di Vada. Tutto fa credere che se l'equipaggio non è stato salvato in tempo da un altro bastimento debba essere tutto miseramente perito. Telefonano da vada che sulla spiaggia sono stati rinvenuti alcuni pezzi di legno ed un pennone.
(La Stampa di Torino)
-1913 25 febbraio. Parte da Livorno di primo mattino diretto sulla nostra costa a caricare sabbia il veliero da carico "Calabria", ma viene sospinto dal vento e dalla forza delle onde sulle «secche» di Vada. Qui si spezza l'albero ed il veliero prima si capovolge eppoi affonda. I tre occupanti, il capo-barca Ferruccio Gigli ed i marinai Fernando Banti e Alberto Bartoli riescono tuttavia a raggiungere a nuoto il fanale, aiutati e soccorsi dalla famiglia Vittori, che si occupa del funzionamento del faro.
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1913 3 maggio. Altro naufragio sulle secche. Vi è coinvolta una paranza, rimasta priva delle vele. Si trovano a bordo Francesco Savarese, Bruno Faccini, Renato Borella ed un bimbo di undici anni. Da Caletta, però, si assiste all'evento. Partono in quattro e precisamente Ernesto Simoncini, Gino Scatena, Duilio Franceschi e Renato Borella, a bordo di un «gozzo». Dopo sforzi sovrumani i soccorritori riescono nel loro intento. Raggiungono infatti la paranza alla deriva, che sta ormai per inabissarsi, e portano in salvo l'intero equipaggio.
-1928 8 aprile. Il sibilo prolungato della sirena di bordo avvertiva la Capitaneria di Porto di Vada che il piroscafo italiano Luciano di 800 ton. carico di sughero, al comando del capitano Ventura Moamed era incagliato sulle secche. Partito da Terranova Pausania era diretto a Livorno. Nei pressi di capo Figari, causa forte vento e mare agitato, il capitano decide di far rotta su Montecristo avvistata la mattina successiva. Passato Piombino, rotta su Livorno tenendosi a largo cinque miglia dalle secche di Vada. Al mare agitato si aggiunge la foschia ed il capitano ordina una velocità ridotta. Improvvisamente la nave ha una fortissima scossa e si arresta sbandando sul lato sinistro. Il piroscafo poggia su una secca a 400m. dal fanale. Macchina indietro a tutta forza, ma senza esito. Si tenta manovrando con le ancore, ma senza esito. Si inviano segnali di soccorso ed arrivano i mezzi della Società Salvataggi Neri e Chiesa diretta personalmente dal cav. Tito Neri. Si fanno tentativi di rimozione con cavi, ma senza esito perché si spezzano quasi tutti. Si decide allora di alleggerire la nave e 150 ton. vengono trasferite su un chiattone della Neri Chiesa. A questo punto la nave riprende a galleggiare, fortunatamente senza falle nello scafo riuscendo a raggiungere Livorno con i propri mezzi.
(Da "Il Telegrafo della Sera")
-1966 10 agosto. La «Attilio Visani» si è incagliata sulle secche di Vada per un'avaria al timone - Le 1500 tonnellate di gasolio, cioè l'intero carico della moto cisterna Attilio Visani, incagliatasi e rovesciatasi su un fianco ieri mattina a cinque miglia dalla costa, minacciano la "Riviera degli Etruschi". La grande massa di liquido oleoso si è divisa in tre enormi macchie del diametro di circa due miglia l'una. La superficie di mare che esse coprono, si aggira sulle 18 miglia. Le operazioni di ricupero del gasolio e della nave arenata sono iniziate al più presto, ad opera della ditta Neri. Lo scafo sarà riportato a galla e trasferito a Livorno. Per la rottura del timone, la nave ha avuto un pauroso sbandamento sulla sinistra, spinta anche dalle forti correnti che provengono dall'isola d'Elba, ed è finita sulle secche. Ten
tata subito una manovra sulla destra, ma dato che per ogni inversione di rotta occorrono dei minuti è mancato quindi il tempo necessario per evitare l'incagliamento della nave e la rottura dei serbatoi. Per le pessime condizioni del mare al rimorchiatore Luigi Neri, pure lui in soccorso alla nave, si spezzò il cavo di rimorchio e un pezzo andò a urtare un ragazzo a poppa colpendolo alla testa. Da bordo via radio fu chiesta assistenza medica immediata, ma il rimorchiatore Luigi Neri non poteva avvicinarsi per via del basso fondo, allora due marinai calarono una scialuppa di salvataggio e riuscirono ad arrivare sotto la nave prelevando il ragazzo agonizzante. Uno di questi marò si chiamava Adino e l'altro Cafieri, rischiarono la vita per cercare di salvare il giovane. Il R/re Luigi Neri fece subito rotta con il ferito e macchine avanti tutta verso Livorno, ma purtroppo il ragazzo morì il giorno seguente. (Si ringrazia il com.te Palomba Corrado per l'informazione)
-2012 11 gennaio. Un peschereccio è affondato a 16 miglia circa a largo, davanti alle secche di Vada. Il bilancio è di due morti, mentre un terzo membro dell'equipaggio e' stato recuperato in vita da un altro peschereccio. Ad affondare è stato il peschereccio "Santa Lucia II" intorno alle 10.30 in un punto in cui i fondali sono profondi 60-70 metri. Secondo una ricostruzione, l'incidente sarebbe stato causato dal fatto che le reti sono andate in trazione durante la pesca e in questo modo la barca si sarebbe rovesciata. Il peschereccio affondato non avrebbe lanciato alcun Sos. Le vittime sono Silverio Curcio, originario della Campania, aveva 64 anni e Davide Curcio, figlio di Silverio, e si sarebbe trovato nella cabina del peschereccio. Unico superstite dell'incidente, è Roberto Caddeo, originario della Sardegna, 37 anni. Il cadavere di Curcio è stato recuperato dallo stesso peschereccio che ha salvato il superstite, l'imbarcazione "Erpiù".
-2012 18 febbraio. Affonda una barca d
i 7 m, durante una battuta ai dentici allo Sperone, a 2 miglia dal fanale. Il pozzetto si riempie di acqua ed i tre occupanti provenienti da Castiglioncello, sono costretti ad abbandonare la barca che in breve resta con la prua fuori dall'acqua. Gaetano Beninati di 60 anni e Massimo Pardera di 30 sono ricoverati all’ospedale di Cecina, ma in buone condizioni nonostante le quattro ore passate in mare. Wladimiro Trotta, di 40 anni di Cecina muore invece per ipotermia. Non c'è stato nemmeno il tempo di lanciare un allarme ed il soccorso è dovuto ad una barca di fiorentini in transito che avverte la Capitaneria.
                           
Quella tremenda nottata del 1933 ...
...Ai remi erano Romolo Catarsi e Gigi Molino, essendo lo zio Gianni, per la tarda età, al limite delle sue forze e non più utile, mentre Bruno stava fisso a prua a far manovre sull'ancora, calandola e risalpandola, consentendo ai rematori pause di riposo per rifiatare e poter riprendere a remare verso il faro. La manovra dell'ancora fu fatta decine e decine di volte, le forze erano al limite di rottura.
Fu a buio pesto che riuscirono a guadagnare un sottovento relativo dietro i massi del faro, pur quasi sommersi dalle onde del mare. Scesero con immaginabile difficoltà guadagnando un migliore riparo dietro la base dell'incastellatura metallica. La scaletta retrattile che conduceva in alto verso la stanza di rifugio fu usata dai tre più giovani, mentre lo zio Gianni rimase giù sottovento ricoperto da vele a difesa del suo fisico. Mentre Gigi Molino recuperò nella stanza delle gallette e un paio di candele, Bruno, con una vela, stava coprendo a tratti la luce del faro per segnalare a qualcuno, a terra, che sul faro c'era gente. A un certo punto notarono che, lassù a Rosignano Marittimo, le luci pubbliche non si vedevano quasi più; voleva dire che era l'una di notte, perché a quell'ora, a quei tempi, nei paesi venivano spente le luci quasi totalmente. Intanto in paese si seppe che Autilio era andato a Piombino con la speranza, non appagata, di raggiungere il faro con un mezzo idoneo. Era ormai notte inoltrata e tanta gente di paese sostava ancora in piazza, accostati nei pressi dei "Sottoborghi" al riparo dal vento. Le donne piangevano, i più grandi commentavano con parole e mezze frasi che a noi ragazzi arrivavano misteriose, paurose. Parlavano dell'impossibilità di salvarsi, riportando episodi simili che facevano breccia nel pessimismo della gente, provocando silenzi rotti dalle invocazioni al cielo delle donne. La piazza appariva ancora più ampia e scura, fievolmente, come era, punteggiata dai radi lampioni dalla luce debole e giallastra, intravista attraverso gli spogli rami dei platani. E così la notte passò.
Anche laggiù al Fanale la notte era passata, quando alle sei del mattino videro avvicinarsi ed accostare quel rimorchiatore che Tito Neri da Livorno aveva affidato ad un ex-vadese: Giacomo Rasponi, conosciutissimo coraggioso uomo di mare e ex-fanalista, perché portasse loro quell'aiuto necessario. Con difficoltà si imbarcarono e, con a rimorchio la loro barca, su cui erano rimasti Romolo e Bruno, arrivarono a riva accolti dall'entusiasmo di chi rivede amici e parenti creduti perduti. Mi ha più volte raccontato, sorridendo, Gigi Molino, che il Rasponi aveva portato una bottiglia di anice. A loro tre, Romolo, Bruno e Gigi, non toccò nemmeno una goccia: se l'era scolata tutta lo zio Gianni...
(Sintesi da:"Quaderni Vadesi 11 di Vinicio Bernini")

Vada la torre, il porto, il fanale