Vada ieri  
Giovani allievi della Ciclistica Vadese Da dx Camerini M, Repetto G, Montevecchi M, Giubbilini M, Bartoletti A, Ciulli F, Mambrini R, Isolani M, Neri A, Panicucci M, Mura L, XX, Ficcanterri F, XX, Pistolesi M, Valori U. Gioventù ciclistica Anni 50 - Passaggio del Giro d'Italia da Vada (Arch. Bernini) Anni 50 - Passaggio del Giro d'Italia da Vada (Arch. Bernini) Tosello Vallini all'opera nel suo negozio (Arch. A. Colatarci) 1961 - Bartali a Vada.
 
Ciclismo vadese

                     Echi del gran premio di Vada (1955)
Il Gran Premio Vada, l'annuale corsa ciclistica che si svolge ogni estate è sempre stata alimentata dal sensibile appoggio delle Società Ciclistiche extraregionali che hanno inviato sempre tutti i loro iscritti incrementando il numero dei partecipanti e dando così un carattere più vasto alla corsa. Quest'anno, alludiamo con ciò all'ultima edizione del Gran Premio, ha segnato la loro sconfitta. Una grossa delusione da parte di chi attendeva cose eccezionali, un amaro sapore di rinuncia da parte degli stessi corridori che alla vista del percorso fecero dubitare del risultato tecnico della corsa, che sembrava avere in partenza, il carattere della torta già in mano pochi. Il suo svolgimento invece parlò e parla molto chiaro: una gara tirata con i denti per tutti i 200 km di strada, che volle guardare la gente in viso, una compatta schiera di corridori che regionali o non tirarono o inseguirono, spinsero forte sui pedali o si abbandonarono ai bordi del percorso, furono la prova dell'agone sportivo e dell'anima che ciascuno mise nello svolgimento dei propri compiti, nell'inseguire i ricchi premi, nel mietere infiniti calorosi applausi della folla presente. La V. C. Rolando di Alessandria e la S. Coppi di Tortona a cui alludiamo principalmente in queste righe, furono al di sotto della levatura tecnica e della possibilità di sforzo che il percorso richiedeva. Sapevamo delle dubbie capacità di scalatori degli extraregionali (noti infatti come potenti passisti) ed è per il risultato finale che riuscì ad aggiudicarsi un Benedettini in vena di fare le cose con la C maiuscola. Degli extraregionali, di quelli cioè che fecero le spese dell'inutile critica di molti, si salvò il solo Minetto con la sua fuga intelligente e la sua accorta condotta di gara. Gli altri si persero nella polvere dei più forti, non senza dimostrare e questo è tutto nelle gare dilettanti, uno spirito di corpo ed un attaccamento degni di miglior ricompensa.
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La sera del 7 agosto si chiuse come si chiudono tutte le manifestazioni che lo sport ha il potere di nobilitare: in un simpatico ritrovo di tutti gli organizzatori intorno al tavolo del ristorante "La Torre". Tra gli applausi e le coppe di spumante gli sportivi di Vada offrirono al dottor Aldo Fornaciari, vicedirettore della Stanic di Livorno una medaglia d'oro al ricordo (incisa sulle due facciate) del III° Gran Premio Vada per il quale il Fornaciari tanto ha fatto. Le sue calde parole di ringraziamento coronarono degnamente la densa giornata sportiva che Vada visse e vivrà ogni anno, ogni qualvolta il dottor Fornaciari che è entrato ora ufficialmente nella schiera dei vadesi sportivi che sono tali nel cuore, abbasserà la sua bandierina di "starter" ed alzerà il suo bicchiere di amico simpatico e cordiale.
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Il giorno della corsa, tra tanta passione sportiva, subentrò una nota triste. La mattina del 7 non fu per tutti, infatti, una mattina felice e molti portarono con sé durante e dopo il percorso, l'amarezza di non aver visto in prima fila al suo posto di organizzatore e di sostenitore instancabile la scura sagoma del parroco Don Antonio Vellutini, che in un banale scontro con una macchina ebbe la gamba sinistra fratturata, che gli impedì ovviamente di presenziare alla corsa. Gli amici riuniti intorno al tavolo, a sera, ebbero per lui e per la sua forzata assenza dalla corsa parole di vivo rammarico.
(La Nazione 20 agosto 1955)
                Bartali al Tour - L’attentato a Togliatti - Le lotte contadine

Benchè spesso Coppi mi avesse fatto soffrire; ero sempre stato bartaliano e l’avevo avvicinato una sola volta sotto la stazione di Livorno, ottenendo l’autografo come uno dei tanti suoi tifosi.
Un giorno, però, come fornitore di mio padre, di biciclette col suo marchio, fu nostro ospite a Vada; mi trovai a tavola, gomito a gomito con lui.
Gustava assai la cucina della mamma alla quale chiese di portargli, se l’aveva ancora, il collo lesso della gallina e da come succhiellava ogni ossicino, capimmo che era proprio di suo gusto. Era allegro, parlava di tutto e ascoltava. Però, appena qualcuno gli chiese particolari della sua storia sportiva, come se avesse un vecchio registratore nascosto, cambiò tono di voce, più rauca e veloce, e cominciò a raccontare tutte le cose che aveva dovuto ripetere, ormai, chissà quante volte.
Raccontava di quella volta che in Francia gli fecero trovare in camera una splendida ragazza disponibile e piena di charme che, lui, iscritto all’Azione Cattolica e sportivo astuto, mise alla porta conservando energie per la tappa difficile del giorno dopo. La furbizia dei francesi non funzionò, lui era astuto nello sport e nella vita. Raccontava che se arrivava in ritardo al cinema si metteva accanto ai posti migliori perchè quelli si sarebbero liberati per primi come per primi erano stati scelti. Era forte ma anche molto scaltro.
Volle ravvivare l’episodio della fiaschetta d’acqua con Coppi: “Gliela diedi io! ripeteva battendosi energicamente le mani sul petto. C’era l’agonismo, ma non l’astio o la cattiveria per l’altro campione, che allora, era sempre vivo, tant’è che andavano anche a caccia insieme in Africa dove poi, Coppi contrasse la malattia che lo portò a morte.
Il suo racconto si snodava via via attraverso i suoi tanti ricordi rievocava episodi del Giro di Francia, quello del gran ritiro di tutta la squadra e del periodo della guerra con la sua lunga inattività e l’ostruzionismo allora subito.
Inevitabilmente toccò il tasto storico: “quando salvai l’Italia”.
Mi ricordai allora di quel giorno che vissi in modo intenso e indimenticabile. Quello era un periodo di grandi turbolenze sociali, nelle fabbriche si succedevano gli scioperi per ottenere miglioramenti salariali e normativi; anche nelle nostre campagne era in crisi il vecchio sistema di mezzadria e c’era il problema del 51%. Scendevo in bicicletta dalla casa dov’ero ancora sfollato e notai un grande movimento di persone attorno ad una fattoria, che agitavano con fare minaccioso falci, frullane e forche. Dalla radio a galena avevo saputo dell’attentato a Togliatti (14 luglio 1948) e davanti ad altre case padronali c’erano analoghi assembramenti di contadini.
Mi sentii chiamare da una finestrella semichiusa di una cantina. Un uomo mi diceva sottovoce: “Vai a chiamare i carabinieri di Cecina perchè qui, siamo assediati, intanto io faccio le fotografie “. Lo conoscevo appena, era di una famiglia padronale abbastanza aperta e suo fratello amico coetaneo del mio babbo, ma non c’era mai stato un rapporto diretto da farlo sentire in grado di darmi degli ordini, tuttavia mentre mi avviavo verso Cecina ero davvero in crisi. Le rimostranze che avevo visto erano forse più dimostrative che vere e proprie minacce, dopotutto, riflettevo su quelle rivendicazioni che venivano espresse in modo ricattatorio in un momento particolare, ma in fondo un po’ di ragione ce l’avevano. Fino ad allora i grossi proprietari non avevano fatto tanti complimenti e certi residui feudali erano rimasti. Non parteggiavo né per gli uni né per gli altri, e poi, se chiamavo i Carabinieri o la Polizia? Arrivava la Celere, cosa sarebbe successo? A quei tempi i tumulti spesso provocavano morti. Man mano che mi avvicinavo a Cecina rimuginavo tra me la scelta che avrei dovuto fare quando, oltrepassato il ponte, vidi in lontananza un capannello di persone sull’Aurelia, davanti al Bar di “Renato”, dove facevano il gelato buono e dove tutti i pomeriggi una radio in radica, su un tavolino con tovaglia, consentiva a chi voleva, di ascoltare l’arrivo di tappa del Giro di Francia. Mi fermai e venni subito informato che Bartali era in fuga ed aveva inflitto ritardi enormi a tutti gli altri concorrenti. Le nuove notizie di aggiornamento del motociclista Varolfi confermavano ed ingigantivano il distacco. Si godeva avidamente ogni notizia in attesa della conferma con l’arrivo. Passavano rapidamente minuti di gioia intensa che mi fecero dimenticare il mio problema, quando vidi unirsi al gruppo dei radioascoltatori, alcuni degli assedianti e chiesi loro notizie. “E’ tutto finito!” Fu la risposta; “quando s’è saputo di Bartali ci siamo messi alla ricerca d’una radio, siamo partiti tutti.”  Non so ancora che cosa avrei fatto nè se Bartali aveva salvato davvero l’Italia. Certamente aveva salvato un ragazzo dal risolvere un problema più grande di lui. Tanti anni dopo, a casa, a Vada, fui io a raccontargli il mio piccolo grande episodio connesso con quello sportivo-storico di lui e ne fu contento.
(da: "Quaderni vadesi 10" a cura di Gianfranco Vallini).
Dalla sezione SCARICOLIBRI/Vada puoi scaricare "Tosello. Nonno di Vada" (2002). Vita, storia, attività di un vadese centenario. I fatti personali e familiari vissuti dal protagonista, nel secolo appena trascorso assumono una valenza particolare di testimonianza storica per tutti i cittadini.

Vada ieri

  Per gentile concessione del C. di Frazione di Vada