Dall'album dei Faccenda
(Foto per gentile concessione di Enrico Faccenda)

LA PRIMA FAMIGLIA DI CASTIGLIONCELLO 

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Enrico Faccenda titolare del ristorante Nonna Isola di Portovecchio

1938 - Portovecchio: Armido Faccenda, Natalino Fanucci, Angiolino Faccenda, Arcangelo Toninelli.

1928 - Il Moro con la cavallina e le ceste del pane 

1946 - Scampagnata al poggio Pelato

A vela

 Paolo e Sandra 1950

Pensione Belvedere 1956

Bellezze sul lungomare

Cardellino 1962

1958 - Incorniciati

1958 

maccheronata

Fusti a Portovecchio

1946 - U.S. Castiglioncello

Formazione giovanile in pineta

Pescata

In mostra - 1954

Anni '50 - Forse uno dei primi incidenti della zona

Infornata

Portovecchio

Lungomare reti al sole

Controluce

Il mitico "Guzzino"

Motociclisti

Lambrettisti contro vespisti

La prima Vespa

1950 - Duilio Franceschi col suo banjo a 27 corde. Bandini, Bartoletti, Marescotti, Salvadori Fosco, G.Faccenda, Saggini, Cantini, Fani, Bertoli, Duilio, Demi

Sfilata in pineta "ANMI" Marinai d'Italia

Lungomare zona libera

  1935 - Veduta di Portovecchio. Sullo sfondo Villa Montezemolo..

1943

1946

1948

anni '20

Foto d'altri tempi anni '20 - 30

1934

1934

1944

L'ultimo de'caini

Pineta anni '60

La punta 1967

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Vedi anche: I Faccenda a Portovecchio

                I FACCENDA - LA PRIMA FAMIGLIA DI CASTIGLIONCELLO
    I Faccenda arrivano a Castiglioncello nella prima metà del '700, da Orciano e da Castelnuovo dove avevano dei terreni. In quell'epoca Giuseppe Faccenda si trova nella zona e una sua figliola Domenica, sposa a Castelnuovo nel 1872 un tale Andrea Sbranti. Un figlio di Giuseppe, di cui non sappiamo il nome, comandò la Torre di Castiglioncello all'inizio dell'800. E qui comincia la storia dei Faccenda nel nostro paese quando, come liquidazione per il servizio della torre, ottengono dal Granduca un vasto terreno a livello tra il botro della Piastraia e il botro Grande, dal mare fino alle pendici di Poggio Pelato.

I tipi di gestione aziendale dei terreni vigenti allora nel Granducato erano l'affitto, la mezzadria e il livello, entrato in vigore nel medioevo. Era una particolare figura di contratto agrario per il quale un concedente dava della terra in godimento a un ricevente, detto livellario per un determinato periodo di tempo e a determinate condizioni. Il livellario era tenuto ad un canone annuo oltre alla tassa di rinnovo detta calciaria. I livelli potevano essere concessi sia dallo Stato che dalla Chiesa. Le chiese normalmente cedevano per 29 anni ad un canone minimo e ad un rapporto di subordinazione. Lo Stato concedeva livelli da 2 a 100 anni o da 2 a 7 generazioni. Il Granduca Pietro Leopoldo si fece promotore di auree riforme, conseguenza del rinnovamento culturale ed intellettuale prodottosi nella seconda metà del '700 sotto l'influenza dell'illuminismo. In particolare ridusse la potenza politica ed economica della Chiesa ed accrebbe il numero dei livellari obbligando le Chiese e gli ordini religiosi ad alienare le loro proprietà. I terreni a Castiglioncello erano di proprietà del Vicariato di Lari che li perse per le nuove riforme ma, dopo la cacciata dei francesi, nel 1814, continuò a mantenere la cancelleria per conto del comune di Rosignano.

I Faccenda avevano ottenuto questo terreno con l'obbligo del pagamento annuo di una cifra irrisoria e di portare al camposanto di Lari, ogni anno su una data tomba, un mazzo di fiori. Si dice che il mazzo di fiori non fu mai portato a Lari e l'affitto fu pagato fino all'avvento del regno d'Italia. Il Nencini nella sua monografia storica dice che i Faccenda comprarono i loro terreni dai Buoncristiani, ma questo è un errore in quanto una delibera comunale del 18.3.1907 ci conferma quanto detto in precedenza: "veduta l'istanza presentata dai fratelli Faccenda allo scopo di ricondurre e affrancare i loro possedimenti enfiteutici di questo Comune, delibera di concedere affrancazione di terreni e fabbricati così espressi..."

Giovanni Faccenda scende da Orciano o da Castelnuovo nel 1821 a prendere possesso dei terreni dati a livello al padre e comincia a costruire una casa andando a prendere le pietre a poca distanza, sul castellaccio, dove ci sono le rovine dell'antica chiesa del Salvadore. Giovanni ha le idee chiare, fa la casa vicino al botro della Piastraia e a monte della strada dei cavalleggeri e apre una locanda che prende il nome di "Locanda S. Salvatore".

La strada non è molto frequentata, ma ci sono sempre i militari della guarnigione alla torre, quelli dell'osservatorio del Fortullino e di quello di Monte alla Rena. In più passano spesso i cavalleggeri in perlustrazione e qualche barrocciaio tra Livorno e le campagne maremmane. Per i bisogni di allora era più che sufficiente.

Questo dicono i documenti, mentre le leggende che i Faccenda si tramandano sono fantasiose, immaginose e spesso stravaganti. Le leggende, si sa, partono sempre da qualcosa di reale che viene romanzato e arricchito dalla fantasia popolare. Le leggende dei Faccenda si spingono lontano con riferimenti storici e date, si parla di Caterina de' Medici e addirittura di Cosimo, ma di fondamenti reali difficile trovarne. Una delle favole a cui più spesso ci si riferisce è quella che all'origine ci fosse un Panmolle Faccenda capitano della Torre detto così (la fantasia arriva veramente a cime impensabili) perché non aveva denti ed era costretto a mangiare pappine di pane ammorbidito con acqua o brodo. Ma Panmolle era sì guardiano della Torre nel XVI secolo, ma veniva da Perugia e con i Faccenda non ha niente a che vedere. Identiche le conclusioni araldiche che dicono che i Faccenda arrivano dalla Spagna o addirittura messi al confino in Inghilterra.

Comunque è accertato e sicuro che nel '500 nei porti italiani, e soprattutto a Genova, si dava il soprannome di "ser faccenda" o "dottor faccenda" a quei tipi che erano soliti aiutare a sbrigare ogni tipo di pratica portuale per i marittimi forestieri, quello che oggi sono i faccendieri. Per chi non aveva gradi di nobiltà non c'era nome di casato, ma semplicemente il suo nome veniva seguito dal nome o dal soprannome del padre. Un esempio è anche nel documento che riguarda un Pagolo di Gabriello fu di Faccendo.

    Tornando ai nostri, ebbero in dotazione i terreni che vanno dal botro della Piastraia a quel botrello che c'era una volta in Portovecchio all'incirca sulla curva dell'Aurelia e su fino alle pendici del Poggio Pelato. Nel 1835 la zona confinante a sud, verso Caletta, era dei Buoncristiani che forse l'avevano ottenuta nella stessa maniera dei Faccenda. Un pò di anni dopo, e dopo l'avvento del regno d'Italia, una parte dei terreni li persero ad opera di Felice Cardon che era sovrintendente delle carceri italiane. Come ne venne in possesso di preciso non si sa. Un'altra leggenda dice che i Faccenda non volevano pagare il tributo alla chiesa (ma abbiamo già visto che i terreni erano soggetti al Granducato!) e questa fece loro una causa e prese come legale Felice Cardon che era avvocato: persero la causa e dovettero cedere una buona parte delle terre. Cardon, poi, ne cedette una porzione a Don Carlo Gradi che verso il 1920 fece costruire la chiesa odierna.

Bruno Faccenda era solito dire che queste terre erano state rilevate con l'inganno ma, visti i buoni rapporti che i Cardon hanno sempre avuto con i vicini, anche questa traccia si rivela esile.

La verità forse arriva dalla mamma di Deo che era nata nel 1881 e, giovanissima, va a lavorare dai Cardon. Andava spesso a stirare dalla Palmira Faccenda che stava di fronte e aveva un ottimo ricordo di Bastiano, figlio di Giovanni, gran bevitore e gran fumatore, ma uomo buono e di poche parole. Più volte trovandosi dalla Palmira aveva sentito dire al vecchio Bastiano che le terre ai Cardon le avevano vendute per poco, visto il valore della macchia di quel tempo, per fare la dote alle figliole.

Abbiamo già detto che Giovanni Faccenda per fare la casa aveva attinto ai sassi che, copiosi, si trovavano nelle rovine sul castellaccio e abbiamo visto cosa trovò. Sulle rovine che ormai solo affioravano fu portata terra per la piantagione di una vigna e rimase scoperto solo un pavimento in marmo verde e blu che serviva come deposito rifiuti e concimaia. Negli anni 30 fecero delle buche per mettere delle sparaciaie e tornarono fuori resti di muri in mattoni murati a spina di pesce, l'inizio di una scala e un pavimento sotto cui si avvertiva, al suono, il vuoto. Furono trovate anche delle anforine etrusche, in bucchero, dei vasi romani e altri pochi reperti di epoche successive. L'acqua che si raccoglieva per le pioggie sul castellaccio si riversava in mare attraverso un rigagnolino a levante. L'acqua tirando via il terreno cominciò a portar giù ossa umane, probabilmente del cimitero che esisteva a fianco della chiesa o dell'abbazia che lì si trovava in epoca rinascimentale. Il terreno negli anni 60 fu venduto al notaio d'Abramo che vi costruì una villa. Dopo pochi giorni che gli scavi erano cominciati (dall'Impresa di Giorgio Becuzzi, che allora aveva solo una ruspa un pò malandata e un furgone), i lavori furono sospesi e il terreno recintato, poi ripresero. Fu trovato qualcosa di importante? L'unico che potrebbe darci una risposta è Giorgio Becuzzi, a cui un giorno, forse, chiederemo lumi. I Faccenda erano gente a modo loro, decisa, forte, nervosetta e che aveva della legge una propria visione e interpretazione. Non che fossero banditi, anzi, ma filibustieri lo erano di sicuro e rotti a qualsiasi intervento nel momento in cui intuivano un sopruso come dimostrò Nacco che stava lavorando nel suo orto, quasi sotto a un ponte, quando passarono dei militari e cominciarono a prenderlo in giro a causa dello strano berretto che portava. Lui rispose ai militari, e quello più robusto e arrogante scese nell'orto. La discussione si prolungò per brevissimo tempo perchè Nacco era di poche parole e non amava polemizzare: con un gran cazzotto ben piazzato stese il militare che da lì si spostò solo per andare al camposanto.

   Sono sempre stati così: schivi, modesti e restii, ma ribelli, selvatici e decisi. A parole non ci sapevano fare troppo, coi fatti si arrangiavano meglio. Per tornare alla storia, Giovanni aprì la locanda San Salvatore che fu gestita in seguito dal figlio Leopoldo e chiuse definitivamente nel 1912 quando già esisteva un'altra locanda Faccenda aperta da un fratello di Leopoldo, Sabatino, e rimasta funzionante fino al 1954 quando divenne bar tabacchi, alimentari e poi solo bar tabacchi fino quasi ai nostri giorni. I figli maschi di Giovanni erano stati 6 e i nipoti 24 e le diatribe per i problemi di vicinanza, divisioni, dispetti, villanie, ripicche e provocazioni non ebbero fine. Tra parenti, è risaputo, risolvere le discussioni in modo amichevole è sempre stato estremamente difficile.

Ogni tanto, alla locanda San Salvatore, i familiari si riunivano in conviviale assemblea. I cibi erano poveri, ma saporiti ed abbondanti e il fiasco di vino girava per la tavola, lunghissima ed imbandita sull'aia. Finita la bisboccia a qualcuno baluginava l'idea di terminare la giornata con una sana e salutare seduta ginnico-atletica per favorire la digestione. I due lati della tavola si schieravano di fronte e si scazzottavano fino a buio. Erano risse omeriche che regolarmente finivano ancora davanti a qualche fiasco di vino e i fratelli ritornavano fratelli e i cugini, cugini.
     Quando incominciarono a costruire gli stabilimenti Solvay il responsabile delle costruzioni in ferro era l'ingegner Goss che veniva da Torino ed alloggiava alla pensione Portovecchio di Cecco Faccenda. Cecco convinse l'ingegnere a prendere a lavorare uno dei figli, Attilio detto "il moro", che si presentò puntualmente. Si accorse presto che portare barre di ferro era assai pesante e scomodo e resistè poco: un giorno buttò via le longherine e andò a fare il barrocciaio.

    Bastiano era un tipo particolare, spesso vestito di scuro, taciturno secondo le regole e severo, gran pescatore, come tutti, tirava di rezzaglio e aveva una barca tutta nera su cui non voleva che salisse nessuno. Una volta, durante una delle solite ribotte fu allontanato con una scusa da tavola e, quando tornò, si ritrovò la scodella vuota perché qualche satanasso di famiglia gli aveva fulminato la minestra. Non disse niente, ma la volta dopo, difronte al solito scherzo, prima di alzarsi indirizzò uno sputo rumoroso nella zuppa dicendo: "ora voglio vedere chi ha il coraggio di mangiarmela!". Quando moriva qualcuno lui si vestiva con i panni migliori e si sedeva sul ciglio della strada in attesa del passaggio del funerale. Quando la bara passava si toglieva il nero cappellaccio e mormorava, ma non troppo sommessamente: " .. anche tè t'ho visto passa'".

         Ferdinando, chiamato però Aristide, chi sa perché, era figliolo di Bastiano e io mi ricordo che, nel dopo guerra, giocando a carte, spesso raccontava delle storie di famiglia. Una volta raccontò di quando il su' babbo, Bastiano, che faceva più che altro il pescatore e lo zio, Leopoldo, che si occupava della locanda e faceva l'ortolano, andarono a mettere nella macchia le penere per i tordi. Bastiano si accorse che qualcuno, la mattina presto, gli tirava via i tordi e decise di anticipare la sveglia e di appostarsi. Non si meravigliò troppo quando vide che il fratello allungava la mano per rapire il volatile: meno male che fu anche svelto nel tirarla indietro quando il colpo di pennato partì e finì per tagliare di netto un leccino!. In pineta arrivavano i militari a fare il campo e si accampavano nella leccetina sotto i Bini. Una volta Aristide, con altri cugini, dal castellaccio li bersagliarono di sassate. Un ufficiale, per porre fine al gioco, andò a casa Faccenda e chiese dei genitori proprio a Bastiano che ascoltò in silenzio e aspettò che l'ufficiale se ne fosse andato prima di togliersi la cintola dai pantaloni. Aristide, capite le intenzioni, partì di corsa col babbo dietro: dopo tre giri della casa prese il viottolo per il mare e montò sulla nera barca del genitore, sciolse gli ormeggi e si diresse verso i Tre Scogli. Bastiano, da terra, gli gridava di tornare poi fece finta di andarsene. Aristide ammusò la barca alla Granchiaia e partì verso la pineta rincorso dal su' babbo, armatesi nel frattempo di un remo. Lo raggiunse dove ora c'è il tennis e dove, allora, c'era una radura col paleo. Gli tirò una gran remata, non lo prese, ma sbriciolò il remo. Bastiano, una sera, dopo aver succhiato più di un quartino al bar della stazione, si avviò con passo malfermo verso il mare: lo trovarono stecchito nella leccetina dove c'èra il Ciucheba.

Italo, faceva il marinaio dai Cardon. Vestito di scuro, sempre, con un cappello in testa e i grandi baffoni bianchi a rinforzare l'aria severamente impassibile e arcigna del suo volto, saliva sulla Jacovella, la barca grande dei Cardon, scrutava noi bambini seduti sulle panche laterali e, immancabilmente, con voce profonda ma pacata, sparava: "barca pari !". Il terrore correva nei nostri occhi e ognuno spostava quei pochi centimetri che alla fine, permettevano alla barca di non pendere da un bordo, nemmeno un millimetro. Si poteva stare in mare anche quattro ore, ma quelle erano le sole parole che uscivano dalla sua bocca. Aveva già circa 80 anni, ma si metteva ai remi con l'energia compassata di un giovane vogatore. Il remo entrava di taglio, non uno schizzo sull'acqua e, sulla passata lentissima, la barca scivolava tranquilla e veloce. Vogava in piedi con i pantaloni arrotolati fino al ginocchio e i piedi scalzi. Aveva sposato una cugina, Talia, con licenza della curia. Era una donna bassa e rotondetta con una vocina squittente e, ogni tanto, si metteva in mare, davanti al magazzino, con uno di quei costumoni neri che ci fanno sorridere sulle cartoline dell'ottocento. Una notte andarono a bussare a casa di Italo, sull'altro lato della via San Salvatore rispetto alla locanda. Si vestì ed andò a vedere, era qualcuno dei Faccenda sotto strada, quelli della famiglia della moglie. Quando tornò di lì a poco, trovò la moglie che attendeva allarmata e che gli chiese cosa fosse successo. Mentre cominciava a spogliarsi per tornare a letto rispose: "Niente! in quella casa c'è sempre qualcuno che la mattina si sveglia con una idea nuova, il tu' babbo Nacco, si è messo un fucile in bocca e si è sparato!" il tatto e la delicatezza sono sempre stati distinzione dei Faccenda.

Come detto, la via San Salvatore divideva la casa di Nicola, padre di Italo, da quella di Leopoldo: ogni tanto le galline di quest'ultimo sconfinavano e andavano a becchettare in territorio nemico. Italo non vedeva di buon occhio questa intrusione nei propri domini e dopo perentorie minacce, passò ai fatti, altra prerogativa di distinzione dei Faccenda: come un pollo superava la linea di confine, Italo, con una vetta di salcio, ed un colpo secco lo rendeva trapassato, poi l'afferrava per il collo e con ampio volteggio lo faceva atterrare vicino al pozzo dello zio. Il quale senza dar soddisfazione al nipote, raccoglieva le galline dicendo: "meno male, domani pollo invece dei soliti fagioli!". Italo aveva due femmine e due maschi: Sabatino che, durante il passaggio del fronte, quando teneva il forno a Rosignano, fu ucciso da una granata insieme a due figlioli, e Carmelino, un uomo ticcio e forte come un toro, ma mansueto e bonario come un orsacchiotto. Quando Carmelino fu richiamato in marina insieme a Mazzini, biscugino, aveva vent'anni, ma dovette andare a La Spezia accompagnato dai genitori che avevano paura che approfittasse del viaggio per andare in qualche casa di tolleranza. Era la vita di quei tempi.

     Un altro fratello di Italo, Virgilio, faceva il casiere dai Cardon e un giorno, per non sopportare più la moglie Velia, che era più attaccata al fiasco che alla famiglia, prese lo schioppo e si tolse la vita.

Un fratello di Italo, Arturo ma conosciuto come "Armando", faceva il pescatore e il marinaio, era anche lui severo e tarchiato e aveva una bellissima barca, con la prua col naso rivolto un pò all'indietro, diversa da tutte le altre. La teneva con una cura e un amore particolari e, al più piccolo incresparsi d'onda, amorevolmente metteva i parati sullo scalandrone e la tirava verso la passeggiata. Uomo avvezzo al mare di cui conosceva ogni più minuto segreto, non aveva altrettanta confidenza con la terra. Aveva comprato un guzzino, quel buffo motorino con le grandi ruote e fatto come una motocicletta, per gli spostamenti non per via mare. Partiva da Portovecchio e metteva la seconda quando arrivava al passaggio a livello di Caletta...

Un'altro famoso per la guida era Giannino, figlio di Nacco, cioè degli unici Faccenda sotto strada, che andava a portare, nel dopoguerra, l'acqua minerale o il ghiaccio con un massiccio furgone. Guidare gli riusciva, ma spesso era distratto dalle bellezze femminili che incontrava lungo la strada e finiva regolarmente nei fossi. Una volta si girò a guardare una procace fanciulla in bicicletta e non si accorse che il passaggio a livello era chiuso: stese quattro motociclette!.

       L'ultimo figlio di Giovanni era Alberto, detto Pattone, che faceva l'impresario e si era costruito la casa all'angolo della Ragnaia dove ora c'è la casa Bientinesi. Era l'unico che se la passava bene anche perché la moglie gli aveva portato in dote dei bei possedimenti a Castelnuovo. Dietro casa aveva delle stalle ben fornite. Un suo nipote, Ambertino detto "Naso" per le proporzioni ragguardevoli di questa parte della faccia, è stato tipo assai singolare e ha badato bene a dilapidare quanto il nonno aveva messo da parte. Andava a scuola a Volterra, in collegio, ma amava un pò troppo il mare per restare su quel monte. Ogni tanto scappava, ma avendo paura a tornare a casa, dormiva nei prati del Poggio Allegro sotto la villa Berardi finché non lo riportavano a Volterra.

I Faccenda di quei tempi erano principalmente gente di mare, ma per vivere, facevano anche altri mestieri, dal fattore all'ortolano e dopo, in estate quando c'erano i primi villeggianti, uomini e donne andavano a lavorare nelle ville. Comunque Orlando, detto Nacco, e Sabatino avevano aperto due forni a poca distanza l'uno dall'altro, uno dietro al crocefisso e l'altro davanti al cinema, Leopoldo e ancora Sabatino avevano la locanda e, dopo, Cecco figlio di Sabatino, aveva ingrandito l'esercizio con alimentari e chincaglieria. Poi Angiolino aveva fatto la ghiacciaia, fabbrica industriale del ghiaccio e aveva chiuso il forno. Gli unici che avevano scelto un mestiere un pò diverso erano stati Adelmo, nipote di Sabatino, che aveva imparato a fare il falegname dal Guadagnini, il su' babbo Carlo che faceva il capostazione a Campiglia e a Cecina e Lauro, figlio di Cecco, che faceva l'ufficiale di posta alla Solvay.

Parecchi dei Faccenda hanno giocato a pallone, qualcuno come Mazzini e Natalino, sono arrivati alle glorie della massima divisione. Cominciavano tutti nel Castiglioncello che già aveva una squadra prima del 1910 e dove i primi Faccenda a giocare furono Giovanni, detto Giannino e Antonio che poi morì in guerra sull'Hermada. I figlioli di Primo giocavano tutti. Marino, Giordano, Bruno, Natalino e Mazzini e, in campo entrare in battibecco con uno voleva dire trovarsi contro tutti gli altri. Giordano era quello che aveva meno tecnica ma, per compenso, era dotato di innata ignoranza in campo. Il Castiglioncello allora era in terza divisione, l'odierna serie C e quando giocavano con Cecina o Piombino erano autentiche battaglie. I fratelli Faccenda quando si accendeva la mischia non si tiravano indietro: Bruno e Giordano erano parecchio "pesi" ma Mazzini e Natale non erano da meno. Quest'ultimo andò perfino a giocare a Milano, ma dopo un pò, lo mandarono via perché era spesso squalificato per la sua ... esuberanza.

Gli spogliatoi, al pineta, non c'erano ancora e Vittorino Bini, gran terzino, che abitava di fronte, faceva spogliare l'arbitro a casa sua. Una volta un arbitro fu sonoramente contestato e, quando vide che l'aria non era più tanto respirabile, di corsa scattò verso la casa dei Bini rincorso dal pubblico. Non appena la folla cominciò a diradarsi arrivò un suo fratello su una Topolino scoperta, prima serie. L'arbitro salì al volo, ma i pochi rimasti sollevarono la macchina e ci scappò qualche lattone. Dino Faccenda, che abitava nella stessa casa, era stato svegliato dal rumoreggiare ed era sceso a guardare appoggiandosi, ancora semiaddormentato al cancellino d'ingresso del giardino, verso le finestre. Non appena la calma tornò, l'arbitro scese di macchina, vide l'unico tranquillo a portata di mano, Dino, e gli mollò un sonoro ceffone. Sul subito Dino non si rese bene conto della situazione, ma appena fece il punto, saltò sulla topolino in corsa e dal di dietro cominciò a far risuonare di cazzotti le teste dei due malcapitati.

E le donne dei Faccenda? Sono quasi sempre rimaste nell'ombra, dedite alla famiglia e alla casa e spesso intente a cercare di far quadrare i bilanci. Cionondimeno si sono fatte valere spesso davanti ai fornelli nelle trattorie che per più di un secolo e mezzo hanno gestito. Ma qualche pazzerellona non è mancata. Una volta al Kursaal era stata organizzata una festa in maschera con tanto di gioco della pentolaccia. Come al solito Emilio Faccenda, comandava la quadriglia e la serata ebbe grande risonanza per una solenne scazzottata generale derivata dal fatto che Albertino Faccenda, detto "naso", nipote di Pattone, nel cercare di spaccare le pentole, si dice deliberatamente, ruppe la testa a Lido, elettricista. Quella sera fecero follie due damigelle vestite da suorine combinandone di tutti i colori e nessuno le riconobbe neppure Stevan Faccenda che suonava il clarino ed era loro parente stretto. Le stesse si presentarono una volta al bar di Cecco, una vestita da gran signora e l'altra che era piccolina di statura, dentro una carrozzina col mantice. In fondo era un segno positivo il fatto che almeno il popolo femminile della famiglia riuscisse a suscitare ilarità dato che il popolo maschile era assai severo e orgogliosamente arcigno, burbero e contegnoso.(Sintesi da: "Dar tempo dell'etruschi ar tempo de' Caini" di Castaldi-Lami-Marianelli, scaricabile dal sito)

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Vedi anche: I Faccenda a Portovecchio

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