Fausto Lazzaro Patrone - biografia 

Il barone Patrone, figura molto controversa, è di fatto, nel bene e nel male,
il vero fondatore di Castiglioncello. Dopo il sogno mai realizzato di Diego Martelli, che per primo immagina Castiglioncello come stazione turistica, senza però avere la stoffa per concretizzare, Patrone per circa 33 anni lavora allo stesso progetto nel tentativo, in gran parte riuscito, di fare del promontorio una nuova Portofino. Pur riconoscendo dei motivi oggettivi nel comportamento in stridente contrasto con la mentalità democratica che si andava pian piano sviluppando, appare ingiusto l'assoluto oblio in cui questo personaggio è stato relegato per circa un secolo: molto di significativo a cui ancora oggi la popolazione tiene ha pur lasciato! Pertanto, non esistendo una vera biografia, in questa pagina si è tentato di raccogliere in maniera organica le frammentarie informazioni su date e fatti noti, pubblicati su vari documenti, con riferimento particolare al periodo castiglioncellese. Trattandosi di un soggetto inedito e ancora poco conosciuto, questa pagina a lui dedicata è da considerare graditamente aperta ad ogni valido contributo per migliorare, arricchire, rettificare.

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asce a Lima in Perù nel 1849. A Genova ha fissato il suo quartier generale di imprenditore internazionale e qui conclude la sua attività di importatore di guano cileno che lo ha reso ricco. Dispone di notevoli mezzi, di senso pratico, di solida esperienza. Il 5 gennaio 1889 raggiunge un accordo con Diego Martelli per l'acquisto dei possedimenti fra Castelnuovo e Castiglioncello: ben 835 ettari passano di mano per una valore di 314.264 lire, contro una valutazione di 520.000 lire. Così Patrone, in un colpo solo, acquista tutti i beni di Martelli nel Comune di Rosignano, ma anche i sogni del poeta ed i propositi del giornalista. Una “folgorazione” indicibile, sulla strada di Castiglioncello, tanto che cambia vita e scopi, dedicando tutto se stesso a far sorgere dal nulla un paese balneare per proiettarlo nel novero, assai ristretto, delle più celebri località balneari del continente. Appena perfezionati i contratti, si dedica alla costruzione del suo castello. Le linee sono importanti, forse troppo. Torri, bastioni, mura e merli privi sia della patina del tempo che di ogni e qualsiasi memoria si alzano, rapidamente, dalla primavera del 1889 all'autunno del 1891 grazie al lavoro dell'impresa di Leonildo Luparini di Castelnuovo (che dopo costruirà anche villa Godilonda e villa Corcos). Nel castello vanno ad abitare il barone con la moglie Nerina Reghini, figlia del generale conte Alberto Costa Reghini, la cameriera Maria e il cuoco Pacione. Fausto Lazzaro Patrone è intenzionato a stupire, vuole ad ogni costo il maniero, il simbolo del potere e dell'agiatezza. Villa Martelli prima rimane soffocata dalle mura, poi sparisce del tutto, ultima traccia del giornalista fiorentino. Comunque è chiaro, e deve essere ben evidente, che il castello sancisce l'atto di nascita del centro balneare e ne diventa da quel momento l'emblema. Intanto a Rosignano M.mo sono sindaci l'avv. Luigi Berti dal 1885 ed il Conte Teodoro Mastiani-Brunacci dal 1902. Fanno parte della ristretta schiera di "terrieri" che da sempre gestisce in un clima di continuità statica il Comune di Rosignano. L'arrivo di questo nuovo ricco, anzi, ricchissimo personaggio che costruisce castelli, prima incuriosisce, poi desta sospetto, poi si cercherà di ostacolarlo. Anche perché il barone preme e pretende ritmi insoliti ed innovativi per una comunità campagnola. Ha fretta di creare strutture civiche su un promontorio dove non c'è niente e chiede l'intervento comunale, ma trova scarso seguito e decide di fare da sé. Appronta efficienti e indispensabili strutture, comincia con “i bagni”. Si specchiano nel porticciolo ampi, accoglienti, moderni soprelevati su palafitte, bianchissimi, con veranda e caffè, ristorante e locale di soggiorno e ballo. Accanto l'attracco per le barche, poco più in là, la “casa-studio” del pittore Eduardo Gordigiani figlio di Michele. Comincia anche l'azione "promozionale" per fare in modo che i personaggi più in vista dell'epoca, si avvicinino e possibilmente restino a Castiglioncello. Cosa offrire per attirarli, se non terreno costruttivo nelle posizioni migliori? Nel 1894 comincia Fucini a costruire "La cuccetta" su terreno regalato dal barone, mentre il suocero Alberto Costa Reghini ha già avuto spazio sull'estremità della punta che prenderà il suo nome (distorto). Nel 1895 si costruisce villa Corcos ancora ad opera di Renato Luparini. Corcos, il pittore delle regine, è un'altra "perla" per la sua collana. E' un bel colpo che ha il suo prezzo, ed a lui nel 1896 consegna la villa "chiavi in mano". La febbre del barone non si placa, vorrebbe sviluppare il “suo” centro balneare senza il minimo indugio. È un compito irto di difficoltà ed il suo impegno, i suoi investimenti, le sue vedute ardite e moderne non bastano allo scopo, prevede fra l’altro la costruzione di un ippodromo e di numerose infrastrutture per l'elitario turismo che vuol realizzare. E' ricco e lo dimostra. In assenza di "denunce dei redditi", la ricchezza si misura dal numero dei domestici, ed è l'unico residente del Comune che regolarmente ne stipendia sei. Distanziati nettamente il Principe Ginori, l'avv. Berti, il suocero generale Costa-Reghini, Giovanni Caputi che ne hanno solo tre. Ma lassù, in Municipio, anche per questo, non gode molte simpatie e parecchi puntano i piedi di fronte a tutta questa attività sulla costa, che rischia di mettere in ombra il capoluogo. Fatti e non parole. Il primo riguarda la richiesta di un maestro diplomato per i 35 ragazzi della località, in età scolare. La richiesta porta in calce le firme dei “padri residenti”, ma è provocata e voluta dallo stesso barone. Il Comune che fin dal 1555 (assunzione del primo insegnante) dedica attenzione all'Istruzione Pubblica risponde con un secco diniego. La motivazione: “Il numero degli scolari non basta e poi, la legge non lo prevede”. Il secondo: prima dell'estate del 1900 Castiglioncello è al buio. Un nobile fiorentino, il Conte Odoardo di San Giorgio, già residente in una villetta alla Ragnaia, inoltra al Comune una favorevole proposta. A nome della Ditta Finzi di Firenze, propugna un nuovo sistema di illuminazione ad acetilene da estendere alle ville del promontorio. La questione viene discussa nella riunione consiliare del 30 novembre. Il verdetto è prevedibile: “Vista la domanda di sostituire a Castiglioncello il petrolio, ultimo ritrovato della scienza, con il gas acetilene, con un risparmio del 20 per cento e la possibilità di poter illuminare anche le abitazioni private, si respinge l'offerta, non convenendo sulla necessità di cambiare”. La vera ragione del diniego “infastidito” è da ricercarsi nel fatto che il capoluogo sarebbe venuto a trovarsi in netto sottordine a quel “caseggiato sul mare” perchè altro non è Castiglioncello all'epoca. Al barone non resta che piazzare i primi fanali a proprie spese. All'inizio del 1900 si forma il “Comitatone”, che dovrà spingere per la ferrovia Livorno-Vada. All'iniziale sottoscrizione partecipano due soli residenti del comune di Rosignano: il barone Patrone con 500 lire ed il cav. Grandi con 200 (fattoria a Rosignano di 397 ettari). Il barone ha capito che la ferrovia asseconda il suo scopo, come pure lo ha capito Sidney Sonnino per avere la stazione a Quercianella, ancora inesistente come paese. Il barone decide quindi di esporsi di più, di essere presente dove si decide e si candida a consigliere comunale, venendo eletto nel 1902 e di nuovo nel 1905, 1907, 1910. A Palazzo Civico, tuttavia, non si espone troppo, anche se continua a battersi per sé e per la sua spiaggia. In una sola occasione si pone “faccia a faccia” con la Giunta, per commentare la richiesta di alcuni abitanti castiglioncellesi inoltrata per richiedere le condutture di acqua potabile. È un suo personale “disegno”. L'argomento viene affrontato nella seduta del 16 maggio 1904. “Desiderio facilmente realizzabile, quello dei firmatari ed è anche opera utile e moderna” afferma il barone “visto che c'è una persona in grado di assumersi tutti gli oneri gratuitamente o quasi, in cambio della concessione della fornitura d'acqua per un certo numero di anni. La conduttura potrebbe partire dalle sorgenti di mia proprietà e nulla chiedo per tale utilizzo e per il passaggio sui miei terreni”. È una sfida, a viso aperto. Sindaco e consiglieri non intendono dire “sì” e per non rigettare la vantaggiosa operazione “a costo zero” nominano una Commissione di studio, ma si capisce bene come andrà a finire. Patrone incassa il colpo e praticamente non si esporrà più in Consiglio, anzi a maggio 1904, tenta un colpo a sorpresa, quello di dar vita ad un Comune nuovo, con Castelnuovo e Castiglioncello. Fioccano le firme, da ambedue i paesi, ma l'iniziativa difetta di convinzione e abortisce. E' il primo tentativo ed avrà un seguito. Intanto Castiglioncello fin dall'inizio del secolo ha il suo ufficio postale e telegrafico, appaltato al sig. Franconi che lo manterrà fin oltre il secondo conflitto mondiale, qualche anno più tardi perfino la farmacia, quella del dott. Michetti mentre, Vada e Castelnuovo, più popolate, non hanno nemmeno il richiestissimo “armadio farmaceutico”. Intanto le vicende della ferrovia sono sempre più di attualità e nel febbraio del 1905 in Consiglio Comunale, vengono candidate per avere la stazione, le località ancora semideserte di Monte alla Rena e Caletta. Nell'agosto del 1907 il sindaco Ettore Simoncini rettifica la posizione comunale, chiedendo la stazione intermedia fra Caletta e Monte alla Rena, ma intanto l'ing. De Montel ha quasi terminato quella di Castiglioncello ottenuta direttamente a Roma dal barone a copia del castello. Sempre nel 1907 il barone dona al comune le strade realizzate a proprie spese sul promontorio (via Roma, via Firenze, via Livorno). Nel giugno del 1910, Gabbro entra ufficialmente a far parte del Comune di Rosignano. La discussione in Consiglio è rovente e la infiamma soprattutto Fausto Lazzaro Patrone, rigidamente arroccato su di una posizione di rifiuto, porgendo il fianco a chi gli rimprovera di pensare ancora e sempre al Comune autonomo di Castiglioncello e Castelnuovo. Nell'aprile del 1910 il nuovo sindaco Giuseppe Comparini riapre il problema stazione e viene deciso di dare incarico proprio al barone Patrone (ancora mal tollerato pur con eleganza) di perorare a Roma la causa di Rosignano per la stazione a Caletta, visto come ha ben lavorato per la "sua" stazione di Castiglioncello. Nel novembre successivo il barone riferisce all'Assemblea comunale i risultati del suo tentativo: stazione a Caletta impossibile, si potrebbe ottenere al Monte alla Rena o meglio al Mondiglio dove però manca la strada di accesso. Intanto il 3 Luglio 1910, con l'intervento del Re Vittorio Emanuele III, il nuovo tronco ferroviario viene inaugurato. Un convoglio col barone Patrone parte da Livorno e un secondo col Re e il suo corteo da Cecina. Dopo varie vicissitudini e soste forzate i convogli si incontrano nella stazione di Castiglioncello. Sosta non prevista che innervosisce il Re, che ha molta fretta di tornare a casa. La ferrovia è finita, ma alcuni dei protagonisti resteranno a Castiglioncello, grazie ai doni del barone che all'ing. Giuseppe De Montel offre l'angolo della futura Godilonda (altro lavoro di Luparini), ed al proprietario della ditta costruttrice della ferrovia, comm. Saverio Parisi, il terreno dove è oggi l'omonimo Hotel. Ancora nel 1910 Romolo Monti a Montecatini Terme, conosce il barone Patrone. Hanno contatti per alcuni mesi, poi Monti nell'agosto del 1911, acquista poco meno di 8.000 mq. di terreno per costruire quello che sarà il Miramare. Il barone non conoscendolo, accende a proprio vantaggio un'ipoteca sulla proprietà venduta, se i lavori non saranno pronti entro il 1°luglio del 1912, ma Monti ce la farà. Per chi "VIP" non è, quindi, nessun regalo, ma clausole capestro. Sempre nel 1910, dona al sovrintendente prof. Luigi Milani il terreno sul punto più alto del promontorio per il museo destinato alla conservazione dei tanti reperti scoperti in zona fin dal tempo di Martelli. Lo stesso prof. Milani riceve il terreno dove costruirà la villa "Il Ginepro" vicino a Corcos. Il barone è assai introdotto negli ambienti che contano ne è prova il divorzio che è riuscito ad ottenere nel maggio del 1900, acquisendo per breve tempo la nazionalità tedesca. Riesce ad averne rapidamente, la trascrizione sui registri dello Stato Civile Italiano. In Consiglio si solleva il caso, come un cittadino germanico possa esser stato eletto consigliere comunale, ma l'obiezione decade non solo dopo una votazione a Palazzo Civico, ma anche dinanzi al fatto che pochissimi giorni dopo l'ottenimento del divorzio, il barone viene nominato Capitano del Regio Esercito. È l'argomento che chiude il contenzioso. Anche il Vescovo di Livorno mons. Sabatino Giani nel 1915, gli si rivolge per ottenere lo spostamento delle suore da Antignano, nella sede locale di via Asmara (Vedi le suore di Castiglioncello). Sempre intorno al 1915, vende all'avv. Odorico dal Fabro, un pezzo di pineta ed un piccolo fabbricato che sarà poi il "Kursaal" e nel 1932 Villa Celestina del gerarca Attilio Teruzzi. Si arriva al fascismo e nell'ottobre del 1921 si costituisce la sezione del fascio anche a Castiglioncello. A questo punto la figura del barone da sempre sfuggente, tende a scomparire nell'ombra. Non si espone più. Ha fatto di Castiglioncello una stazione balneare elegante e ben frequentata. Ma dopo la costruzione della ferrovia litoranea e della stazione resta praticamente a guardare, spesso chiuso nelle mura del suo castello tardo Ottocento. È figura solitaria, ed in gran parte misteriosa. Appare avvolto in dicerie sussurrate, una di queste è che sia stato affrontato dopo il 1922 in "malo modo" da una squadra di fascisti che pretendevano la costruzione della locale casa del fascio. Concessione di certo rifiutata perché la sede locale (ora dei Carabinieri) arriverà solo molto più tardi, nel luglio 1929. Intorno alla metà degli anni '20 comincia a cedere pian piano e per interposta persona, tutte le sue proprietà fra Castiglioncello e Castelnuovo e tratta la vendita del castello, che nel 1925 passa al pistoiese Alfredo Birindelli. Di Fausto Lazzaro Patrone se ne perdono le tracce, si sa che muore il 4 aprile 1927 a Montecarlo*, nel Principato di Monaco. In precedenza, ormai ultra 75enne, pare si sia spostato nella zona di Montecatini ancora in auge, ma soltanto una lapide all’ippodromo Sesana della città, lo ricorda fra i fondatori, al primo posto di una serie di ricchi mecenati finanziatori della costruzione, mentre all'anagrafe comunale della località termale, e dei comuni limitrofi, in una nostra recente ricerca, non c'è traccia del barone in quegli anni. Non una foto, una tomba, neanche una firma ritrovata. Scompare nel silenzio, così come in silenzio era arrivato, lasciando dietro di sé il paese che aveva costruito e che il suo castello ancora controlla dall’alto. Il mistero continua...
*P.S. L'estratto del certificato di morte del comune di Montecarlo attesta che Fausto Lazzaro Patrone figlio di Lazzaro Patrone e di Giuseppina Palmieri, nonchè vedovo di Nerina Costarghini
(Costa Reghini ndr) è morto a Monaco al n° 12 di Boulevard Pereira a villa Helvetia. (P.S. gentilmente fornito dalla sig.ra Francesca Dini)

1903 - Questa è l'unica foto disponibile, che mostra la famiglia Patrone durante gli scavi archeologici eseguiti da Luigi Milani nel parco del castello. Fausto Lazzaro Patrone non può essere che il primo a sinistra. (Nella foto in alto un particolare)

Le citazioni storiche sono ricavate da varie pubblicazioni ed in particolare da "sale e pietra" di Celati - Gattini, acquistabile online dall'editore I.E.P.I.

Il guano e gli italiani in Perù. A partire dal 1840 gli europei erano stati attirati sulle lontane coste del Pacifico meridionale dall'importanza assunta dal commercio del guano, concime agricolo formato dalle deiezioni di migliaia di uccelli, depositate in enorme quantità in alcune zone del Perù in particolare sulle montagne delle Ande. Questo fertilizzante naturale, molto efficace, era richiestissimo, e alimentava un notevole movimento di navi. A Callao e a Lima, capitale del Perù, una decina di chilometri all'interno (nel 1851 furono collegate da una ferrovia, la prima dell'America latina) c'era una numerosa comunità italiana. Nel 1844 contava un migliaio di persone, con 5-600 sudditi del regno di Sardegna, alcuni inseriti molto bene nell'economia locale. Le vicende del 1848 avevano fatto affluire esuli repubblicani e liberali di non mediocre levatura. Il medico Emanuele Solari, mazziniano, ebbe la cattedra di clinica medica nell'università, e fu il fondatore della medicina scientifica in Perù. Anche Giuseppe Garibaldi ebbe a Lima nel 1850 una «splendida accoglienza da cotesta ricca e generosa colonia italiana». Da "G. Garibaldi" di Alfonso Scirocco.

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